Il corpo di fronte ad un corpo estraneo o ad un evento traumatico che minaccia la sua integrità, reagisce sempre o con crescita cellulare (ispessimento del derma) o lisi cellulare (ulcerazione del derma ) in fase attiva o di simpaticonia e viceversa in fase ripartiva o di vagotonia. Questa e ‘ la famosa regola aurea delle 5 Leggi di Hamer, in particolare quella che riguarda la secondo legge ovvero quella che si rifa’ alla bifacisita’ della reazione biologica all’evento traumatico era un conflitto di boccone piu’ o meno sporco qualcosa che si e’ stati costretti ag ingoiare ci sara’ una crescita cellulare (formazione tumurale) del tratto riferito all’apparato gastro intestinale e diretto dal foglietto embrionale piu’ primitivo quello dell’endoderma per poi in fase di riparazione effettuare una riduzione cellulare (tipo ulcerazione o comunque infiammazione).Se questo evento traumatico era un conflitto di territorio con separazione allora in genere il foglietto embrionale del mesoderma recente comandera’ una perdita cellulare per poi in fase ripartiva una crescita, una reazione tipica dei conflitti interessanti il cuore, le arterie. Se invece il conflitto sara’ di paura ecco che avremo la messa in gioco dell’apparato respiratorio in particolar modo i polmoni. Ogni tipo di conflitto e quindi di trauma ha come reazione un precisissimo funzionamento del nostro corpo tramite i foglietti embrionali, così i conflitti di paura, sia di situazioni pericolose sia della morte in generale, i conflitti di di svalutazione, di adattamento, di non essere all’altezza, conflitti motori tutti avranno il loro corrispettivo nei foglietti embrionali che specie in fase riparativa o di guarigione, provvederanno a innescare quei meccanismi reattivi che poi il senso comune e la medicina un po’ per ignoranza un po’ per dolo, ha definito malattie Detto questo passiamo ad analizzare la questione dell’infettivita’ ovvero la trasmissione delle malattie così come la medicina tradizionale ci ha educato a pensare : Punto primo i virus non esistono, nessuno ne ha mai visto uno e quegli scarabocchi che vengono passati per essi sono solo delle elaborazioni computerizzate dei microscopi a scansione, in quanto ai batteri sono simbionti al nostro organismo, un tutt'uno con esso e piu’ volti alla salvaguardia dell’integrita’ del corpo che alla nocivita’, proprio come Hamer ha ben spiegato con il paradosso dei pompieri; per la nostra integrita’ della nostra salute più facciamo incetta di batteri e meglio è . Ecco così che salta fuori la questione dei vaccini, sui quali la medicina moderna quella nata dal connubio tra la chimica del petrolio di Rockfeller e le strampalate teorie sulla nocivita’ dei microbi di Pasteur e ratificata dal cosidetto rapporto Flexner del 1910 che imponeva l’uso di farmaci chimici e vaccini sulle prime negli USA e Canada, sconfessando e trattando come ciarlataneria tutte le diverse forme di terapia. Farmaci e vaccini sui quali si basa la medicina degli ultimi cent’anni cosa dovrebbero combattere? i virus che non esistono o i batteri che sono indispensabili per il benessere del nostro corpo ? Come detto da dopo il protocollo Flexner, virus e batteri sarebbero all’unisono responsabili della quasi totalita’ delle affezioni, quindi per contrastare l'azione di questo micidiali nemici , essa consiglia principalmente dei vaccini: vaccini che formerebbero nel nostro organismo degli anticorpi atti a contrastare l'azione venefica, oltremodo dannosa dei microbi : Il fatto è che questi presunti anticorpi capaci di distruggere, di fagocitare o arrestare l'azione del batterio non esistono, sono un'invenzione appunto di Rockfeller, di Padsteur, di Flexner , di Big Pharma.Gli anticorpi contro gli agenti patogeninon esistono. Non possono esistere contro i virus perché i virus non esistono, non possono esistere contro i batteri perchè i batteri non sono patogeni. Diciamo Insomma, che è tutto inventato, tutta fantascienza. È una presunta scienza che cambia opinione a seconda del bisogno e dell'utilità del momento, come si e’ potuto toccare con mano nella recente farsa di pandemia di un inesistente Corona Virus. All'inizio i virologi dicevano: se hai gli anticorpi non puoi avere il virus. Poi hanno detto la cosa opposta: se hai gli anticorpi allora il virus non attecchisce e non c'è bisogno del vaccino. In un secondo momento hanno detto la cosa opposta: se hai gli anticorpi il virus non può essere lontano e quindi è meglio premunirsi facendo il vaccino. Ed ancora: prima dicevano che sviluppare la malattia ti rendeva immune alla malattia in quanto la malattia sviluppava in te gli anticorpi (se questo fosse stato vero nessun essere umano da millenni avrebbe preso più il raffreddore.... perchè anche il raffreddore si dice che sia provocato dai virus). Ma questa storia che la malattia sviluppava i presunti anticorpi è stata completamente messa da parte proprio nel corso di questa enorme farsa : piu’ di una persona ha difatti preso il fantomatico covid, tre, quattro, cinque volte, sicche’ e’ stato assodato che prendere la malattia non rende immuni e non sviluppa nessun anticorpo. Diciamo che il senso ultimo, niente affatto sgradito alle multinazionali del farmaco e sotto sotto sempre ambito dai tempi di Rockfeller e Flexner e’ quello che per tenere sotto controllo i presunti virus dovresti vaccinarti a vita e questo realizza il sogno ultimo di tale medicina eminentemente bottegaia e mercificatrice : creare un mondo di eterni malati, di gente che non guarisce mai, di "pazienti" (e' proprio il caso di dirlo) sempre alle prese con farmaci e meglio ancora, vaccini che sostanzialmente non hanno neppure quell’effetto lenitivo di dolore quale ad esempio puo’ essere sperimentato in una aspirina o in qualsiasi antidolorifico, e non hanno quindi neppure bisogno di dimostrare la loro validita’ essendo chiamati prima e non dopo l’insorgere del sintomo. Inutili e anche iatrogeni come d’altronde tutta la medicina preventiva che interviene prima e non dopo di un sintomo e quindi rivela il suo impianto eminentemente velleitario e manipolatorio
sembra una modalità di coniugazione spazio/temporale laddove ci si muove tra futuro anteriore e calcolo infinitesimale ove limiti, derivate e integrali sono proiezioni di numeri negativi (ovvero numeri immaginari)
mercoledì 29 maggio 2024
sabato 25 maggio 2024
ISTRUZIONE E MANIPOLAZIONE
C'e' una correlazione tra istruzione e manipolazione? come sempre , io sostengo che le cose stanno un po' a meta' in quanto faccio un distinguo quando l'istruzione si sposa alla sinistra ed in genere a quel buonismo intellettuale che caratterizza tale mentalità, e che informa quella che generalmente viene etichettata come faziosità e quella che invece si riferisce ad un aspetto meno rigido della conoscenza, piu' malleabile e quindi meno dogmatico quale si assiste invece dalla parte che un po' fumosamente viene detta la destra . Da un lato la manipolazione mediatica isola una o più caratteristiche di larga diffusione - l'istruzione superiore, la residenza in un'area metropolitana, la gioventù - e le trasforma in distintivi di appartenenza a una élite sedicente virtuosa in seno alla comunità di riferimento, dall'altro crea un'aspettativa positiva associando queste caratteristiche a preferenze politiche presentate in termini altrettanto positivi- l'internazionalismo, l'europeismo, il politicamente corretto, generando così nei destinatari un obbligo morale ad aderirvi, per certificare la propria appartenenza alla schiera dei migliori. Il fenomeno, noto agli psicologi sociali come Effetto Rosenthal o Effetto Pigmalione, descrive la possibilità di indurre i comportamenti e/o le qualità di un soggetto rendendogliene manifesta l'aspettativa da parte di un'autorità o di una guida riconosciuta. Se i giornali scrivono che i cittadini più istruiti votano progressista perché sono saggi, questi ultimi tenderanno ad avverare la profezia votando progressista, sì da essere degni di annoverarsi tra i saggi. Collateralmente anche i meno istruiti, purché esposti alla narrazione, orienteranno le proprie opinioni verso il medesimo standard per assimilarsi ai migliori. In questo modo la descrizione mediatica diventa norma coattiva, avverando se stessa. n un altro articolo di questo blog si è visto come il principale movente politico della vasta e longeva categoria dei moderati non risieda nell'interesse o negli ideali, ma piuttosto in un desiderio di celebrare la propria superiorità aderendo agli standard etico-politici di volta in volta fabbricati e magnificati dagli organi di stampa, cioè dal potere in carica. Si è anche visto come la coltivazione di exempla negativi da cui distinguersi - gli estremisti, i razzisti, i fascisti, i terroristi, gli indifferenti, la pancia degli elettori ecc. - sia strettamente funzionale all'allestimento letterario di quegli standard buonisti e alla loro imposizione: il terrore di finire dietro la lavagna con il cappello dell'infamia spinge i gregari a suffragare qualsiasi atto, anche il più atroce. È il terrore atavico dell'esclusione dal branco, la cui urgenza irrazionale diventa strumento di propaganda e di sottomissione in quanto prevale sugli interessi dei singoli, anche i più legittimi, e li annulla nell'imperativo di un presunto bene spersonalizzato e comune - cioè del personalissimo bene di chi detta le trame ai giornali.Ai mezzi di informazione spetta il compito di alimentare questa aggregazione autocelebrativa coltivando simboli, mode, antagonismi e dibattiti che, per aggredire i gangli prerazionali del target, devono affondare la loro suggestione negli archetipi più radicati e ancestrali. Quindi e' piu' che altro l'erudizione che e' devocata a raccogliere il messaggio con tutte le implicazioni di approssimazioni e anche di falsita' , non essendo tale da saper distinguere una corretta differenza. Che dei dotti, un po' piu' raffinati degli eruditi debbano avocare a sé la guida delle cose pubbliche era già in Platone, là dove contrapponeva alla democrazia ateniese la sofocrazia, il governo dei filosofi e dei sapienti. Dall'altro, l'attenzione al grado di istruzione innesca un automatismo pedagogico che rispecchia l'infantilismo coltivato dai media e dove la qualità degli individui è misurata in termini di diligenza e non di intelligenza. Sicché lo studente/cittadino meritevole è quello che ascolta la maestra, passa gli esami e consegue il titolo di studio, così come il politico buono è quello onesto che si attiene alle regole senza metterle in discussione, il lettore buono è quello che ripete tutto ciò che legge sui giornali e il popolo buono è quello che fa i compiti a casa di merkeliana memoria, senza interrogarsi sulla bontà del progetto politico sotteso. Il successo di questa articolata "captatio benevolentiae" è tale da suscitare non solo l'autocompiacimento dei suoi destinatari - sì da renderli argilla nelle mani del manovratore di turno - ma anche un odio acerrimo verso chi non si conforma allo schema. I moderati, nonostante rappresentino di norma la maggioranza dell'elettorato (diversamente il potere non se ne curerebbe), amano immaginarsi come uno sparuto manipolo chiamato a difendere la fiamma della civiltà dai barbari. La loro forza sta nella paura, e la paura genera odio. Sicché, nei rari casi in cui la realtà non si conforma alle loro aspettative, si scagliano contro chiunque ardisca trasgredire il catechismo impartito dai loro giornali. Il subumano va arginato e interdetto per il bene di tutti e in deroga a tutto. Resta l'effetto: quello di rendere dicibile l'indicibile - la revoca del suffragio universale - e di gettarne il tarlo nelle teste dei lettori, così da prepararli ad applaudirne l'avvento e illuderli che, quando ciò accadrà, loro non ne saranno colpiti trovandosi al sicuro sulla sponda dei migliori. Insomma è sputato quello che sta accadendo oggi con questa farsa della pandemia, di un terrificante , anzi flagellante (per usare un termine assai caro alla stampa di regime) contagio, che in realtà ha quasi realizzato il sogno indistruttibile della medicina allopatica e della farmacologia "di fare di ogni sano un malato" tirando fuori dal cappello di illusionista i termini del nuovo "crugifice" negazionista, complottista, no vax, no mask. Avendo chiarito che le temibili decisioni della massa ignorante non sono altro che le decisioni sgradite alla massa degli opinionisti e dei loro lettori, non è del tutto ozioso chiedersi se esista davvero, e in che misura, una correlazione tra l'istruzione/informazione degli elettori e la qualità della loro partecipazione politica. Nel mischione semantico postmoderno, "scientia" (conoscenza) e "sapientia" (saggezza) convergono nell'accezione burocratica del sapere certificato dai titoli di studio, sicché la sofocrazia platonica - il governo dei saggi - diventa il governo dei laureati e, a fortiori, di coloro che formano i laureati, cioè dei professori, attestati da non meglio precisati titoli se non quelli di un asservimento da mercimonio al sistema . Essa diventa quindi tecnocrazia, l'esito ossessivo della contemporaneità politica in cui l'equivoco di una seduzione antica si coniuga con l'ulteriore equivoco di una competenza che si vorrebbe rivolta agli strumenti - il diritto pubblico, i regolamenti di settore, le norme contabili ecc. - e non ai fini del governo comune. Se gli strumenti nascono al servizio dei fini, escludere dalla determinazione dei fini coloro che non conoscono gli strumenti è un modo intellettualmente puerile per avocare a sé le decisioni, nel proprio interesse. Per lo stesso risibile principio, chi non ha studiato l'armonia tonale non potrebbe esprimere preferenze musicali, chi non conosce l'aerodinamica non potrebbe decidere su quale volo imbarcarsi e a chi ignora la geologia degli idrocarburi andrebbe vietato di impostare il termostato di casa. L'aristocrazia del passato, più onesta, spregiava il vile meccanico anteponendogli l'erudizione e il lignaggio. Quella odierna lo glorifica per dare una parvenza di asettica meritocrazia ai propri capricci. Si riporta un'interessante ricerca della professoressa Penny Lewis sulla ricezione della guerra di Vietnam presso il pubblico americano di quindi più di mezzo secolo fa " in generale, i settori più istruiti del pubblico hanno sostenuto più di tutti il prolungamento dell'impegno militare americano [in Vietnam]. Nel febbraio del 1970, ad esempio, Gallup sottoponeva al campione il seguente quesito: "Alcuni senatori sostengono che dovremmo ritirare immediatamente le nostre truppe dal Vietnam: siete d'accordo?". Tra coloro che fornirono una risposta, si espressero in favore del ritiro immediato oltre la metà degli adulti in possesso di licenza elementare, circa il 40% dei diplomati e solo il 30% di coloro che avevano frequentato un'università. Non si trattava di un'anomalia statistica. Nel maggio del 1971 il 66% dei rispondenti laureati riteneva che la guerra fosse stata un errore, a fronte del 75% dei diplomati. In generale, un'attenta lettura dei dati dimostra che nella maggior parte delle questioni riguardanti la guerra, la più forte opposizione al coinvolgimento americano in Vietnam provenne dalla parte meno istruita della popolazione. " Tornando al nostro Paese : poiché raramente i programmi di storia dei licei si spingono oltre il Fascismo, ci piace ricordare anche ai più istruiti che cosa fu la guerra in Vientam: una lunga, inutile e sterminata carneficina, la più grande dopo la seconda guerra mondiale, con oltre 5 milioni di morti di cui quasi 4 civili, dieci nazioni coinvolte, rappresaglie, stupri, torture e milioni di sopravvissuti traumatizzati a vita. Ma essa fu anche la più grande sconfitta politica e militare degli Stati Uniti, che in quell'avventura persero oltre 160 miliardi di dollari e quasi 50.000 uomini senza ottenere nulla, se non la vergogna di un attacco infame e di una disfatta su tutti i fronti. Inaugurata con il pretesto evergreen di proteggere un gruppuscolo esotico dai cattivoni di turno (allora erano i comunisti, oggi frequenterebbero una moschea) e degenerata nella penosa illusione di "rendere credibile la potenza" americana (cit. JFK), la guerra in Vietnam durò vent'anni. E in quei vent'anni l'opinione pubblica americana ne conobbe le atrocità leggendo i reportage, seguendo i documentari e ascoltando le testimonianze dei rimpatriati. Con il passare degli anni anche la prospettiva di un esito favorevole del conflitto appariva sempre più remota, sicché sostenere l'impegno militare dopo 15 anni di inutili stragi non era da ignoranti, ma da stupidi. E i più stupidi erano proprio i meno ignoranti. Più avanti, nello stesso libro, si riporta la conclusione di uno studio condotto dal prof. Richard Hamilton nel 1968, secondo il quale: " ... la preferenza per le alternative politiche più "dure" si riscontra con maggior frequenza tra i seguenti gruppi sociali: i più istruiti, coloro che occupano posizioni di prestigio, le categorie ad alto reddito, i giovani e le persone che prestano molta attenzione ai giornali e alle riviste. La testimonianza è di sorprendente attualità. Non solo perché le categorie sociali citate - gli istruiti, i prestigiosi, i benestanti, i giovani, prevalenti tra i falchi politicamente miopi di allora - sono esattamente le stesse in cui la stampa di oggi pretende invece di celebrare l'elettorato più lungimirante, ma soprattutto per la chiave di lettura che si anticipa nella chiusa. Queste persone non sono semplicemente informate, ma "prestano molta attenzione ai giornali e alle riviste". La ricerca di Hamilton evidenzia una correlazione tra quegli status sociali e una maggiore inclinazione a lasciarsi orientare dall'informazione stampata, cioè dalla propaganda. Elidendo i termini centrali, le retoriche degli opinionisti moderni si potrebbero allora ritradurre e semplificare così: l'elettore buono è quello che fa ciò che gli dicono i giornali. A prescindere dalla condizione sociale, che è strettamente funzionale a fabbricare nei manipolati l'illusione della propria superiorità e indipendenza (se in altre circostanze i più obbedienti fossero stati gli incolti, si sarebbe detto che i colti erano inconcludenti, debosciati ecc.). Ma perché i cittadini più istruiti e sopratutto quelli di sinistra sono, mediamente, anche i più esposti alla propaganda? Sul tema una riflessione del sociologo francese Jacques Ellul, dove si sostiene che la moderna propaganda non può funzionare senza "istruzione" o perlomeno una istruzione "incanalata" servile al sistema quale alla fin fine dopo secoli di protesta sempre un pò manierata, sempre
con un sottofondo di frustrazione e di atavica invidia, la sinistra doveva pervenire, mostrando, come ho scritto in un precedente articolo del blog LeNardullier.blogspot.com, di essere in sostanza l'altra faccia di una stessa medaglia e cioè quella del capitalismo nato dalla Rivoluzione Industriale e del progressivo consumismo. Ellul ribalta la nozione prevalente secondo cui l'istruzione sarebbe la migliore profilassi contro la propaganda. Al contrario, sostiene che l'istruzione, o comunque ciò che è comunemente designato con questo termine nel mondo moderno, è il prerequisito assoluto della propaganda. Di fatto, il concetto di istruzione è ampiamente sovrapponibile a ciò che definisce "pre-propaganda": il condizionamento delle menti tramite l'immissione di grandi quantità di informazioni tra loro incoerenti, già dispensate per altri fini e presentate come "fatti" e "cultura". Ellul prosegue il ragionamento designando gli intellettuali come la categoria più vulnerabile alla propaganda moderna, per tre motivi: 1) assorbono la più grande quantità di informazioni non verificabili e di seconda mano; 2) sentono il bisogno impellente di esprimere un'opinione su qualsiasi importante questione di attualità, e pertanto soccombono facilmente alle opinioni offerte loro dalla propaganda su informazioni che non sono in grado di comprendere; 3) si considerano in grado di "giudicare per conto proprio". Hanno letteralmente bisogno della propaganda. In termini pedanti, l'istruzione scolastica al netto delle competenze tecniche che impartisce (da cui l'illusione tecnocratica) è il veicolo di trasmissione di un'impalcatura simbolica che riflette e rafforza, in termini necessariamente schematici e riduttivi, gli automatismi ideali della comunità politica di appartenenza. Un ulteriore esempio, tra i tanti, è la permeabilità del pubblico al discorso pseudoscientifico, che veicola messaggi privi di fondamento scientifico ammantandoli del lessico e del contesto - accademico, editoriale, mediatico ecc. - propri della scienza. La seduzione di questa cosmesi è evidentemente tanto più efficace verso coloro che hanno maturato un rispetto acritico e istintivo verso le insegne della scienza e dei suoi luoghi, cioè in chi ne ha più a lungo subito l'autorità nel corso degli studi. Ciò realizza puntualmente l'intuizione di Ellul: l'istruzione è necessaria per affermare l'autorità dei maestri, ma quasi mai sufficiente per verificarne gli insegnamenti. È un caso etimologico che "dotto" e "indottrinato" condividano la stessa radice (dŏcĕo), e così anche "sedotto" ed "educato" (dūco). Non è invece un caso che i cittadini più istruiti, sia per il maggior prestigio sociale di cui mediamente godono, sia per l'impalcatura simbolica dispensatagli dalla scuola, sia per un risibile e mal dissimulato orgoglio di classe, siano i bersagli non solo preferiti dalla propaganda, ma anche i più facili. e comunque e' un po' la medesima tesi dell'ironicissimo fisico quantista Richard Feynman che prendeva le distanze da una cultura un po' troppo superficiale e quindi suscettibile di essere manipolata, proprio quella che emerge dal piu' che secolare rovellio intellettuale della ideologia di sinistra e che ha come suo archetipo originario non tanto il pensiero di Karl Marx, quanto del suo massimo ispiratore ovvero quel Giorgio Hegel che ipocritamente sosteneva che il reale è razionale e il razionale reale, proprio per mettersi al sicuro da critiche fin troppo plausibili che filosofi meno inclini alla piaggeria (Schopenauer, Nietzsche, financo un Freud) avrebbero potuto muovere ad un'idiozia del genere Non è difatti un caso che proprio gli intellettuali siano sempre stata la classe sociale più pronta ad accettare i dettami delle più feroci dittature, gli intellettuali ed anche gli artisti e oggi più che mai, la pressocchè quasi totalità degli operatori dello spettacolo e della comunicazione ( attori, scrittori, giornalisti , etc.) inverando in pieno la tematica del figlio di Thomas Mann : Klaus, con il suo romanzo Mephisto
mercoledì 1 maggio 2024
GLI ERRORI DELLA COSCIENZA
Il referente della coscienza, tutto sommato, specie dopo le defaillances degli ultimi anni di questo terzo millennio , per intenderci gli anni della farsa di una inesistente pandemia il 2020-21-22, si e' rivelato quanto mai effimero e inaffidabile, diciamo quello di un bambino di 7 anni, ancora molto da affinare . Riflettiamoci un po' sopra, anche il pensiero cosidetto intelligente, ovvero Kant Nietzsche, Schopenauer, Spengler, Evola, Guenon, con qualche modalita’ meno lampante anche Freud, Heidegger e persino qualche fisico quantistico tipo Einstein, Bohr, Heisenberg, Schrodinger, Pauli in sodalizio con Jung nella sincronicita’, Feynman con il suo integrale sui cammini e certe suggestioni della Teoria delle stringhe e della misteriosa Teoria-M, hanno tutto sommato sempre il referente della nostra coscienza. Io ipotizzo che alla base dell'errore di interpretazione ci sia sempre tutto sommato l'apparizione della coscienza e credo di averne spiegato i motivi in parecchi articoli precedenti, pero' in termini un tantino meno generali e apocalittici c'e' anche una delle teorie piu' distorcente di tutti , quella di Hegel, il teorico della dialettica colui che affermava che cio’ che e’ reale e’ razionale e cio’ che e’ razionale e’ reale, ovvero proprio l’antitesi, tanto per usare i suoi termini di cio’ che, specie oggi, e’ sotto gli occhi di tutti, ovvero il pieno, quasi indiscusso, dominio dell’irrazionale piu’ spinto, sul reale ridotto sempre piu’ ad una sorta di geometrale dove ci si puo’ disegnare davvero di tutto. Paghiamo forse l’abbandono del criticismo Kantiano e le precise distinzioni fra Fenomeno, Noumeno e Cosa in se’, con l’adesione alla bugia o forse sarebbe meglio dire, alla cantonata piu’ dirompente delle costruzioni di pensiero successive alla rivoluzione industriale e al conseguente cambiamento epocale dei mezzi di produzione e dello stesso referente fondamentale che e’ stato trasferito dall’interno di se’ , (ovvero l’uomo) a quanto di piu’ estraneo da se’ e artefatto (la macchina) . Non sono certo io il primo a denunciare questa espropriazione del riferimento principale dall’interno all’esterno da se’ , Leibniz lo aveva osservato a proposito della sua ideazione del calcolo infinitesimale, antitetica alla costruzione di Newton, e Kant vi aveva sviluppato il suo impianto categoriale e il suo criticismo, ma ecco che Hegel si presenta con il suo Idealismo e la sua dialettica e vai con la via libera a tutte le argomentazioni atte a rimestare la brodaglia del mondo bottegaio, quello del commercio dell’economia, del profitto e di un unico solo valore : il denaro e il suo, appunto… "valore di scambio". Smith, Ricardo, Say, Malthus, Spencer, Stuart Mill, li hanno chiamati economisti, ed economia la loro teoria, ovvero una sottospecie di filosofia giustificativa dell’intrigo, dellacorruzione, del mercimonio che e’ stata chiamata liberismo, ma che non e’ neppure un legittimo ampliamento del caro vecchio “conto della serva” . Il principale errore di Marx e dei suoi accoliti e seguaci e’ stato quello di accettare le regole del gioco sia pure in una accezione di opposizione e superamento – non si può battere il Banco che ha stabilito le regole, giocherai sempre nelle sue modalita’ e proprio quando avrai la sensazione di poter vincere in realta’ sei solo stato fagocitato nel suo sistema, sistema addirittura epocale che le antiche tradizioni hanno denominato eta’ dei mercanti o del bronzo – un qualcosa che proprio le ultime vicende di questo terzo millennio hanno enfatizzato all’ennesima potenza : una sinistra, ovvero una ideologia che in teoria dovrebbe essere la maggiore critica del sistema capitalistico liberista o neo-liberista che sua che si è fatta il suo maggiore alleato, anzi il servo piu’ docile, il piu’ volenteroso dei carnefici di liberta’ - accettazione incondizionata di obblighi vaccinali, di mezzi di coercizione coatta, di violenza sui dissidenti, di discriminazioni su lavori e sullo stesso vivere sociale, etc. - roba da far impallidire altri carnefici, quelli di Hitler come riportato in un famoso libro. Anche l’altra variante del sistema bottegaio ovvero il capitalismo incentrato suldenaro e sul valore di scambio, il fascismo si e ‘ dimostrata inconsistente nel suo far leva un po’ fumosamente a principi di tradizione quasi sacrale che era stata la peculiarita’ del sistema antecedente ai bottegai, quella che sempre gli antichi testi di tutto il mondo ed anche il poeta greco Esiodo considerato il piu’ grande della letteratura greca arcaica assieme ad Omero avevano indicato come l’eta’ dei guerrieri o dell’argento. Ora secondo questa antica suddivisione delle eta’ del mondo bronzo e argento sono entrambi fallaci perche ‘ in sostanza hanno portato sempre violenza, guerre, distruzione e sofferenza e peggio dovrebbe verificarsi se si sprofondera’ nell’ultime fasi di queste eta’, quella del ferro o dei servi, per la filosofia Indu’ il Kali Yuga ovvero il peggio del peggio, la notte senza luce, le tenebre piu’ fitte; ora se prendiamo qualche mio vecchio articolo di questi miei blog, a che cosa ho sempre accompagnato lo svolgimento di tali diverse eta’ del mondo? Semplice! : alla nascita della coscienza : e’ con la coscienza e solo con il suo diffondersi in tutte le civilta’ del mondo che assistiamo a questi principi di devastazione che sono arrivati al momento attuale e minacciano ancora di peggiorare; quando la coscienza ancora non aveva fatto la comparsa tra le genti umane, ma tutti i comportamenti, tutte le azioni, financo tutti i pensieri, erano diretti da un altro meccanismo neuronale, quello che lo psichiatra e filosofo Julian Jaynes ha denominato “la mente bicamerale” nel suo eccezionale saggio titolato appunto “il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza” si aveva appunto una doppia azione del cervello : una per incamerare significati attraverso il meccanismo della condensazione di significato di un termine e applicazione per similitudine ad un altro termine (metafora) che si era andata ad allocare nella parte sinistra del cervello, l’altra per trasferire tutta la somma delle esperienze di comportamento (metonimia) spostando, trasferendo appunto tutti i significanti, ovvero non la semplice assegnazione del significato di un termine, ma appunto tutto quello correlato al suo farsi costituendo appunto un apprendimento per esperienza e continuita’ che invece si e’ andata ad allocare nell’emisfero destro dello stesso cervello Questo stato di doppia mente, una per incamerare la condensazione dei significati, l’altro per svolgere compiti relati all’interagire con l’ambiente ecco e’ un qualcosa di cui al contrario dello stato della coscienza, non sappiamo nulla di preciso, specie temporalmente, ed e’universalmente considerato dalle stesse antiche fonti, come “eta’ dell’oro”. Ecco come la descrive Esiodo nel suo Poema Le Opere e i giorni:“Gli uomini “vivevano come dei”; lontani dalle malattie e liberi dal faticoso lavoro, passavano la vita a gioire e banchettare. Quando poi dovevano morire, erano “come presi da giusto sonno : la loro morte era dolce e senza affanno.Questa generazione di uomini appare la migliore: onorava gli dei, ed essi facevano sì che la terra producesse da sola i suoi frutti. La vita si svolgeva così nella più grande armonia” Ecco il punto della domanda dell’inizio : Noi ci siamo sempre riferiti alla coscienza per individuare e definire l’essenza del nostro stato della nostra stessa essenza, e se avessimo sempre sbagliato referente? Se invece di rivolgersi sempre alle eta’ dell’argento e del bronzo e paventare una terza infima eta’ del ferro, ci fossimo invece rivolti ad una eta’ dell’oro, ovvero quando una coscienza analogale non aveva ancora fatto comparsa nella biologia umana?????
lunedì 1 aprile 2024
VARI COPIONI
CHI HA SCRITTO IL COPIONE DELLA TUA VITA?
un appunto di Alessandro Brocculi che trascrivo e condivido sempre con il massimo interesse e partecipazione e che mi richiama il famoso testo di Paul Watzlavitch "Change" : Se fai caso alla tua giornata, alla tua quotidianità, noterai che ti trovi all’interno di un continuo susseguirsi di storie. Alcune di queste storie vengono raccontate dalla tua mente altre dalla tua realtà fisica. Mi spiego meglio…La prima storia di ogni giornata va dal risveglio al termine della colazione. In questa storia la tua coscienza deve affrontare il risveglio, l’igiene personale, la scelta degli indumenti con cui identificarsi fino a sera, la preparazione della colazione, la colazione stessa e l’uscita di casa. Ovvio che ci sono variabili individuali che possono modificare alcuni elementi. Dopodiché comincia una nuova storia il “viaggio”: verso il luogo di lavoro, verso un negozio, verso una palestra, verso un qualunque altro luogo… in questa storia avvengono diverse cose: l’uscita di casa, l’accensione dell’auto e poi la guida con il passaggio da uno scenario ad un
altro ad ogni svolta, durante il percorso tante variabili: la musica, una conversazione telefonica, un’interruzione stradale, una deviazione, una coda e poi l’arrivo la fine di questa seconda storia…Se osserviamo attentamente all’interno di ognuna di queste storie, ritroviamo al loro interno altre storie, nel primo esempio una storia avviene in camera da letto, una in bagno ed un’altra ancora in cucina. Poi avrà inizio la terza storia della giornata che avrà a sua volta un nuovo scenario, con nuovi personaggi ed altre storie all’interno della sua storia. Poi la quarta con il pranzo e così via fino all’ultima storia della giornata.
altro ad ogni svolta, durante il percorso tante variabili: la musica, una conversazione telefonica, un’interruzione stradale, una deviazione, una coda e poi l’arrivo la fine di questa seconda storia…Se osserviamo attentamente all’interno di ognuna di queste storie, ritroviamo al loro interno altre storie, nel primo esempio una storia avviene in camera da letto, una in bagno ed un’altra ancora in cucina. Poi avrà inizio la terza storia della giornata che avrà a sua volta un nuovo scenario, con nuovi personaggi ed altre storie all’interno della sua storia. Poi la quarta con il pranzo e così via fino all’ultima storia della giornata.
Un numero definito di storie nel medesimo ciclo solare e più o meno sovrapponibili a quelle dei giorni precedenti. Una sorta di continuo déjà-vu che si ripete per tutta l’età adulta.
Ora perché è importante porre attenzione sul fatto che viviamo la nostra esistenza come se fossimo degli attori all’interno di un film? Perché è ciò che accade realmente! Chi ha deciso che le nostre storie dovessero essere proprio queste? E perché la trama del nostro film è più o meno per tutti uguale? Che senso ha? Siamo o non siamo tutti esseri unici e irripetibili? Eppure, esistono film di ogni genere: thriller, western, di fantascienza, dell’orrore, commedie, gialli…
Allora perché la maggioranza degli individui è destinata allo stesso tipo di film? Un film in cui ogni giorno fa tre pasti (forse o anche di più), lavora (se è fortunato), fa uno sport (se ha tempo e voglia), ha un hobby (raramente), fa una vacanza all’anno (forse), fa un mutuo per comprare una casa (forse), si sposa (forse), fa figli (forse), fa sacrifici ogni giorno per crescerli (di sicuro), invecchia (solo se è fortunato), va in pensione (forse) e lascia il corpo (ovvio). Sembra quasi che qualcuno abbia studiato e creato ad hoc questa storia, e fin dalla nascita abbia dato in mano alle persone una scelta fra un numero limitatissimo di copioni.
Alle donne una scelta fra un massimo di quattro copioni: donna di famiglia (spesso casalinga), donna in carriera (single o con partner vacante), donna per la comunità (spesso single), donna “single” da aperitivo e da poco tempo è stato creato un nuovo copione quello della donna “olistica” (spesso single)…
Agli uomini cinque con alcune varianti: uomo di famiglia, uomo in carriera “con” famiglia, uomo in carriera “single”, uomo “single” da aperitivo, uomo “olistico” (single ma non troppo).
La scelta volente o nolente deve essere fatta, e anche in tempi brevi, già dopo l’adolescenza dovrai iniziare a definire mentalmente e socialmente quale di questi copioni vorrai recitare per il resto della tua esistenza e decidi con cura perché cercare di cambiare strada facendo, comporterà il pagamento di pene parecchio onerose.
Per carità ruoli con copioni di tutto rispetto che io stesso ho recitato per gran parte della mia vita. Perché di certo, in relazione alla nostra biologia la nostra identità è una cosa fondamentale nel contesto sociale ma perché ci viene impartita l’idea di dover essere la stessa cosa, un’unica cosa, per la nostra intera esistenza?
Perché invece, non poter modificare la nostra identità ogni volta che lo desideriamo? E su tutti gli aspetti della nostra persona per cui desideriamo farlo! Perché dobbiamo per forza lavorare incessantemente per vivere e sopravvivere? Perché siamo obbligati ad usare il 60% o anche l’80% del nostro tempo utile per svolgere un unico lavoro? Sempre lo stesso, ogni singolo giorno, che ci piaccia o no...
Per cosa poi? Per poterci permettere una macchina, un cellulare, una casa, del cibo e se va bene una vacanza all’anno?
Siete sicuri di non poter recitare un copione che nessuno ha scritto? Di cui voi stessi ne siete gli autori? Siete sicuri di non poterlo cambiare modificare e riscrivere ogni volta che lo desiderate?
Sono millenni che veniamo ingannati con ogni mezzo possibile! Credenze sociali, politiche, religiose, scolastiche, sanitarie, universali… diktat famigliari… ipnosi collettive… messaggi subliminali… continue programmazioni del subconscio… imposizioni sociali… leggi di contenimento sociale e tanti altri mezzi che probabilmente neppure vediamo.
Perché dobbiamo ripetere ogni giorno la stessa storia? Ma chi ci obbliga? Perché ad esempio non potersi riconoscere in tutte le categorie sopra menzionate, durante l'arco della propria esistenza? O perché non crearne continuamente delle nuove? Perché ad un certo punto non decidere di cambiare totalmente: identità, ruolo, funzione, luogo, contesto sociale, lavoro, amici...?
in fin dei conti lo scopo della nostra esistenza non credo affatto che sia quella di far sopravvivere una carcassa destinata a decomporsi… la nostra macchina biologica è solo un un mezzo per compiere continuamente nuove esperienze, per espandere la nostra coscienza, eterna e indistruttibile.
mercoledì 20 marzo 2024
COSCIENZA E INCONSCIO VENGONO DOPO IL LINGUAGGIO
Nel libro di Julian Jaynes "il crollo della mente bicamerale e l'origine della coscienza" l'assunto che la coscienza è posteriore, o meglio proprio un derivato del linguaggio, e' ampiamente e circostanziatamente dimostrato, resta semmai da stabilire donde derivi il linguaggio perche' se vogliamo prendere per buono l'assioma di Lacan che l'inconscio e' strutturato come il linguaggio, ne derivera' per una sorta di sillogismo che anche l'inconscio e' posteriore e un derivato del linguaggio. Non solo Lacan, ma anche lo stesso Freud nel saggio che diede appunto avvio alla scienza della psicoanalisi “l’Interpretazione dei sogni” si riferisce all’asse linguistico che verrà codificato nella famosa barra tra significato e significante da De Saussure, asse che si muove tra le figure della linguistica: metafora e metonimia. Cosa sono, difatti ne “l’interpretazione dei sogni, la condensazione e il trasferimento, se non le due principali figure retoriche della linguistica? E’ una questione di riferimenti! Tutto è riferimento nell’uomoperlomeno da quando è pervenuto al linguaggio articolato e ha cominciato conseguentemente a chiedersi del perché della propria esistenza ma anche al perché della propria insistenza a domandare sempre la stessa cosa “chi sono, dove sono, da dove vengo, dove vado?” Un riferimento è in sostanza una visione, una possibile visione del mondo che dovrebbe consentire di stabilire analogie comportamentali sulla base del proprio linguaggio e del mondo esterno e rendere quindi il tutto “abitabile” nel senso di contrarre abitudini atte appunto ad un essere “presenza” Il riferimento funziona quindi per analogia e struttura una certa visione del mondo che in verità si appunta su di un analogo particolare, un “analogo-Io” che mette appunto in situazione sé stesso rispetto ad un mondo, diciamo alquanto indifferente alla propria “presenza” Nel corso della propria storia linguistica e di fattualità, l’uomo ha sempre ricercato tali quadri di riferimento, che possiamo anche definire “visioni del mondo” esse sono relative al periodo e al tipo di società in cui sono state applicate, ma proprio in relazione a tale periodo, e a tale Società hanno un che di assoluto, nel senso che funzionano come un vero e proprio paradigma , cui tutti, bene e male finiscono per aderire. Nel corso della storia queste visioni del mondo, funzionanti come paradigma, ce ne sono state molteplici e alcune particolarmente tenaci e dilatate, ad esempio la nostra, quella attuale delle nostre “contrade occidentali” ha un arco temporale di quasi trecento anni e per quanto si sia modificata ed evoluta (o involuta) nel tempo ha conservato la visione originaria che sostanzialmente è quella della Rivoluzione industriale e dell’avvento della macchina: il nostro è un mondo di macchine, di leve, ruote, puleggie, che sono, via via andate assumendo la connotazione di processori informatici, computer, monitor :il mondo è come un gigantescomagazzino di componenti, fatto di miriadi di pezzi che aspettano solo di essere assemblati in un sistema funzionante. Questo è il paradigma storico del nostro tempo e del nostro mondo: la macchina è così integrata nella nostra persona che è difficile stabilire dove finisce lei e dove comincia l’uomo; anche il nostro linguaggio si è conformato alla macchina: noi "misuriamo" i rapporti, i nostri sentimenti sono “vibrazioni”, cerchiamo di evitare “attriti” e facciamo in modo di “sincronizzarci” cogli altri, piuttosto che stabilire pensieri o affezioni con loro, pensiamo alla nostra stessa vita come qualcosa che “gira regolarmente” e ci si aspetta che essa possa essere “riparata” se qualcosa in essa si è “guastata”, come se gli esseri umani fossero semplici pezzi di un meccanismo che possano essere “aggiustati” o “sostituiti” Questa visione del mondo che ancora costituisce il paradigma di questo inizio del terzo millennio, visione di un accentuato materialismo e che giustifica tutto nel nome di una parola “Progresso” , sta cominciando però a perdere colpi (proprio come una macchina alquanto deteriorata) Il relativo della attuale Visione del mondo cosiddetta “moderna” anzi post-moderna comincia a farsi sentire non meno delle precedenti visioni del mondo, che non avevano quella fede cieca nel progresso, tipo quella cristiana che dominò l’Europa per oltre un millennio, e che concepiva la vita solo come attesa di un mondo a venire e l’individuo non doveva avere desideri o mete personali, né cercare miglioramento, né tantomeno cose materiali, ma solo escatologicamente perseguire la cosidetta “salvezza”, o tipo quella antica greco-romana che bandiva il futuro a scapito di un passato considerato sempre migliore, che costituiva un’escatologia all’incontrario dove tale passato era equiparato ad una mitica “età dell’oro” e tutte le epoche venute dopo ne rappresentavano un inesorabile degrado.Ecco l’esempio che ne fa il poeta greco Esiodo “all’inizio un’aurea generazione di mortali fu creata dagli dei immortali dell’Olimpo, essi erano simili agli dei , non erano afflitti da dolori e malattie e l’abominevole vecchiaia non li attendeva al varco, ma restavano sempre eguali e quando morivano erano come immersi in un sonno” A pensarci bene che cosa era questa “età dell’oro” se non la giovinezza? Una metafora presa dal riferimento più immediato, il corpo appunto, ma preso nel suo momento di massimo fulgore, la giovinezza con le membra vigorose, l’aspetto leggiadro, la bellezza, la piena salute, l’entusiasmo: parola che letteralmente significa avere un dio dentro di sé, “en-theos” ….e qual’è per un mortale l’unico modo per essere così simile agli dei dell’Olimpo? Paradossalmente morire giovane, si’ che l’abominevole vecchiaia non venga a distruggere quella perfetta armonia corporea. La archetipa visione del mondo del nostro mondo occidentale quella di Esiodo, di Omero e ancora di Orazio, di Virgilio, è una giovinezza resa paradossalmente immortale da una morte precoce, il netto contrario di quella moderna, fondata invece sulla macchina, sul suo deteriorarsi e conseguente aggiustarsi, al limite sostituirsi per pezzi, dove la metafora tra corpo e macchina induce una morte sempre differita, un prolungare fino allo stremo quell’assemblaggio di pezzi del tutto indifferentemente dall’aspetto estetico, dal vigore, dall’efficienza. Abbiamo però visto come tale “visione” stia oramai mostrando la corda, e non perché il referente-corpo non si presti ulteriormente ad un suo prolungamento quantitativo di numero di anni, quanto per l’esaurirsi del campo di applicazione quell’”ex-sistere” che non riesce più a contenere “l’in-sistere” Ed ecco che entra in gioco l’entropia, che gli antichi non conoscevano concettualmente, come non conoscevano il 2° principio della termodinamica, ma che entrambi li presupponevano quasi come sorta di “contro-assicurazione” per scongiurare le più grandi malefatte dell’essere, ovvero, la malattia, la vecchiaia, un inutile e stracco accumulo di anni progressivamente e proporzionalmente in credito di bellezza e entusiasmo.La legge dell’entropia è il fondamento del 2° principio della termodinamica , ovvero il principio che stabilisce che materia e energia possono modificarsi in un sola direzione da forme utilizzabili a forme non più utilizzabili , di cui appunto l’entropia è una misura del grado in cui in ogni sistema dell’universo l’energia disponibile si è trasformata in una forma non più disponibile, e il secondo principio della termodinamica è anche il principio di cui si è avvalso Freud per ribaltare la sua concezione della vita come libido volta a sfuggire il dolore e perseguire il piacere, con il saggio dal nome che è tutto un programma “al di là del principio del piacere” e la scoperta di una pulsione di morte come ultima ratio della coazione a ripetere, ovvero ripetere, sempre ripetere, fino ad arrivare all’ultimo girone del desiderio che coincide in sostanza nel voler far ritorno da dove si è venuti, il nulla, prima che cominciasse il processo entropico di consumare tutta l’energia disponibile che potremmo anche equiparare al processo storico, e quindi la morte e non solo quella termica supposta dalla termodinamica , ma quella dell’intero sistema vivente. L’entropia mina l’idea che la storia sia volta al progresso, e la tecnica, la tecnologia e le sue varie forme di evoluzione, fino a quelle di oggi, della digitalizzazione e dell’informatizzazione: la antica “technè” originata dal furto di Prometeo della scintilla divina del fuoco, il suo strumento più appariscente : la technè, questo gli antichi lo avevano espresso a chiare lettere, non è quel paradigma di assoluto valore, che l’umanità superando la triste visione escatologica cristiana, ha creduto di identificare nella macchina; essa ingenera si’ una diversa modalità temporale, non più ciclica, ma progettuale, ma parimenti ne pone i suoi limiti e la sua bivalenza : le catene che avvingono alla roccia del Caucaso l’autore del furto agli dei, Prometeo, sono di ferro ovvero di una lega di metalli, tra i primi prodotti di quella stessa “technè”. Il pericolo che proprio l’entropia possa costituire l’ultima versione di queste visioni del mondo è quanto mai plausibile e trova proprio sia negli antichi scritti o in quel saggio sopra accennato di Freud una sua interazione : una visione del mondo non fondata su di una età dell’oro con un passato da recuperare e far tornare allo splendore, ma una che vada verso quella terrificante "eta' del ferro" con una umanità serva di pochissimi oppure con una visione del mondo, fondata sul nulla, a cui irreversibilmente l’umanità tenderebbe a far ritorno, quel “non-essere” che qualcuno ha chiamato “morte”
lunedì 11 marzo 2024
UN FANTASMA COME PENSIERO E COME FENOMENO
Non ho ho mai avuto una grande stima e neppure una grande opinione di Hegel come filosofo, e questo vale per la sua dialettica e per la abbondanza di frasi e frasette apocalittiche del tipo "cio' che e' reale è razionale e viceversa " ma ho appuntato la mia critica sopratutto sul suo saggio "fenomenologia dello Spirito" laddove ho sempre sempre pensato che quel termine "spirito" potesse essere inteso come un eccedente semantico e quindi addossarvi sul suo significato anche quello di spettro, fantasma, revenant ; quindi se dovessi definire con una certa maggiore varieta' tale termine e conseguentemente il pensiero di Hegel, direi che il suo e' un pensiero fantasmatico: egli difatti nella Fenomenologia dello spirito, parla di coscienza, autocoscienza e ragione come parti o fasi dello spirito , laddove io le potrei anche intendere come parti fantasmatiche del tutto scollegate da una realta'. Prendiamo l’autocoscienza che non e' da lui intesa come coscienza di se stessi, ma si inserisce nel contesto sociale e quindi politico, aggiungendosi quindi alle numerose cose e conoscenze che piu' di un filosofo, pensatore, scienziato, matematico, hanno, prima e dopo di lui, posto non in noi stessi (in-sistere) ma al di fuori, all'esterno di noi (ex-sistere). Comincio' Platone col suo iperuranio o mondo delle idee, inaugurando quindi quel dualismo che ha perseguitato tutto il cammino della conoscenza occidentale (Campanella, Cartesio, Hobbes, Newton, Marx, pero' non Kant che si avvale della sua triplice critica (Ragion pura, Ragion pratica, Giudizio) per uscire da tale impasse. Per Hegel invece, quando il soggetto si confronta con gli altri da sè, entrano in gioco tutta una serie di relazioni, ma anche di conflitti, che pongono in essere il rapporto con l'altro e quindi l’esistenza delle altre autocoscienze. Da qui nasce la figura dialettica servitù-signoria, che come e' noto decretera' la fine della storia, (anche la fine puo' avere un corrispettivo nel termine Spirito) nella accezione del trionfo della prima e quasi ad inverazione della teoria delle quattro eta' del mondo di Esiodo la cui ultima eta' della storia e' appunto "quella dei servi" - Se dovessimo sempre seguire Hegel c'è un altro fattore che il filosofo pone come fine della storia, un fattore di azzeramento di tutti i contrasti in lui stimolato dall'incontro con Napoleone dopo la battaglia di Jena nel 1806 doveappunto il fatto di non avere piu' rivali, indicherebbe nel Corso una sorta di ineluttabilita' a mò di Legge dell'entropia, degli eventi umani tendenti verso l'appianamento di ogni contrasto. Ribadisco quanto sia poca la mia considerazione verso Hegel: fin dai tempi del liceo non ho fatto altro che trovare la sua filosofia velleitaria, rigidamente schematica e sostanzialmente sbagliata. Anche in questo appuntino non mi smentisco - la sua fenomenologia e' di una banalita' disarmante, tra l'altro sarebbe bastato aspettare qualche mese e avrei voluto vedere come avrebbe considerato Napoleone dopo la battaglia di Eylau, per non parlare di un paio di anni dopo in Spagna. Riguardo la supposta grandezza della funzione autocosciente umana anche qui non si può non cogliere l'infondatezza delle sue tesi . Le critiche alla “ragione strumentale” da parte di alcune correnti filosofiche, per esempio la cosiddetta Scuola di Francoforte o il “secondo” Heidegger. o quelle di certa filosofia orientale che si affida all’intuizione, al “vuoto mentale”, come nello Zen, cercando, quest’ultimo, di fare a meno della ragione nella sua totale estrinsecazione umana, in favore, come detto, di uno stato mentale che d’acchito — analogamente all’intuizione di H. Bergson — comprende le cose, per poi agire nella realtà. Tutti questi e altri approcci analoghi, solo tangenzialmente toccano la tematica specifica dell’autocoscienza, mentre riflettono direttamente sulle attività cognitive deputate, appunto, al calcolo e quindi alle strategie per risolvere problemi reali nella realtà quotidiana, essendo attive anche in assenza di autocoscienza.A questo riguardo è molto suggestivo il libro che ho citato assai spesso e che è un pò la mia Bibbia procedurale in tema di pensiero e ragionamento “Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza” dello psichiatra americano Julian Jaynes che, con argomentazioni giustappunto estremamente suggestive, e per me più che convincenti, elenca tutte le funzionalità umane, la concettualizzazione, l’apprendimento di soluzioni pratiche o addirittura il pensiero stesso che possono essere operanti in assenza di autocoscienza. Anche Wilhelm Reich ha espresso considerazioni che conferiscono estrema importanza all’autocoscienza, cui attribuisce la responsabilità dell’allontanamento dalla natura degli umani non più capaci, perchè consapevoli, di abbandonarsi alla pulsazione della stessa natura. La specie umana, da circa centomila anni, non ha subito mutamenti di grande rilievo, si è stabilizzata, il chè vuol dire che un soggetto umano di centomila anni fa è sostanzialmente uguale a noi. A riguardo è interessante ricordare F. Nietzsche e l‘antropologia filosofica — M. Scheler, il Nietzsche cristiano, come diceva di lui Troeltsch e ancora Plessner e Gehlen, che invece parlavano di una natura umana ancora instabile, cioè incompleta e situata nella natura in “posizione eccentrica”, perchè il suo apparato pulsionale-istintuale, pur potente e di certo assolutamente naturale, non è rigidamente determinato come nelle altre specie. A fronte di queste caratteristiche, la capacità culturale umana, prevalentemente razionale, essendo pressochè infinita, è aperta a ogni cambiamento, funzionale o disfunzionale. L’errore, dunque, riguarderebbe l’emergere dell’autocoscienza, o meglio di quelle proprietà cognitive che rendono il soggetto capace di visualizzare se stesso, di ragionare sul suo essere in vita e sulle capacità dei suoi atti volitivi, nonchè porsi il significato del suo stare al mondo, e della sua finitezza solitamente implicato, almeno dal punto di vista storico, con concezioni trascendenti e comunque non totalmente radicate nella realtà contingente. Non è un caso che vengono considerati di derivazione umana i reperti archeologici quando essi siano segni di cerimonie o siti funerari. La consapevolezza della propria morte è caratteristica dell’autocoscienza e quindi essa viene utilizzata come fonte artistica, rituale e religiosa. Queste peculiarità cognitive aprono la strada al soggetto cosciente di sè, quindi emerge l’individualismo e quelle tendenze dell’agireumano cui genericamente si attribuisce l’attributoegoistico-egotistico. Il tragico dell’essere umano sta proprio in questo passaggio che implica, di fatto, lo sradicamento da quella comunità che invece gli rende possibile la vita. Nessun umano potrebbe vivere in solitudine a partire dai primi giorni di vita. Il periodo dell’allattamento e dello svezzamento, vissuto in quasi completa eteronomia, è tra i più lunghi rispetto alle altre specie, proprio perchè ha bisogno di essere accudito strettamente dalla madre o da chi ne fa le veci. Da solo non è in grado di mantenersi in vita. Tutto questo e' stato inesorabilmente scambiato dai filosofi cultori del dualismo per una sorta di paradigma obbligato e quindi all'affermazione di una netta distinzione tra esterno e interno nella costituzione della coscienza umana e di tutte le sue manifestazioni, e ha dato sempre luoghi a schemi, schemetti, dialettiche campate in aria, di cui forse la esternazione piu' nociva e' stata quella di una sorta di coniugazione tra Hegel e Marx che si rifannno entrambi ai principi di societa' bottegaie fondate sul denaro e con un unico valore, il valore di scambio nel commercio e nell'economia (leggi sopratutto la societa'anglosassone con il passaggio di testimone nella societa' statunitense, secondo i parametri lucidamente individuati dal filosofo e geofisico tedesco Carl Schmitt nel suo saggio Terra e Mare del 1942
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