sabato 29 luglio 2023

INTEGRALE SUI CAMMINI PIUCHEPERFETTO

Ieri avevo fatto delle foto al mio nipotino Marcello Gruia con la Croce Pour le Merite mettendole anche sulla mia pagina FB dicendo che era la decorazione che il nonno del nonno avrebbe potuto guadagnarsi se solo un bel po’po’ di cose fossero andate differenti e in quel fatidico 1914 l’Italia onorando la sua  piu’ che trentennale alleanza con Austria e Germania fosse entrata in guerra schierando i suoi previsti sei corpi d’armata sul fronte occidentale al comando del Gen.Zuccari che avrebbero rintuzzato l’intervento dell’armata francese dell’Interno di Gallieni, scongiurando così la flessione dell’ala destra dell’ala marciante tedesca e quindi determinando la vittoria della “Battaglia della Marna" Questa notte ho sognato che facevo la spola tra castelli mirabolanti dove proprio Marcello combatteva con una spada contro un ragazzino piu’ grande , cio’ dovrebbe intendersi che mi sono consentite fantasie giustappunto mirabolanti, alla “Trono di spade” che infatti nel sogno nominavo, ed allora ripensavo a quella foto con la Pour le merite una decorazione non certo inflazionata come la Legion d’Onore, che l’hanno avuta persino nostri innominabili politici o  la Victoria Cross e altre decorazioni inglesi (Ordine del Bagno, della Giarrettiera)  che vengono sempre date al valore commerciale  o la nostra Croce dell’Ordine Militare che e’ stata data persino al gen Figliolo (quello dei camion di Bergamo e poi delle vaccinazioni  forzate). Allora come avrebbe fatto il nonno del nonno di Marcello Gruia, cioe’ mio nonno,  a guadagnarsi la Pour le Merite.
Eh!
  ne ho fatto cenno sul post bisogna lasciarsi andare alle ali della fantasia, ma una fantasia ragionata che si rifa’ a studi precisi, a argomentazioni diverse, a scenari inusitati ecco ad esempio i saggi di Guenon, di Junger, di Evola, di Schmitt per immaginarsi appunto un diverso campo d’azione.Nonno del nonno, come ho anzidetto,  significa mio nonno ovvero Mario Nardulli nato il 25 novembre 1888, personaggio centrale della mia formazione  la cui persona viene presa come riferimento per opere dei cambiamenti epocali , sfruttando le concezioni teoriche dell’integrale sui cammini di Feynman, proprio per articolare uno dei possibili mondi, anzi universi paralleli, ma resi diversi appunto da un diverso modo di far reagire le stringhe in una supersimmetria di riscontro. Si da anche per scontato una certa imprecisione degli Elohim o Annunachi che dir si voglia, nella costruzione della tipologia umana, ovvero in fase di partenza dal nostro pianeta,  grosso modo tremila anni fa, cioe’ all’apparire della coscienza con il definitivo crollo della mente bicamerale  (Jaynes) ovvero quella con emisfero sinistro deputato alla parola e alla metafora (condensazione) e quello destro deputato alle voci allucinatorie degli dei e alla metonimia (spostamento). Lasciano un prototipo unico immortale e invulnerabile che ha il potere di cambiare forzatamente le cose del mondo, giustapppunto muovendosi simmetricamente tra le varie stringhe, scegliendone una che quindi assume la connotazione di superstringa e delinea un universo intenzionale. Sono io tale  prototipo che si trasforma risvegliandosi e scegliendo l’ultima possibilita’ di avere un diverso integrale  in un diverso universo, sul racconto del vissuto piuttosto scialbo della vita inscritta negli anni piu’ squallidi ovvero quella con il completo trionfo delle potenze di mare (Inghilterra e Stati Uniti) come
lucidamente espresso da Carl Schmitt nel 1942 nel suo saggetto di geo-politica “terra e mare” Voglio per Marcello Gruia una vita come nel sogno fatta di trionfi e di ritorno alla tradizione, per averla comincio ad operare a partire proprio dal 1888 anno di origine del nuovo integrale sui cammini . I precedenti forse piu’ articolati erano il 1348 per scongiurare la farsa della pestilenza e l’ascesa dei mercanti bottegai previo ricorso ad un falso umanesimo con un velleitario individulaismo (Evola) e la pellicola riduttiva di un codice classico arbitrariamente dedotto da un ritrovamente antico piu’ uno strumento di rappresentazione (la prospettiva brunelleschiana) e quindi boicottare i vari attentato del liquido
  mondo anglosassone al solido mondo terricolo della tradizione e dell’Impero. La seconda era quella del 1720 o giu’ di li’ e boicottare fortemente la cosidetta rivoluzione industriale e la coeva istituzione della Massoneria (sempre prodotti anglosassoni)  la terza invece aveva il ritorno alla guida poitica dell’Impero Asburgico del piu’ grande europeo di tutti i tempi il principe Clemens di Metternich, richiamato dalla crisi della guerra di Crimea (1853) ottantenne ma ancora lucido e in grado di imprimere all’Europa una stabilita’ e giustezza  tali da assicurarne la prosperita’ per tanti decenni a venire (previo un degno successore da inventarsi : battere i bottegai franco inglesi e savoiardi, sconfiggere poi duramente Napoleone III  prima in Italia  (1859) e poi con 10 anni in avanti a Sedan e realizzare una grande confederazione imperiale. Questi integrali sono comunque molto piu’ complessi e articolati del quarto che invece si rifa’ ad una doppia super simmetria e comincia nel 1914 ma con i precedenti interventi dele 1888 per avere un mondio il piu’ possibile in accordo con tale periodo.
In Italia e’ Re dal gennaio 1878 Umberto I con la consorte Margherita che delineano una epopea davvero ottimale (Belle Epoque in riverbero Italiano). Dominano le splendide canzoni napoletane e le atmosfere delle Copielle, a’ Posteggia  il cafe’ Chantant con tanto di sciantose:   O sole mio, reginella, e’ spingole francesi , Crispi e’ Capo del Governo ma e’ li da scoppiare lo Scandalo della Banca Romana, a Londra ci sono i famosi delitti di Jack lo squartatore. La casa che funge da centro direttivo  e’ al Piano Nobile di via Aureliana 25 in Roma. Ci trasferiamo pero’ in Austria con il nuovo anno e vediamo di impedire che Rodolfo II si suicidi a Meyerling (genn.1889), quindi boicottiamo tutte le invenzioni che sviluppino il motore a scoppio e quindi l’uso della benzina, restiamo con vapore e carbone (uno come Rockfeller deve finire in miseria) il che significa niente vaccini, niente farmaci , sbugiardamento di Pasteur e sugello del principio di Bernard “il microbo e’ nulla, il terreno tutto” quindi Bechamp e su Darwin invece prevale Lamarque. Le invenzioni sono tutte avversate , mentre si da grande valore alle correnti artistiche impressioniste (Monet sopra a tutti quindi Cezanne, Renoir, Degas, Van Gogh, Gauguin e in  italia i Macchiaoli. IL Gen Baldissera ex austriaco promuove la colonia Eritrea e stila un accordo con Ras Makonnen che diviene lui Negus e non Menelik (1890) quindi niente guerra con l’Etiopia ma un giusto Protettorato di S.M Umberto I sull’Impero Etiopico , Il fucile mod, 91 e’ il punto piu’ avanzato della tecnologia delle armi e lo restera’ per 80 anni, Giolitti a capo del Governo sana i bilanci e riesce a mantenere la situazione nello Scandalo della Banca Romana la quale invece segna la fine della carriera di Crispi Avremo al Governo nel fine secolo e nel passaggio al XX : Sonnino, Saracco, Zanardelli e Baldissera dopo essere stato nominato Generale d’Esercito (1897) Niente fasci siciliani e ovviamente niente moti di Milano, niente cannonate di Bava Beccaris e conseguentemente niente uccisione di Umberto nell’agosto del 1900. Neanche a parlare degli esperimenti Radio di Marconi e neppure di progressi nella telefonia, anche sulla luce e l’illuminazione pubblica io non sarei così frettoloso, motori per automobili private neanche per idea , mentre ecco si qualche concessione alle sequenze di immagini: il cinema dei fratelli Lumiere, ma pochissimo sviluppo delle pellicole a soggetto, ecco il massimo l’innaffiatore innaffiato, i film sono soprattutto documentari (1895 -1910) con il nuovo secolo niente aeroplano, fallimento dei fratelli Wright e a volare non ci si pensa piu’. Niente massiccia emigrazione in america e quindi niente mafia organizzata . ed ecco che si comincia a coccolarsi il modello ; ragazzetto sveglissimo, robusto, fa vari sport e si mette in luce nel nuoto e nel canottaggio , si iscrive al ginnasio nel 1903 e prende la licenza nel 1905, ma ha un furioso litigio con il padre e nell’agosto  scappa di casa raggiungendo il Lago di Garda dove fa svariati mestieri;  si stabilizza a Salò e lavora in una ferrovia locale .e’ alto robusto, decisamente un bel ragazzo, anche se ha interrotto gli studi legge molto e si informa su vari specifici (ad esempio scopre la psicoanalisi nel dicembre del 1905 su avallo di una giovane signora, che e’in contatto con dei medici di Vienna ). Rimane a Salo’ per due anni fino al 1907, poi nel gennaio 1908 fa ritorno in famiglia e riprende gli studi interrotti prendendo la maturita’ classica nel 1910 per partire nell’ottobre militare come allievo ufficiale che in relazione alla sua iscrizione delle liste di leva di Salò viene assegnato negli alpini al 3° rgt° btg. Exilles.Nominato Sergente nel marzo, nel giugno 1911 viene nominato Sottotenente ed assegnato al btg. Venzone del 5° alpini per il servizio di 1^ nomina a Mantova. Nel febbraio 1912  viene inviato in Libia alle dipendenze del Gen. Tommaso Salsa  che lo nomina ufficiale di collegamento tra la sua Divisione e l’8° rgt° alpini comandato dal Col. Cantore. Avra’ modo di distinguersi meritando prima un encomio solenne e poi una medaglia di bronzo al v.m. sul campo (maggio 1913) Viene rimpatriato e collocato in congedo con la promozione a Tenente (9 giugno 1913) . torna a Roma e si impiega alle Ferrovie con frequenti missioni nelle tratte meridionali Napoli- Bari- Palermo. Francesco Giuseppe sebbene abbia ampiamente superato gli  ottanta anni non ne vuole sapere di lasciare il trono e così si lascia facilmente irretire nel proclamare quel famoso ultimatum alla Serbia dopo l’uccisione del Principe Francesco Ferdinando.  Umberto e’ ancora sul trono e ha settant’anni :  allo scoppio della guerra il 28 luglio 1914  tra Austria e Germania contro Francia e Inghilterra e neutralita’ della Russia , che tutto sommato non si fa irretire in una alleanza con le potenze di mare,  mentre l’Inghilterra gia’ si adopera per spingere alla guerra gli Stati Uniti. Umberto immediatamente si associa alla dichiarazione di guerra a Serbia, Francia, Inghilterra rispettando appieno le clausole della trentennale alleanza e disponendo l’invio di 6 corpi d’armata al cdo del gen. Zuccari sul fronte occidentale. Lui Mario Nardulli era stato gia’ richiamato alle armi il giorno precedente 27 luglio 1914 ed assegnato al 4° rgt° alpini a Torino  come tenente con incarico di cte interinale di compagnia subito operativo nelle Alpi occidentali  entrato in zona di guerra dal primo giorno dello scoppio del conflitto in zona Alta Savoia . Il 29 luglio effettua una incursione verso Tignes e poi al Lago  per poi dilagare con la propria compagnia  verso “le rouiseau de beau plan” dove  cattura una intera compagnia nemica e si dispone all’accerchiamento di altri reparti che con il pervenire del reggimento al completo porta ad un importante avanzamento di tutta la zona. Nel corso dell’azione e’ ferito alla spalla destrra da schegge di Shranapels  (1 agosto 1914) dopo che era rimasto in linea per una ferita al braccio approssimativamente curata. Ricoverato ad un Ospedale da campo e’ immediatamente proposto per la medaglia d’argento al v.m. sul campo che gli viene conferita con il Gen. De Churand che gli appunta la medaglia sul petto (7 agosto 1914) . inviato in licenza di convalescenza di 5 gg.  l’8 agosto , il 13 agosto e’ destinato al Corpo d’Armata Speciale in Francia che fa parte del contingente di invio dei 6 corpi d’armata comandati dal Gen. Zuccari  (a proposito il capo di S.M. non e’ Cadorna che il Re non aveva troppo in simpatia, bensi’ il Gen. Roberto Brusati ), il suo corpo d’armata il VI e’ comandato dal Gen. Cigliana. Con R,D, del 17 agosto 1914 riceve la promozione a Capitano e pertanto nel suo nuovo incarico assume il cdo titolare di compagnia (22 agosto) questo mentre va iniziando la battaglia delle frontiere, cui per il momento i sei corpi italiani non presero parte: Lo fecero a partire dal 31 agosto ed il 5 settembre  provvidero  a rintuzzare  l’Armata dell’Interno del Gen. Gallieni contribuendo quindi al vittorioso esito della Battaglia della Marna, in cui l’esercito francese annientato e le truppe austro tedesche italiane entrarono a Parigi 7 settembre 1914   Nei giorni successivi la Francia addivenne alla richiesta di armistizio (9 settembre)  mentre ilm contingente inglese  diede inizio a una serie di manovre nel tentativo di svincolarsi dalla pressione degli eserciti della Triplice  e raggiungere la Manica  dando luogo alla cosiddetta "corsa al mare". 10 – 17 settembre 1914  Il reparto del nostro M.N. non aveva preso parte alla battaglia della Marna e aveva occupato delle posizioni  sovrastanti proprio il contingente inglese su una felice intuzione del Magg.Gen. Enrico Caviglia cte della Divisione che durante la corsa al mare ne avrebbe anticipato le mosse. In questo frangente  M.N. che fu interinalmente nominato cte di un battaglione misto si trovo’ a rintuzzare direttamente l’urto inglese riuscendo a infrangerne l’impeto (17)b  e consentire l’apporto del resto della divisione di Caviglia (18-19)  e di altre due tedesche(19)  e una austriaca (20) determinando così l’accerchiamento e l’annientamento del contingente inglese che venne interamente catturato . (20-21 settembre 1914 ) Tuttavia l’Inghilterra non chiese armistizio e chiamo’ a difesa insulare tutta la sua marina schierata sulla Manica (20-26 settembre) I tedeschi conferirono la Pour le merite’ al capitano Mario Nardulli (25 settembre ) e quella con fronde di quercia al Gen. Caviglia , mentre dall’Italia arrivava il 5 ottobre 1914 la promozione a Maggiore per merito di guerra sul campo. Entusiasmo alle stelle, ma l’Inghilterra grazie alla sua Marina riusciva a rendere inespugnabile il suo territorio insulare e intanto le tentava tutte , soprattutto mobilitando la Massoneria per far entrare gli Stati Uniti nel conflitto (ottobre 1914) . Per ora basta così, se mi andra’ di darne il seguito di una situazione così differente, dove l’istanza Schmittiana di Terra/Mare viene  platealmente affermata lo faremo in un nuovo articolo/divertissement

mercoledì 5 luglio 2023

DA MARIO A MARCELLO

 

Mario : Un tempo ero orgogliosissimo di questo nome per il fatto che apparteneva alla persona che ho stimato e amato piu’ di tutti : Mario Nardulli nato il 25 novembre 1888 e che in quanto nipote fu dato anche a me (9 giugno 1948), ma poi avverse, anzi diciamo proprio sgradite e sgraditissime situazioni legate a personaggi che avevano questo nome hanno finito per disamorarmi delle accezioni prettamente nominalistiche  del termine, e ho quindi deciso di fare il contrario di quello che si fa di solito : dare il nome del nonno al nuovo nato, ebbene io faccio il netto contrario : da nonno prendo il nome del nipote, ovvero da Mario prendo il nome Marcello  La prima disillusione era stata quando mi sono reso conto che il mio nome non era affatto quel prototipo di originalita’ che avevo creduto nell’infanzia – caso curioso nella via dove abitavo appunto nell’infanzia, via nicolo’ V, a ridosso delle Mura Vaticane e dominate dalla mole “der Cuppolone” non c’era nessuno, ma proprio nessuno che si chiamava Mario; una marea di Giuseppe, Paolo e Franco a profusione, persino piu’ di un Filippo e poi Luigi, Sergio, ma di Mario neppure l’ombra, sicche’ ricordo che nel  periodo piu’ “animistico” dell’infanzia, quando si tende a considerare tutte le manifestazioni della natura e anche del sociale, strettamente correlate a te stesso,  (il sole sta in cielo per farti giocare, il mondo e’ sotto il balcone a portata della tua mano che basta allungare per prenderlo tutto, quell’albero sta proprio la’ per farti ombra quando sei sudato  e hai bisogno un po’ difrescura, etc.), mio padre per premiarmi che sapevo benbrogliarmi nella lettura, mi aveva fatto l’abbonamento a Topolino a partire dall’agosto del  

1952 e la cosa da allora era continuata negli anni “ecco visto che Mario oramai e’ un provetto della lettura  gli faremo questo dono “ aveva detto e la cosa era andata avanti mese dopo mese , anno dopo anno, per cui mi ero andato convincendo che la parola “som-mario” che stava sempre nella prima pagina del giornaletto,  stesse li’ in mio onore, dato che mi arrivava sempre ogni 10 e 25 del mese, appunto i giorni in cui all’epoca usciva  il Topolino da 80 lire. L’infanzia si sa, un bel giorno decide di andarsene e improvvisa- mente il tempo ha una accellerata vertiginosa, quel giorno che sembrava durare un’eternita’ complice quel sole che in cielo non ne voleva proprio di sapere di tramontare, di colpo se ne andava oltre la siepe, ed eccoti al buio, e  mannaggia… quella mano che un tempo sembrava proprio che riuscisse ad afferrare tutto, ora la ritraevi tutta vuota, senza niente, che magari per caso, le rimanesse appiccicato.  Proliferano i Mario appena si esce da quel piccolo paradiso terrestre che e‘ l’infanzia ( un detto da Freud, non da me)  ed io mi sento sempre piu’ pressato da questo tempo frettoloso e tiranno, e sempre in debito di quella originalita’ che era stata una mia peculiarita’ dei primi dieci, undici anni di vita. C’è Mario Monicelli il regista, e va bene,  Mario Girotti che quando faceva Cerasella e non era ancora 
 Terence Hill, mentre Bud Spencer si chiamava Carlo Petersoli ed era intimo amico di mio padre che lo chiamava Carletto dato che erano stati insieme nella squadra nazionale di pallanuoto;  si insomma parecchi Mario anche vieppiu’ a scuola e persino tra gli amici, ma nessuno a demeritare, 
 per cui ci poteva stare solo quella  perdita di originalita’;  certo avrei voluto chiamarmi Galvano o Lodovico, ma tutto non si puo’ avere, e quindi avevo cominciato a farci il callo a tutte queste persone che  si chiamavano come me.  Non piu’ anni, ma decenni si erano andati accavallando, senza che avessi a ritornare su tale questione; certo magari qualche insofferenza per persone che non mi piacevano granche’,  tipo un personaggio della radio che si era deformato il nome in Marione che parlava ossessivamente solo di calcio  (sia la radio sia il calcio sono cose che ho sempre aborrito) , un comico che giocava un po’ sul piano dell’assurdo  che non mi era congeniale, ma che qualcuno aveva alluso che mi somigliasse non solo per il nome e perche’ fosse un architetto come me “ma tu sei scemo “ rispondevo piccato  quello sara’ alto uno e settanta, io sono un metro e ottantasei” . insomma, ci sta messo che non tutti quelli che si chiamano come te, una volta che ne hai constatato una notevolissima diffusione, non potessero essere tutti di tuo gradimento. Si era quindi arrivati alla vecchiezza , magari non proprio estrema come quella di oggi, ma insomma bella che pronunciata:  sessantaquattro anni  2012 e chi ti nominano capo del governo ? un iper
neoliberista, euoropeista
  convinto quindi filo UE, professore alla Bocconi, legato a tutti i gruppi speculativi di alta finanza del mondo, cioe’ stante la mia ciultura, il mio punto di vista :  il peggio del peggio, sulla scia degli ultimi personaggi proposti dalla nostra politica i Prodi, i Ciampi, i Napolitano, che pero’ non si chiamavano Mario.  Ecco con quel  primo Mario a capo del governo e’ allora che il mio nome  comincia a starmi  proprio stretto.  Passano quasi dieci anni, febbraio 2021 nel pieno della piu’ grande farsa mai perpetrata in tutta la storia del genere umano ed ecco viene nominato  a capo del Governo, il rappresentante piu’ convinto di tutto quel mondo di bottegai,  di inganni, di farse ed anche di veri e propri carnefici di liberta’ …..e questo figuro si chiama …........................................................................Mario.
Ecco capite perche’ a questa seconda onta non ce l’ho fatta a resistere , tanto piu’ che oramai la mia vecchiezza si era fatta davvero estrema ( quasi 73 anni e fino a passare i 74, nel luminosissimo giorno del 21 luglio 2022 delle dimissioni 
 del soggetto in questione ) e ho maturato la decisione di non chiamarmi piu’ Mario, ma cambiarlo in Marcello.  Un nome che ho sempre adorato, per via della appartenenza all’unico attore che mi sia
sempre piaciuto e abbia anche ammirato Marcello Mastroianni, per qualche altro bel soggetto frequentato nella vita, ma soprattutto per essere il nome di mio nipote Marcello Gruia Nardulli nato il 23 febbraio 2019. Mi ha divertito l’idea di fare il contrario di quello che si fa di solito : dare il nome del nonno al nuovo nato, ebbene io faccio il netto contrario : da nonno prendo il nome del nipote: se non e’ simmetria questa , anzi direi proprio una super simmetria come quella che governa le stringhe in fisica quantistica secondo la M-Theory di Witten (1995) e che asseconda anche il famoso inconscio come insiemi infiniti dello psicoanalista cileno Ignacio Matte’ Blanco

 

giovedì 29 giugno 2023

MANIPOLAZIONE TUTTA A SINISTRA

IL meccanismo manipolatorio agisce alla grande sulla "sinistra" specie questa sinistra del secondo millennio che si e' fatta cavalier servente del liberismo piu' sfrenato e piu' abbietto, quello di poche lobbies di magnati eredi dei bottegai che hanno iniziato la loro marcia di conquista del mondo sostituendo nell'immaginario più o meno popolare, quello che un tempo era prerogativa del Dio. Da un lato la manipolazione mediatica isola una o più caratteristiche di larga diffusione - l'istruzione superiore, la residenza in un'area metropolitana, la gioventù - e le trasforma in distintivi di appartenenza a una élite sedicente virtuosa in seno alla comunità di riferimento, dall'altro crea un'aspettativa positiva associando queste caratteristiche a preferenze politiche presentate in termini altrettanto positivi- l'internazionalismo, l'europeismo, il politicamente corretto, generando così nei destinatari un obbligo morale ad aderirvi, per certificare la propria
appartenenza alla schiera dei migliori.
Il fenomeno, noto agli psicologi sociali come Effetto Rosenthal o Effetto Pigmalione, descrive la possibilità di indurre i comportamenti e/o le qualità di un soggetto rendendogliene manifesta l'aspettativa da parte di un'autorità o di una guida riconosciuta. Se i giornali scrivono che i cittadini più istruiti votano progressista perché sono saggi, questi ultimi tenderanno ad avverare la profezia votando progressista, sì da essere degni di annoverarsi tra i saggi. Collateralmente anche i meno istruiti, purché esposti alla narrazione, orienteranno le proprie opinioni verso il medesimo standard per assimilarsi ai migliori. In questo modo la descrizione mediatica diventa norma coattiva, avverando se stessa. n un altro articolo di questo blog si è visto come il principale movente politico della vasta e longeva categoria dei moderati non risieda nell'interesse o negli ideali, ma piuttosto in un desiderio di celebrare la propria superiorità aderendo agli standard etico-politici di volta in volta fabbricati e magnificati dagli organi di stampa, cioè dal potere in carica. Si è anche visto come la coltivazione di exempla negativi da cui distinguersi - gli estremisti, i razzisti, i fascisti, i terroristi, gli indifferenti, la pancia degli elettori ecc. - sia strettamente funzionale all'allestimento letterario di quegli standard buonisti e alla loro imposizione: il terrore di finire dietro la lavagna con il cappello dell'infamia spinge i gregari a suffragare qualsiasi atto, anche il più atroce. È il terrore atavico dell'esclusione dal branco, la cui urgenza irrazionale diventa strumento di propaganda e di sottomissione in quanto prevale sugli interessi dei singoli, anche i più legittimi, e li annulla nell'imperativo di un presunto bene spersonalizzato e comune - cioè del personalissimo bene di chi detta le trame ai giornali.

Ai mezzi di informazione spetta il compito di alimentare questa aggregazione autocelebrativa coltivando simboli, mode, antagonismi e dibattiti che, per aggredire i gangli prerazionali del target, devono affondare la loro suggestione negli archetipi più radicati e ancestrali. Limitandoci al caso qui analizzato, la dialettica centro-periferia allude, sotto l'apparenza asettica del dato demografico, alla connotazione morale e intellettuale dell'urbanitas latina in quanto eleganza di modi e di eloquio e "tacita erudizione acquisita conversando con le persone colte" (Quintiliano, Inst. orat. VI III 17), da contrapporre alla grezza rusticitas. Se città e civiltà condividono il medesimo etimo (civitas), la villa (cascina, podere e, per sineddoche, la campagna tutta) partorisce non solo il villico, ma anche il villano e l'inglese villain, cioè l'antagonista, il malvagio, l'irredimibile cattivo delle fiabe. In quanto all'istruzione, il suo riflesso positivo e condizionato ha una radice quantomeno duplice. Da un lato rimanda anch'essa alla celebrazione classica dell'erudizione e, per successiva approssimazione e sovrapposizione semantica, alla sapientia della pneumatologia cristiana che in origine identifica discernimento e saggezza. Che i dotti debbano avocare a sé la guida delle cose pubbliche era già in Platone, là dove contrapponeva alla democrazia ateniese la sofocrazia, il governo dei filosofi e dei sapienti. Dall'altro, l'attenzione al grado di istruzione innesca un automatismo pedagogico che rispecchia l'infantilismo coltivato dai media e dove la qualità degli individui è misurata in termini di diligenza e non di intelligenza. Sicché lo studente/cittadino meritevole è quello che ascolta la maestra, passa gli esami e consegue il titolo di studio, così come il politico buono è quello onesto che si attiene alle regole senza metterle in discussione, il lettore buono è quello che ripete tutto ciò che legge sui giornali e il popolo buono è quello che fa i compiti a casa di merkeliana memoria, senza interrogarsi sulla bontà del progetto politico sotteso. Il successo di questa articolata "captatio benevolentiae" è tale da suscitare non solo l'autocompiacimento dei suoi destinatari - sì da renderli argilla nelle mani del manovratore di turno - ma anche un odio acerrimo verso chi non si conforma allo schema. I moderati, nonostante rappresentino di norma la maggioranza dell'elettorato (diversamente il potere non se ne curerebbe), amano immaginarsi come uno sparuto manipolo chiamato a difendere la fiamma della civiltà dai barbari. La loro forza sta nella paura, e la paura genera odio. Sicché, nei rari casi in cui la realtà non si conforma alle loro aspettative, si scagliano contro chiunque ardisca trasgredire il catechismo impartito dai loro giornali. Il subumano va arginato e interdetto per il bene di tutti e in deroga a tutto. Resta l'effetto: quello di rendere dicibile l'indicibile - la revoca del suffragio universale - e di gettarne il tarlo nelle teste dei lettori, così da prepararli ad applaudirne l'avvento e illuderli che, quando ciò accadrà, loro non ne saranno colpiti trovandosi al sicuro sulla sponda dei migliori. Insomma è sputato quello che sta accadendo oggi con questa farsa della pandemia, di un terrificante , anzi flagellante (per usare un termine assai caro alla stampa di regime) contagio, che in realtà ha quasi realizzato il sogno indistruttibile della medicina allopatica e della farmacologia "di fare di ogni sano un malato" tirando fuori dal cappello di illusionista i termini del nuovo "crugifice" Negazionista, complottista, No vax, no mask. Avendo chiarito che le temibili decisioni della massa ignorante non sono altro che le decisioni sgradite alla massa degli opinionisti e dei loro lettori, non è del tutto ozioso chiedersi se esista davvero, e in che misura, una correlazione tra l'istruzione/informazione degli elettori e la qualità della loro partecipazione politica. Nel mischione semantico postmoderno, "scientia" (conoscenza) e "sapientia" (saggezza) convergono nell'accezione burocratica del sapere certificato dai titoli di studio, sicché la sofocrazia platonica - il governo dei saggi - diventa il governo dei laureati e, a fortiori, di coloro che formano i laureati, cioè dei professori, attestati da non meglio precisati titoli se non quelli di un asservimento da mercimonio al sistema . Essa diventa quindi tecnocrazia, l'esito ossessivo della contemporaneità politica in cui l'equivoco di una seduzione antica si coniuga con l'ulteriore equivoco di una competenza che si vorrebbe rivolta agli strumenti - il diritto pubblico, i regolamenti di settore, le norme contabili ecc. - e non ai fini del governo comune. Se gli strumenti nascono al servizio dei fini, escludere dalla determinazione dei fini coloro che non conoscono gli strumenti è un modo intellettualmente puerile per avocare a sé le decisioni, nel proprio interesse. Per lo stesso risibile principio, chi non ha studiato l'armonia tonale non potrebbe esprimere preferenze musicali, chi non conosce l'aerodinamica non potrebbe decidere su quale volo imbarcarsi e a chi ignora la geologia degli idrocarburi andrebbe vietato di impostare il termostato di casa. L'aristocrazia del passato, più onesta, spregiava il vile meccanico anteponendogli l'erudizione e il lignaggio. Quella odierna lo glorifica per dare una parvenza di asettica meritocrazia ai propri capricci. Si riporta un'interessante ricerca della professoressa Penny Lewis sulla ricezione della guerra di Vietnam presso il pubblico americano di quindi più di mezzo secolo fa " in generale, i settori più istruiti del pubblico hanno sostenuto più di tutti il prolungamento dell'impegno militare americano [in Vietnam]. Nel febbraio del 1970, ad esempio, Gallup sottoponeva al campione il seguente quesito: "Alcuni senatori sostengono che dovremmo ritirare immediatamente le nostre truppe dal Vietnam: siete d'accordo?". Tra coloro che fornirono una risposta, si espressero in favore del ritiro immediato oltre la metà degli adulti in possesso di licenza elementare, circa il 40% dei diplomati e solo il 30% di coloro che avevano frequentato un'università. Non si trattava di un'anomalia statistica. Nel maggio del 1971 il 66% dei rispondenti laureati riteneva che la guerra fosse stata un errore, a fronte del 75% dei diplomati. In generale, un'attenta lettura dei dati dimostra che nella maggior parte delle questioni riguardanti la guerra, la più forte opposizione al coinvolgimento americano in Vietnam provenne dalla parte meno istruita della popolazione. " Tornando al nostro Paese : poiché raramente i programmi di storia dei licei si spingono oltre il Fascismo, ci piace ricordare anche ai più istruiti che cosa fu la guerra in Vientam: una lunga, inutile e sterminata carneficina, la più grande dopo la seconda guerra mondiale, con oltre 5 milioni di morti di cui quasi 4 civili, dieci nazioni coinvolte, rappresaglie, stupri, torture e milioni di sopravvissuti traumatizzati a vita. Ma essa fu anche la più grande sconfitta politica e militare degli Stati Uniti, che in quell'avventura persero oltre 160 miliardi di dollari e quasi 50.000 uomini senza ottenere nulla, se non la vergogna di un attacco infame e di una disfatta su tutti i fronti. Inaugurata con il pretesto evergreen di proteggere un gruppuscolo esotico dai cattivoni di turno (allora erano i comunisti, oggi frequenterebbero una moschea) e degenerata nella penosa illusione di "rendere credibile la potenza" americana (cit. JFK), la guerra in Vietnam durò vent'anni. E in quei vent'anni l'opinione pubblica americana ne conobbe le atrocità leggendo i reportage, seguendo i documentari e ascoltando le testimonianze dei rimpatriati. Con il passare degli anni anche la prospettiva di un esito favorevole del conflitto appariva sempre più remota, sicché sostenere l'impegno militare dopo 15 anni di inutili stragi non era da ignoranti, ma da stupidi. E i più stupidi erano proprio i meno ignoranti. Più avanti, nello stesso libro, si riporta la conclusione di uno studio condotto dal prof. Richard Hamilton nel 1968, secondo il quale: " ... la preferenza per le alternative politiche più "dure" si riscontra con maggior frequenza tra i seguenti gruppi sociali: i più istruiti, coloro che occupano posizioni di prestigio, le categorie ad alto reddito, i giovani e le persone che prestano molta attenzione ai giornali e alle riviste. La testimonianza è di sorprendente attualità. Non solo perché le categorie sociali citate - gli istruiti, i prestigiosi, i benestanti, i giovani, prevalenti tra i falchi politicamente miopi di allora - sono esattamente le stesse in cui la stampa di oggi pretende invece di celebrare l'elettorato più lungimirante, ma soprattutto per la chiave di lettura che si anticipa nella chiusa. Queste persone non sono semplicemente informate, ma "prestano molta attenzione ai giornali e alle riviste". La ricerca di Hamilton evidenzia una correlazione tra quegli status sociali e una maggiore inclinazione a lasciarsi orientare dall'informazione stampata, cioè dalla propaganda. Elidendo i termini centrali, le retoriche degli opinionisti moderni si potrebbero allora ritradurre e semplificare così: l'elettore buono è quello che fa ciò che gli dicono i giornali. A prescindere dalla condizione sociale, che è strettamente funzionale a fabbricare nei manipolati l'illusione della propria superiorità e indipendenza (se in altre circostanze i più obbedienti fossero stati gli incolti, si sarebbe detto che i colti erano inconcludenti, debosciati ecc.). Ma perché i cittadini più istruiti e sopratutto quelli di sinistra sono, mediamente, anche i più esposti alla propaganda? Sul tema una riflessione del sociologo francese Jacques Ellul, dove si sostiene che la moderna propaganda non può funzionare senza "istruzione" o perlomeno una istruzione "incanalata" servile al sistema
quale alla fin fine dopo secoli di protesta sempre un pò manierata, sempre con un sottofondo di frustrazione e di atavica invidia, la sinistra doveva pervenire, mostrando, come ho scritto in un precedente articolo del blog LeNardullier.blogspot.com, di essere in sostanza l'altra faccia di una stessa medaglia e cioè quella del capitalismo nato dalla Rivoluzione Industriale e del progressivo incalzante consumismo. Ellul ribalta la nozione prevalente secondo cui l'istruzione sarebbe la migliore profilassi contro la propaganda. Al contrario, sostiene che l'istruzione, o comunque ciò che è comunemente designato con questo termine nel mondo moderno, è il prerequisito assoluto della propaganda. Di fatto, il concetto di istruzione è ampiamente sovrapponibile a ciò che definisce "pre-propaganda": il condizionamento delle menti tramite l'immissione di grandi quantità di informazioni tra loro incoerenti, già dispensate per altri fini e presentate come "fatti" e "cultura". Ellul prosegue il ragionamento designando gli intellettuali come la categoria più vulnerabile alla propaganda moderna, per tre motivi: 1) assorbono la più grande quantità di informazioni non verificabili e di seconda mano; 2) sentono il bisogno impellente di esprimere un'opinione su qualsiasi importante questione di attualità, e pertanto soccombono facilmente alle opinioni offerte loro dalla propaganda su informazioni che non sono in grado di comprendere; 3) si considerano in grado di "giudicare per conto proprio". Hanno letteralmente bisogno della propaganda.
In termini pedanti, l'istruzione scolastica al netto delle competenze tecniche che impartisce (da cui l'illusione tecnocratica) è il veicolo di trasmissione di un'impalcatura simbolica che riflette e rafforza, in termini necessariamente schematici e riduttivi, gli automatismi ideali della comunità politica di appartenenza.
Un ulteriore esempio, tra i tanti, è la permeabilità del pubblico al discorso pseudoscientifico, che veicola messaggi privi di fondamento scientifico ammantandoli del lessico e del contesto - accademico, editoriale, mediatico ecc. - propri della scienza. La seduzione di questa cosmesi è evidentemente tanto più efficace verso coloro che hanno maturato un rispetto acritico e istintivo verso le insegne della scienza e dei suoi luoghi, cioè in chi ne ha più a lungo subito l'autorità nel corso degli studi. Ciò realizza puntualmente l'intuizione di Ellul: l'istruzione è necessaria per affermare l'autorità dei maestri, ma quasi mai sufficiente per verificarne gli insegnamenti. È un caso etimologico che "dotto" e "indottrinato" condividano la stessa radice (dŏcĕo), e così anche "sedotto" ed "educato" (dūco). Non è invece un caso che i cittadini più istruiti, sia per il maggior prestigio sociale di cui mediamente godono, sia per l'impalcatura simbolica dispensatagli dalla scuola, sia per un risibile e mal dissimulato orgoglio di classe, siano i bersagli non solo preferiti dalla propaganda, ma anche i più facili. e comunque e' un po' la medesima tesi dell'ironicissimo fisico quantista Richard Feynmanche prendeva le distanze da una cultura un po' troppo superficiale e quindi suscettibile di essere
manipolata, proprio quella che emerge dal piu' che secolare rovellio intellettuale della ideologia di sinistra e che ha come suo archetipo originario non tanto il pensiero di Karl Marx, quanto del suo massimo ispiratore ovvero quel Giorgio Hegel che ipocritamente sosteneva che il reale è razionale e il razionale reale, proprio per mettersi al sicuro da critiche fin troppo plausibili che filosofi meno inclini alla piaggeria (Schopenauer, Nietzsche, financo un Freud) avrebbero potuto muovere ad un'idiozia del genere
Non è difatti un caso che proprio gli intellettuali siano sempre stata la classe sociale più pronta ad accettare i dettami delle più feroci dittature, gli intellettuali ed anche gli artisti e oggi più che mai, la pressocchè quasi totalità degli operatori dello spettacolo e della comunicazione ( attori, scrittori, giornalisti , etc.) inverando in pieno la tematica del figlio di Thomas Mann : Klaus, con il suo romanzo Mephisto

lunedì 26 giugno 2023

AMBIGUITA' MASSONE

Non e' la prima volta che affronto nei miei Blog il tema "Massoni" qui pero' trascrivo quasi integralmente un articolo  paradigmatico de IL Giornale della Sera riportato da Terra Real Time  un gruppo che seguo su FB e che pubblica articoli sempre molto interessanti. ecco questo articolo esordisce sulle diverse terminologie che possono essere appiccicate ai massoni "Puoi chiamarli neoliberisti, monopolisti, privatizzatori, globalisti, neoliberisti, turbocapitalisti, golpisti bianchi..... Ma sono essenzialmente massoni. Attenzione: le obbedienze nazionali non c’entrano. Si tratta di supermassoni in quota alle Ur-Lodes, le oscure superlogge sovranazionali. Precisamente: le Logge di segno neo-aristocratico, che se ne infischiano della democrazie, del potere politico, si sentono al di sopra di tutto e di tutti e puntano a dirigere loro il potere, secondo i loro piani  rimettendolo nelle mani di una non meglio precisata elite' con organizzazioni al loro servizio tipo le grandi catene economico-finanziarie, le lobbies industriali e anche istituzioni politiche non autorizzate che nessuno ha mai votato  tipo la Ue e le  sue Commissione di non-eletti. Giochi di specchi: laddove si parla di finanza  e geopolitica, citando banche centrali e governi e  si omette sempre di scoprire chi c’è dietro. Sempre gli stessi, sempre loro: un club ristrettissimo di padreterni, di “contro-iniziati” che si credono onnipotenti e autorizzati, come per diritto divino, a manipolare in eterno il popolo bue, ridotto a bestiame umano. Lo ricorda Patrizia Scanu, segretaria del Movimento Roosevelt, sodalizio fondato dal massone progressista Gioele Magaldi proprio con l’intento di smascherare
l’attuale governance europea finto-democratica. Guardo sempre con infinita circospezione qualsivoglia associazione che si rifaccia alla massoneria, ma tuttavia in questo caso e riportando le presenti note sul mio blog "Preservativo Imperfetto" voglio concedere una possibilita' di confronto a questo testo che si rifa' ad un personaggio che detesto. ma che in termini di efficacia , bisogna convenirne e' stato fin troppo efficace per il suo Paese, un uomo poi Franklkin Delano Roosvelt che si rifaceva all'unica voce di plausibilita' in tutto lo scibile dell'economia ovvero John Maynard Keynes ;  ecco per questo sono possibilista. Continuiamo quindi a prestare attenzione alle parole d questi nostri nemici-amici  Una rivelazione importante : dietro ai principali tornanti della nostra
 storia recente ci sono sempre gli stessi personaggi, i medesimi circoli occulti: grazie a loro, in fondo, poi in Italia crollano anche i viadotti autostradali. «Se l’obiettivo era il ripristino del potere di classe delle élite, il neoliberismo era senz’altro la risposta giusta», premette il politologo britannico David Harvey nella sua “Breve storia del neoliberismo” (Il Saggiatore). Il neoliberismo come clava: privatizzazioni selvagge, attraverso una martellante propaganda ideologica esplosa negli anni ‘90: libertà d’impresa, Stato minimo, liberalizzazioni, deregulation. Certo, neoliberismo e democrazia non possono stare insieme,
da sola però la “teologia” neoliberale non spiega tutto, se siamo stati globalizzati “a mano armata” lo si deve, anche e soprattutto, al «forte nesso esistente fra massoneria neoaristocratica e neoliberismo da una parte e fra neoliberismo e monopoli privati dall’altra». Un legame nascosto, non facile da individuare. «A prima vista, si direbbe che la libertà del mercato predicata dalla teoria neoliberista sia in contraddizione con i monopoli privati». Ma come si fa a predicare il libero mercato fondato sulla concorrenza, per poi cedere i beni pubblici come le autostrade «regalate agli amici della Casta»? La risposta la fornisce Magaldi nel suo bestseller: la vernice ideologica è servita essenzialmente come cosmesi, per coprire l’immane, brutale restaurazione neoliberista architettata da loro, i signori delle Ur-Lodges neo-oligarchiche. Nulla a che vedere con le massonerie ordinarie, come il Grande Oriente e la Gran Loggia d’Italia, regolarmente registrate e dichiaratamente fedeli alla Costituzione. Il problema è il mondo, coperto e sovranazionale, delle Ur-Lodges, «un network di superlogge che rappresentano l’élite massonica mondiale, alla quale aderiscono i membri più ragguardevoli della massoneria ordinaria e persone di prestigio (moltissimi i politici di governo) “iniziate” per particolari doti individuali esoteriche e sapienziali, e provenienti da ogni angolo del pianeta». Club super-esclusivi, «la cui esistenza è sconosciuta ai più». Come agiscono, questi circuiti-ombra? Attraverso «i vari club paramassonici, quali la Trilateral Commission o il Bilderberg Group, che ne sono solo l’espressione più visibile e aperta». Ma la massoneria settecentesca non era stata il motore della modernità democratica? «La democrazia non l’ha portata in dono la cicogna», ricorda Magaldi: furono proprio le logge massoniche a incubare, cominciando dalla Francia, lo Stato di diritto e il suffragio universale. A qualcuno, poi, l’Ottocento e il Novecento hanno dato alla testa: se sai di essere l’architetto del mondo nuovo, può succedere che tenda a considerarlo di tua proprietà, sentendoti autorizzato a compiere qualsiasi manipolazione, dai golpe alle crisi finanziarie. Se non si capisce questo, sottolinea Magaldi, non si riesce ad afferrare la vera natura – profondamente oligarchica – del potere (prima occidentale, poi globale) che dagli anni ‘80 ha assunto il dominio del pianeta, ricorrendo sistematicamente all’abuso e alla violenza. Mai dimenticare, quindi, il ruolo decisivo delle superlogge, «che costituiscono il back-office del potere a livello internazionale». Magaldi ne fornisce una mappa completa: ci sono quelle conservatrici (si chiamano “Edmund Burke”, “Joseph De Maistre”, “Compass Star-Rose”, “Pan-Europa”, “Three Eyes”, “White Eagle”, “Hathor Pentalpha”) ma non mancano quelle progressiste, di stampo rooseveltiano e keynesiano, che sostennero i leader progressisti del dopoguerra, fino ai Kennedy e alla stagione dei diritti civili negli Usa, aiutando paesi come l’Italia a non cadere sotto le trame golpiste. Il frutto più palpabile del loro lavoro, in Europa? Il sistema del welfare: ideato dall’inglese William Beveridge. Chi ne effettuò la più spettacolare applicazione? La Svezia di Olof Palme, altro supermassone progressista. Poi, dalla fine degli anni Settanta, le Ur-Lodges democratiche (“Thomas Paine”, “Montesquieu”, “Chistopher Columbus”, “Ioannes”, “Hiram Rhodes Revels”, “Ghedullah”) hanno perso terreno, di fronte allo storico attacco delle superlogge rivali, con le quali – a nostra insaputa – stiamo tuttora facendo i conti, ogni giorno. L’obiettivo dei neo-aristocratici? «Invertire il corso della storia , trasformando coloro che erano cittadini in neosudditi e schiavizzando sempre di più quelli che sudditi erano sempre rimasti». Lo stesso Magaldi ricorda che i supermassoni oligarchici hanno voluto «aumentare a dismisura il proprio potere materiale, mediante colossali speculazioni ai danni di popoli e nazioni». Il loro piano: «Assurgere essi stessi, nell’incomprensione generale di quanto va accadendo, alla gloria di una nuova aristocrazia iniziatico-spirituale dell’era globalizzata». Dopo gli anni del boom economico e l’affermazione dei diritti sociali, ricorda Patrizia Scanu, la micidiale riscossa neoaristocratica è stata meticolosamente programmata negli anni ‘70. Le prove? «Gli economisti Friedrich Von Hayek e Milton Friedman, principali teorici del neoliberismo, nonché Robert Nozick, filosofo politico e teorico dello “Stato minimo”, erano tutti massoni neoaristocratici; Von Hayek e Friedman erano affiliati alle Ur-Lodges “Three Eyes” ed “Edmund Burke”, e dal 1978 anche alla “White Eagle”». Fu proprio grazie all’impulso di queste superlogge, che Von Hayek e Friedman ottennero, rispettivamente nel 1974 e nel 1976, il Premio Nobel per l'Economia («che, detto per inciso, non viene assegnato dagli accademici di Svezia, ma dai banchieri svedesi»). Il progetto era semplice: «Far diventare il neoliberismo – teoria allora marginale e ininfluente – il mainstream in economia». Ostacoli politici, all’avanzata dei restauratori? «Il nemico apparente era il socialismo, ma l’obiettivo vero era il keynesismo», ovvero la teoria del massone progressista inglese John Maynard Keynes, “cervello” del New Deal di Roosevelt che risollevò l’America dalla Grande Depressione, fino a creare – di riflesso – il boom economico anche in Europa. Come? Espandendo in modo formidabile il deficit, il debito pubblico strategico, per creare lavoro, fino a realizzare la piena occupazione. Di qui la reazione dell’élite, spaventata da tutto quel benessere piovuto sulle masse: «Si voleva abbattere il “capitalismo dal volto umano”, che si era consolidato specie in Europa, con l’intervento regolatore dello Stato in economia  e la diffusione del welfare», scrive Patrizia Scanu. «Fu l’ideologia neoliberista ad ispirare la globalizzazione così come la conosciamo, con tutti i suoi tremendi squilibri e le sue enormi disuguaglianze, che fu programmata a tavolino dalle superlogge reazionarie».  Economia  e geopolitica:  Sempre “loro”, in azione. Ovunque: «Erano massoni neoaristocratici i leader politici che applicarono le ricette neoliberiste in economia nei loro paesi». Per esempio Augusto Pinochet in Cile: «Il colpo di Stato del 1973 fu promosso dalle Ur-Lodges “Three Eyes, di cui era membro Henry Kissinger, fra le menti dell’operazione Condor, e “Geburah”. E che dire di Margaret Thatcher (in quota alla “Edmund Burke”), spietata madrina del neoliberismo nel Regno Unito? Ma la contro-rivoluzione non coinvolse il solo occidente: Deng Xiao Ping, che introdusse l’economia  di mercato in Cina, era affiliato alla “Three Eyes”. Ronald Reagan? A sua volta membro della Ur-Lodge “White Eagle”, «di cui facevano parte due presidenti della Federal Reserve, Paul Volcker e Alan Greenspan, artefici delle politiche monetarie neoliberiste». Nella “White Eagle” anche William Casey e Antony Fisher, i fondatori del Centre for Economic Policy Studies, importante think-tank neoliberista. «Fra i consiglieri economici di Reagan vi erano numerosi economisti neoliberisti provenienti dalla paramassonicaMont Pelerin Society», fondata dall’austriaco Von Hayek e poi retta, a lungo, dal futuro ministro berlusconiano Antonio Martino. Riletta così, la nostra storia  recente risulta più comprensibile: fu un’iniziativa neoaristocratica anche la pubblicazione del celebre volume “The Crisis of Democracy”, avvenuta nel 1975 a cura di Samuel Huntington, Michel Crozier e Joji Watanuki («massoni reazionari tutti e tre, affiliati alla “Edmund Burke” e alla “Three Eyes”»,  Il volume «concluse un lungo periodo di attività e di elaborazione di strategie da parte di numerose Ur-Lodges neoaristocratiche», iniziato negli anni 1967-68 con la fondazione della potente “Three Eyes”. «Fu il manifesto pubblico e propagandistico con il quale si voleva attirare il consenso dei massoni moderati», raccontando che la “crisi ” era dovuta – tu guarda – a un “eccesso di democrazia . Troppi diritti, troppa uguaglianza, troppa partecipazione da parte dei cittadini. Il saggio «sosteneva l’importanza dell’apatia delle masse verso la politica , da raggiungere mediante il consumismo e il disgusto verso la corruzione». Al tempo stesso, «proponeva la ricetta per riportare il governo saldamente nelle mani di un’élite, trasformando la democrazia  in oligarchia». Questo era il progetto: svuotare di contenuto la democrazia, usando – come strumento – la diffusione del “credo” neoliberista. Un’epidemia diffusasi a macchia d’olio sulle due sponde dell’Atlantico: nel 1978 fu creata la super-segreta “White Eagle” «per portare Margaret Thatcher al governo nel Regno Unito e Ronald Reagan negli Usa
Poi, a ruota, sempre alla “White Eagle” furono affiliati gli italiani Carlo Azeglio Ciampi e Beniamino Andreatta, «che nel 1981 furono gli artefici del primo clamoroso passo verso la liquidazione dell’Italia come potenza economica, attraverso la mai abbastanza vituperata separazione fra Banca d’Italia e Tesoro, che privò il nostro paese della sovranità monetaria, rendendoci schiavi delle banche private». Una svolta sciagurata, «che avviò la perversa spirale del debito». Lo documenta in modo perfetto l’economista post-keynesiano Nino Galloni, vicepresidente del Movimento Roosevelt: «Alla fine degli anni ‘80, la vera partita dietro le quinte è la liquidazione definitiva dell’Italia come competitor strategico». Ciampi, Andreatta e De Mita avevano un obiettivo preciso: «Cedere la sovranità nazionale, pur di sottrarre potere a quella che consideravano la classe politica più corrotta d’Europa». Col divorzio tra Bankitalia e Tesoro, per la prima volta il paese si trovò in crisi finanziaria: prima, infatti, era la Banca d’Italia a fare da “prestatrice di ultima istanza” comprando titoli di Stato e, di fatto, emettendo moneta destinata all’investimento pubblico. Chiuso il rubinetto della lira, la situazione precipitò: con l’impennarsi degli interessi (da pagare a quel punto ai nuovi “investitori” privati) il debito pubblico esplose, letteralmente, fino a superare il Pil. Non era un “problema”, un infortunio. Al contrario: era esattamente l’obiettivo voluto. Cioè: «Mettere in crisi lo Stato, disabilitando la sua funzione strategica di spesa pubblica a costo zero per i cittadini, a favore dell’industria e dell’occupazione». Degli investimenti pubblici da colpir «la componente più importante era sicuramente quella riguardante le partecipazioni statali, l’energia e i trasporti, dove l’Italia stava primeggiando a livello mondiale». Tutti d’accordo, ai vertici dell’élite neoliberale: al piano anti-italiano partecipò anche la grande industria privata, a partire dalla Fiat, che di colpo smise di investire nella produzione delle auto e preferì comprare titoli di Stato: da quando la Banca d’Italia non li acquistava più, i tassi erano saliti alle stelle. Amputando lo Stato, la finanza pubblica si era trasformata in un ghiottissimo business privato.
Fu così che, di colpo, l’industria passò in secondo piano: da lì in poi, sarebbe dovuta “costare” il meno possibile. 
«In quegli anni la Confindustria era solo presa dall’idea di introdurre forme di flessibilizzazione sempre più forti, che poi avrebbero prodotto la precarizzazione». Aumentare i profitti: «Una visione poco profonda di quello che è lo sviluppo industriale». Risultato: «Perdita di valore delle imprese, perché le imprese acquistano valore se hanno prospettive di profitto». Dati che parlano da soli. E spiegano tutto: «Negli anni ’80 – racconta ancora Galloni – feci una ricerca che dimostrava che i 50 gruppi più importanti pubblici e i 50 gruppi più importanti privati facevano la stessa politica, cioè investivano la metà dei loro profitti non in attività produttive ma nell’acquisto di titoli di Stato, per la semplice ragione che i titoli di Stato italiani rendevano tantissimo. E quindi si guadagnava di più facendo investimenti finanziari, invece che facendo investimenti produttivi. Questo è stato l’inizio della nostra deindustrializzazione». Avevano fatto un ottimo “lavoro”, i nostri Ciampi e Andreatta, manovrati dalla “White Eagle” reaganiana e thatchriana, avanguardia dell’élite occulta che, in capo a undecennio, avrebbe poi licenziato – usando Mani Pulite – i “ladri” della Prima Repubblica, per prendersi l’Italia in blocco, lasciando lo Stato in bolletta e i cittadini in mutande. E’ abbastanza deprimente, scrive Patrizia Scanu, scoprire – oggi – che i campioni delle storiche privatizzazioni degli anni ‘90 erano, tutti, massoni neoaristocratici. Le famigerate e scandalose dismissioni e privatizzazioni all’italiana furono supervisionate dalla regia del massone neoaristocratico Mario Draghi, «affiliato alle Ur-Lodges “Pan-Europa”, “Edmund Burke” e in seguito anche alla “Three Eyes”, alla “Compass Star-Rose/Rosa-Stella Ventorum” e alla “White Eagle”». Draghi agiva in qualità di direttore generale del ministero del Tesoro, carica-chiave che rivestì dal 12 aprile 1991 al 23 novembre 2001. Quelle privatizzazioni selvagge furono quindi inaugurate «per conto terzi» sotto il primo governo di Giuliano Amato (1992-93), poi proseguite dal governo Ciampi (1993-94), dal primo governo Berlusconi (1994-95), quindi dal governo di Lamberto Dini (1995-96), dal primo esecutivo guidato da Romano Prodi (1996-98), infine dal governo D’Alema (1998-2000) e poi dal secondo governo Amato (2000-2001). «L’immarcescibile e granitico Mario Draghi – scrive Magaldi – diresse le operazioni ininterrottamente per un decennio, mentre a Palazzo Chigi si avvicendavano ministri e premier del tutto compiacenti (da destra, centro e sinistra) al piano di doloso smembramento e immotivata (sul piano dell’interesse pubblico) svendita a potentati privati di beni e aziende di proprietà del popolo sovrano». Tutto cominciò nel 1992. Vogliamo ricordare che cosa fu privatizzato? Lo illustra Francesco Amodeo su “Scenari Economici”. Il ‘92, scrive Amodeo, «è l’anno in cui in soli 7 giorni cambia il sistema monetario italiano, che viene sottratto dal controllo del governo e messo nelle mani della finanza speculativa». Per farlo «vengono privatizzati gli istituti di credito e gli enti pubblici, compresi quelli azionisti della Banca d’Italia». Sempre il ‘92, è l’anno in cui «viene impedito al ministero del Tesoro di concordare con la Banca d’Italia il tasso ufficiale di sconto (il costo del denaro alla sua emissione), che viene quindi ceduto a privati». Non solo: «È l’anno della firma del Trattato di Maastricht e dell’adesione ai vincoli europei. In pratica è l’anno in cui un manipolo di uomini palesemente al servizio del Cartello finanziario internazionale ha ceduto ogni nostra sovranità». A continuare il suo lavoro di smembramento delle aziende di Stato «ci penserà Massimo D’Alema, che nel 1999 favorirà la cessione, tra le altre, di Autostrade per l’Italia e Autogrill alla famiglia Benetton, che di fatto hanno, così, assunto il monopolio assoluto nel settore del pedaggio e della ristorazione autostradale. Una operazione che farà perdere allo Stato italiano miliardi di fatturato ogni anno». Se invece di “cartello finanziario internazionale” leggiamo “massoneria aristocratica sovranazionale” capiamo di colpo il nesso chiarissimo che tiene insieme privatizzazioni, neoliberismo e cessione di sovranità monetaria: prima con la separazione fra Tesoro e banca centrale e poi con il sistema dell’euro. Non manca il legante politico: il Trattato di Maastricht è un capolavoro neoliberista.. Cervello dell’operazione? Loro, le Ur-Lodges neoaristocratiche. «Soprattutto, appare chiaro che l’Europadei tecnocrati e dell’euro, che fu realizzata da Maastricht in poi, lontanissima dall’Europa dei popoli vagheggiata da Altiero Spinelli, era stata progettata fin dall’immediato dopoguerra (dai massoni neoaristocratici Richard Coudenhove-Kalergi e Jean Monnet) per portare al potereun’élite economico-finanziaria a danno delle democrazie europee». Il neoliberismo, sottolinea Patrizia Scanu, era un’ideologia costruita appositamente per questo fine, «cioè per travasare ricchezza dai poveri ai ricchi e asservire gli Stati alle banche private mediante il debito, secondo il più tradizionale sistema imperialista, tenendo buone le masse con la favoletta del debito pubblico, dei vincoli europei, del rapporto deficit-Pil, dell’austerity e infine dello spread». Micidiale, la “teologia” neoliberista: basata su dogmi di cartapesta, ma perfettamente funzionale al piano di restaurazione oligarchica. «Fu diffusa capillarmente finanziando università, centri di ricerche, think-tank, per soppiantare il “capitalismo dal volto umano” e dei diritti sociali che era stato delineato da Keynes e che vedeva come scopo delle politiche economiche la piena occupazione e il sostegno alla domanda interna». Mentre esalta a parole il libero mercato e lo “Stato minimo”, l’ideologia neoliberista «lavora per costruire monopoli, rendite di posizione, consorterie di privati che si arricchiscono a spese della collettività e assurdi vincoli all’espansione economica, come il pareggio di bilancio». Una sua caratteristica? «La continua confusione di pubblico e privato, con le “sliding doors” fra cariche istituzionali e incarichi privati e con i complessi conflitti di interesse». Ogni paese applica la ricetta a modo suo, ma con lo stesso risultato: «Disuguaglianze, povertà, disoccupazione, compressione dei diritti e insicurezza». Non sono “effetti collaterali” del neoliberismo, applicato alle politiche degli Stati: sono il loro vero obiettivo. «Per conseguirlo, occorre comunque la complicità dei governanti locali, che restano quindi i veri responsabili di questo scempio criminale». Una controrivoluzione inesorabile, catastrofica: il progetto è continuato anno dopo anno, con lo smantellamento pezzo a pezzo del welfare e delle tutele del lavoro, del settore pubblico, della scuola, della classe media, «per culminare con il governo Monti nel 2011 e con quel terribile tradimento bipartisan del popolo italiano (votato dal Pd di Bersani e dal centrodestra di Berlusconi, sotto lo sguardo
vigile di Giorgio Napolitano, massone neoaristocratico affiliato alla “Three Eyes”), che fu l’introduzione dell’equilibrio di bilancio (supremo dogma neoliberista) nella Costituzione, che ci condanna per sempre al dissanguamento economico, almeno finché non verrà rimosso». Fu allora che Monti (anche lui, dice Magaldi, massone affiliato a una Ur-Lodge, la “Babel Tower”) si disse soddisfatto per aver distrutto la domanda interna. L’eterno supervisore, Mario Draghi – ormai seduto sulla poltronissima della Bce – osservò che tutto stava andando per il meglio: l’inaudito piano di sequestro della sovranità nazionale dei paesi europei a beneficio delle potentissime lobby finanziarie di Bruxelles procedeva a tappe forzate. Prima mossa: dare ossigeno alle banche ma non alle aziende, per indebolire l'europa
 del Sud. Seconda: impedire agli Stati, attraverso il Fiscal Compact, di spendere a deficit per i propri cittadini, rilanciando l’occupazione. Obiettivo finale, testualmente: «Riforme strutturali per liberalizzare il settore dei beni e dei servizi e rendere il mercato del lavoro più flessibile». L’unica soluzione? Privatizzazione quel che ancora c’èra da razziare. Il declassamento dello Stato, secondo l’uomo che la Germania ha voluto alla guida della Bce, avrebbe assicurato più «equità» al sistema, aprendo spazi meno precari ai giovani attualmente privi di garanzie: per Draghi, la causa della disoccupazione non è stata la crisi mondiale della crescita, ma l’eccesso di tranquillità di chi invece il posto fisso ce l’ha (e se lo tiene stretto). Tutto da rifare: «Il modello sociale europeo è oggi superato», disse il super-banchiere di Francoforte. In una intervista al “Wall Street Journal”, l’ex dirigente strategico della Goldman Sachs gettò alle ortiche oltre mezzo secolo di “pax europea”, cresciuta al riparo del miglior sistema mondiale di welfare. D’ora in poi, ciascuno avrebbe dovuto lottare duramente, per sopravvivere, perché gli Stati – in via di smantellamento, neutralizzati con l’adozione della moneta unica da prendere in prestito a caro prezzo dalla Bce – non avrebbero più potuto garantire protezioni sociali: attraverso il Fiscal Compact, i bilanci sarebbero stati prima validati a Bruxelles e, dal 2013 in poi, nessuno Stato europeo avrebbe più potuto investire un euro per i propri cittadini, al di là della copertura del gettito fiscale. «Occorre dunque andare a fondo e guardare dietro la superficie per comprendere chi ci ha derubati della nostra ricchezza, chi ha tradito la Costituzione e ha svenduto la nostra vita e il nostro paese per arricchire un’élite spietata e immeritevole», conclude Patrizia Scanu. «Sarà la storia a giudicare questa sciagurata operazione di rapina ai danni di tutti noi, perpetrata sotto il nostro naso e sotto tutte le bandiere politiche, mentre i mass media compiacenti ci parlavano d’altro». Ora è il momento di aprire gli occhi: «La tragedia di Genova è un terribile monito per tutti noi», scrive la segretaria del Movimento Roosevelt: «O ci riprendiamo diritti, le sovranità, oppure saremo schiavi per sempre». Non ci credete? Seguite i soldi: «Le incredibili concentrazioni di ricchezza che esistono adesso, ai livelli più alti del capitalismo, non si vedevano dagli anni Venti. Il flusso dei tributi verso i maggiori centri finanziari del mondo è stato stupefacente». Quello che però è ancora più stupefacente, aggiunge Scanu, è l’abitudine a trattare tutto questo come un semplice – e magari in qualche caso deprecabile – “effetto collaterale” della neoliberalizzazione. «La sola idea che questo aspetto possa invece costituire proprio l’elemento sostanziale a cui puntava la neoliberalizzazione fin dall’inizio – la sola idea che esista questa possibilità – appare inaccettabile». Certo, il neoliberismo «ha dato prova di molto talento presentandosi con una maschera di benevolenza, con parole altisonanti come libertà, indipendenza, scelte e diritti, nascondendo le amare realtà della restaurazione del puro e semplice potere di classe, a livello locale oltre che transnazionale, ma in particolare nei principali centri finanziari del capitalismo globale», afferma David Harvey. Ma, appunto, dire “neoliberismo” non basta, così come non bastano le espressioni élite, oligarchia- Qui ci sono anche nomi e cognomi: quelli del   supermassonico reazionario. «Leggendo il libro di Magaldi, si possono trovare i nomi di tutti i politici italiani e stranieri coinvolti nella distruzione dell'Europa. Così, chiosa Patrizia Scanu, «può esserci più chiaro quali responsabilità abbiano i rappresentanti del popolo (di destra, di centro e di sinistra) che abbiamo votato, ignari e in buona fede, per tanti anni». 

L'INCONSCIO TRA SIMMETRICO E SIMBOLICO

  Trovo sul serio che tra simbolismo  dell'inconscio  e simmetria della fisica quantistica  ci sia una sorta di attrazione fatale. Le or...