mercoledì 8 settembre 2021

COPIONI DI CANZONI

Sembrerebbe proprio che la truffa, la manipolazione di fatti e dati non sia una peculiarità solo delle classi al potere e della moderna informazione di massa. Non è da oggi che mi occupo del falso di "Bella Ciao" come canzone simbolo della Resistenza  messo in atto nel lontano 1964 al Festival dei Due mondi di Spoleto, dal Nuovo Canzoniere Italiano in correlazione ad un altro falso quello della canzone di protesta della guerra 1915-18 previa la musica e parole decisamente "costruite a tavolino " della crudissima "Gorizia tu sei maledetta" C'è da dire che la vicenda di Bella Ciao sia stata però alquanto più "di successo"  per cui le versioni sulla sua origine, siano state più oggetto di diverse attribuzioni. Una  versione  decisamente fantasiosa è quella dell’adattamento elaborato nel 1888 dal famoso agente segreto del Risorgimento Costantino Nigra come ballata delle mondariso (“Alla mattina appena alzata / o bella ciao o bella ciao ciao ciao / alla mattina appena alzata / laggiù in risaia debbo andar”). Ammessa la genuinità dell’elaborazione di fine Ottocento dovremmo scoprire dove Costantino Nigra aveva ascoltato la musica che ispirò la sua ballata per le mondariso. Le ipotesi sono diverse, ma nessuna convince in pieno: Nigra era un giramondo, si sa fu assieme alla Contessa di Castiglione inviato da Napoleone III per convincerlo a entrare in guerra in favore del Piemonte, fu quindi  ambasciatore a Parigi, San Pietroburgo, Londra e Vienna, un uomo decisamente "per tutte le stagioni" per cui niente di strano che oramai vecchio si sia messo a rielaborare non solo storie ma anche musichette. Abbiamo detto della, non solo consacrazione, ma addirittura prima  rappresentazione della canzone nel 1964 grazie allo spettacolo Bella ciao con il Nuovo canzoniere italiano sul palco del Festival di Spoleto sponsorizzato dall’editore e discografico Nanni Ricordi, ma come detto di versioni ce ne sono altre. Un’altra indagine di musicologi aveva in seguito individuato una fonte originaria precedente, non più emiliana bensì abruzzese, un coro germogliato sul massiccio montuoso della Majella. Ora in un saggio pubblicato da Castelvecchi “Bella ciao, la storia definitiva della canzone partigiana che dalle Marche ha conquistato il mondo”, il ricercatore maceratese Ruggero Giacomini mostrò una lettera datata 1946 che cita Bella ciao come canto dei partigiani della Brigata Garibaldi accampati sul monte San Vicino. Chi si aspettava un sussulto d’orgoglio marchigiano è rimasto sorpreso dalla fulminea replica di Annalisa Cegna, direttrice dell’Istituto storico della Resistenza di Macerata, che ancora prima dell’uscita del libro ha commentato dalle colonne de Il Resto del Carlino: “Un solo documento non è sufficiente per avere garanzie storiche. Come studiosa andrei cauta ad affermare che la canzone Bella ciao sia nata nel Maceratese” confutando l’anticipazione del concittadino ricercatore. Majella e Reggio Emilia restano pertanto in gioco per l’origine delle parole “oh partigiano portami via”. La genesi della struttura musicale del brano è ancora più confusa: forse ispirata alla filastrocca trentina per bimbi La me nòna l’è vecchierella, forse alla nenia piemontese La daré d’côla môntagna ereditata da un canto francese del Cinquecento. Un altro tassello arriva dalla ricerca divulgata negli anni Duemila dall’ingegnere fiorentino Fausto Giovannardi: la musica di Bella ciao è molto simile a quella di Oi Oi di Koilen, una melodia yiddish registrata dal fisarmonicista di origini ucraine Mishka Ziganoff nel 1919 a New York.

La forma ritmica di 
Bella ciao si sposa in effetti alla perfezione con il klezmer, il genere musicale degli ebrei dell’Est Europa: persino in Hava Nagila (in italiano Rallegriamoci) la più nota tra le canzoni popolari ebraiche, si colgono analogie armoniche con Bella ciao. . La Bella ciao arrivata a noi, come la maggioranza degli inni, tanto vale andrebbe forse risolutivamente attribuita a Omero, che ha ideato i primi
poemi, scritti in una lingua che possiamo comprendere senza  lasciarci fuorviare da interpretazioni  alla "test di Roschach"  messo in atto per opere precedenti di cui le forzature, come giustamente osserva Julian Jaynes nel suo libro "il crollo della mente bicamerale e l'origine della coscienza" non consentono di fare un distinguo tra realtà e fantasia. Tanto vale, insomma, riferirci ad un inequivocabile archè, così per uno scritto, quanto per una musica, che tra l'altro non può essere oggetto di verifica,  ovvero ad una sorta di  tradizione popolare, con i contributi di tanti che hanno tramandato e aggiornato melodia, armonia, ritmo e testo, quindi non solo emiliani, abruzzesi e marchigiani e neppure un Costantino Nigra e magari una qualche associazione tra Elena e la Contessa di Castiglione, che però al noto funzionario era sfuggita. Comunque non e' solo per Bella Ciao e con meno enfasi per Gorizia tu sei maledetta, che la diatriba si applica alle canzoni, prendiamo il celeberrimo 
Bandiera rossa: anche per il canto dei lavoratori si narra di complesse trasformazioni: ideata nei primi dell’Ottocento come aria popolare lombarda Ven chi Nineta sotto l’ombrelin, divenne cinquant’anni dopo canto repubblicano (“Avanti popolo con la riscossa / bandiera rossa, bandiera rossa/ bandiera rossa la trionferà / viva la repubblica e la libertà”). Risale al 1908 la versione socialista di Carlo Tuzzi che dopo la rivoluzione bolscevica, con nuove variazioni al testo, diventò il più ricorrente inno ufficiale del Partito comunista italiano (“Avanti o popolo, alla riscossa / bandiera rossa, bandiera rossa / bandiera rossa la trionferà / Evviva Lenin, la pace e la libertà”). La stessa confusione per le origini degli inni della sinistra, la ritroviamo in quelli della destra. Giovinezza l’inno caro a Benito Mussolini non era nato per il Regime. Bensì era stato composto da Giuseppe De Blanc nel 1909 per una cena di laureandi del Politecnico di Torino, con le parole di Nino Oxilia, l’autore che con Camasio avrebbe poi scritto la commedia Addio giovinezza, e cominciava con le parole “Son finiti i giorni lieti”.
Poi gli Alpini nella guerra 1915-18 avevano portato il brano in trincea, galeotto l'autore originario Giuseppe De Blanc richiamato alle armi come ufficiale del 5° alpini, dove un suo comandante il Capitano Corrado Venini, appassionato di composizioni musicali ne aveva fatto l'inno della compagnia alpini sciatori del btg. Vestone Fu soltanto qualche anno dopo che 
Giovinezza, il cui refrain era rimasto sempre uguale (“Giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza”), divenne con le nuove parole iniziali di Salvator Gotta, “Salve o popolo di eroi”, l’inno ufficiale del fascismo. La musica di Giovinezza, caduto da tempo il regime, fu copiata sfacciatamente nell’America del Sud e registrata su disco come pezzo sinfonico col titolo Casamento Maroto – Marcia brasileira. L’autore De Blanc dovette intraprendere una causa internazionale di plagio per riottenerne i diritti. Di procedimenti giudiziari, per contraffazione e illeciti vari, fu bersagliata soprattutto Faccetta nera, la canzone più famosa del Ventennio, interpretata da Carlo Buti con il testo del poeta Renato Micheli.

Le grane maggiori toccarono all’autore della musica, il maestro palermitano Mario Ruccione compositore di altre famose marce di regime come 
La sagra di Giarabub e Camerata Richard, sempre affidate alla stabile intonazione di Buti, ma anche di brani delicati e longevi come Vecchia Roma e Serenata celeste. A denunciare Ruccione per plagio furono Vincenzo Raimondi, un musicista dilettante e l’attore Gustavo Cacini “un comico poveraccio d’avanspettacolo con arie da Giggi er bullo” lo ricordò nella sua autobiografia l’attore Paolo Stoppa. I querelanti chiesero al pretore di Roma il sequestro conservativo della canzone dimostrando che la frase musicale “Faccetta nera – bella abissina – aspetta e spera che già l’ora s’avvicina” risultava identica a quella di un loro lavoro precedente, intitolato La vita è comica, che recitava “La vita è comica – presa sul serio – perciò prendiamola davver poco sul serio! – La vita è comica – ognun lo sa – perciò prendiamola davver come ci va”. Il magistrato accolse il ricorso e i nomi di Cacini e Raimondi vennero aggiunti nei crediti del brano accanto a quello di Renato Micheli. Scomparve in molti bollettini il nome di Ruccione seppure nella memoria di tutti è rimasto l’unico vero autore dell’inno dell’Italia coloniale. Altri ancora in seguito avanzarono pretese riguardo alla paternità del brano, come Giulio Razzi, dirigente dei programmi della Rai del dopoguerra, o tentarono di contrastarne la proprietà editoriale. La confusione all’origine degli inni sociali non dispensa gli inni religiosi. Il motivo natalizio che tutti almeno una volta abbiamo intonato, Tu scendi dalle stelle, è un plagio. Prima metà del Settecento: i compositori contendenti erano entrambi prelati. Uno vescovo di Tropea, monsignor Felice de Paù, il quale dette origine a La Pastorella terlizzese come canto religioso della novena di Natale. L’altro, il monsignore napoletano Alfonso Maria de’ Liguori, che si attribuì nello stesso periodo un’identica melodia con un testo in partenopeo e il titolo Quanno nascette Ninno, poi pubblicata in italiano come Tu scendi dalle stelle. Gli studiosi impegnati nel confronto tra le due opere, sembrano concordare per la paternità pugliese. Ma si avverte un problema di fondo: i periti a loro volta appartengono a ordini religiosi. Monsignor de’ Liguori già vescovo della diocesi di Sant’Agata de’ Goti, nel 1839 è stato canonizzato e in seguito proclamato dottore della Chiesa, nonché patrono dei confessori e dei giureconsulti. È dunque comprensibile il disagio per un ecclesiastico di affibbiare la patente di plagiario a un santo, tanto più se patrono degli avvocati.

 

RIVOLTA E TAVOLINO (APPROFONDIMENTI)

 

Approfondiamo l'articolo precedente sulla canzone di rivolta a tavolino  del Gruppo del Nuovo Canzoniere  “O Gorizia tu sei maledetta” ascesa a grande notorietà più per le accese polemiche che essa aveva suscitato  per la sua presentazione e provocatoria esecuzione al Festival dei Due mondi di Spoleto, che per la canzone in sé. Era stata  una esposizione fatta  da membri del “Nuovo canzoniere Italiano” ovvero una associazione musicale che si rifaceva ai “Cantacronache” un gruppo che,  dalla metà degli anni cinquanta si contrapponeva alle sciroppose canzoni del Festival di Sanremo e produzione musicale dell’epoca,  e quindi si era dato  parecchio da fare per una  sistemizzazione e riproposizione di tutto il patrimonio della canzone popolare italiana.
I Cantacronache era un Gruppo che era  stato fondato a Torino nel 1957, e fin dall’inizio si era avvalso  della collaborazione di personaggi di primissimo piano della cultura italiana, del calibro di Umberto Eco, Franco Fortini, Gianni Rodari, Italo Calvino, di cui addirittura quest’ultimo, aveva scritto il testo, su musica di uno dei componenti Sergio Liberovici, di un paio di loro canzoni,  “Dove vola l’avvoltoio”  “Oltre il ponte” , di fortissimo impatto politico.  Per la
cronaca il Gruppo si era sciolto nel ‘62 ma molti dei suoi componenti erano confluiti nell’appunto  “Nuovo canzoniere Italiano” e  come fatto cenno,  furono proprio esponenti di tale “Canzoniere”  Fausto Amodei, Michele Straniero e la cantante Sandra Mantovani, tutti confluiti dal Gruppo dei Cantacronache, che a Spoleto nel giugno del ‘64  attaccarono  i versi e la nenia della canzone  “ O Gorizia tu sei maledetta”, suscitando un vero putiferio, per il senso estremamente crudo del testo... “o vigliacchi che voi ve ne state colle mogli nei letti di lana, spregiatori di noi carne umana…”  Analizziamo però un po’ più approfonditamente  tale testo : il frasario non è da “umil fante“della prima guerra mondiale, e meno che mai di reparti speciali, tipo arditi: non c’è alcun senso di ironica provocazione, intento canzonatorio o di rassegnata melanconia , tipo i Bombacè  o le canzoni degli alpini, laddove invece  la malinconia si fa rabbia e pura invettiva, come indica il titolo stesso della canzone e ulteriori brani del testo sempre violentissimo : “traditori signori ufficiali che la guerra l’avete voluta, scannatori di noi carne venduta, rovina della gioventù, questa guerra ci insegna a punir” (in una successiva interpretazione il  “scannatori” diventa “spregiatori” e il carne venduta, diviene “carne umana”, fu tolta la frase “rovina della gioventù, ma rimase il “questa  guerra “sostituendo il “punir” con il  “pugnar” ): fu proprio questa la strofa, che in verità non era stata prevista, ma a causa di un abbassamento di voce della Mantovani , Michele Straniero aveva preso  la palla al balzo per inserirla nell’esibizione, con ulteriore intento provocatorio, che  scatenò quel putiferio, tra grida, insulti, improperi, lancio di oggetti, portando alla interruzione  e provocando anche  una denuncia per “vilipendio delle Forze Armate” ma che  ebbe anche larga diffusione nella stampa, decretandone  un successo inusitato. Successo che  si palesò subito  già da quella stessa estate divenendo un repertorio quasi obbligato in manifestazioni di sinistra, e cantata non solo non solo dal gruppo del Nuovo Canzoniere Italiano erede dei  Cantacronache, ma  da tutti i cantanti “impegnati” : oltre la Mantovani, Giovanna Marini , Caterina Bueno, Maria Carta , Francesco De Gregori, fino a Soledad Nicolazzi; non ci giurerei, ma mi pare proprio che fu anche intonata  ai funerali di Togliatti in quel settembre del 1964. Canzone terribile ma anche stupenda, davvero la quintessenza dell’atmosfera della prima guerra mondiale, però, c’è da dubitare fortemente che la canzone sia originaria di tale periodo:  troppo  “invettiva/manifesto”  che dà tutta l’idea della composizione a tavolino, molto molto dopo gli eventi reali.  Si è detto che un anonimo militare l’aveva sentita intonare da soldati subito dopo la presa di Gorizia nell’agosto del 1916, ma francamente ci credo poco : la censura militare, i famigerati Tribunali  Speciali erano  fin troppo attivi  durante quella guerra: se davano luogo a denunce e punizioni  solo se qualcuno intonava il bombacè  della cartolina di Trieste , o portavano a severissime inchieste  per un cartello, dove  degli anonimi soldati avevano denominato la propria Brigata “Brigata Coglioni” facendo cenno ad una usanza molto diffusa, data la poca fantasia dei Superior Comandi,  che faceva si che le Brigate che si erano maggiormente distinte in fatti d’armi, venissero sempre preferenziate in ulteriori azioni estremamente pericolose,  erano cioè “sfottute” dando motivo a quell’epiteto di “Brigate coglioni”; difficile quindi per non dire impossibile che una canzone corale di tale impatto potesse essere cantata da reparti combattenti di prima linea . La verità è che mai e poi mai, prima di quel  Festival dei due Mondi del 1964, neppure  alle manifestazioni del PCI, ai Festival dell’Unità, quando magari si cantava Bandiera rossa, ovviamente l’Internazionale, si era accennato alla impietosa  “O Gorizia tu sei maledetta!”  quindi  proprio  non me la sento di metterla nel novero delle canzoni di protesta originarie di tale guerra, diciamo che  essa rientra in tale elenco, ma con un balzo di tempo che la fa collocare nel novero di un patrimonio a posteriori di musica e protesta,  una canzone non “della” guerra ma “sulla” guerra;  ecco! diciamo accanto ad un'altra canzone destinata ad avere ancora maggiore impatto “Bella ciao”, altro cavallo di battaglia del Nuovo Canzoniere Italiano  che in quello stesso periodo  e sempre nello stesso Festival dei Due Mondi    si diceva che era stata rispolverata da un vecchio canto della Resistenza, la cui diffusione però nel periodo ovvero 1943-45,  non solo non è per nulla accreditata, ma anche contestata vibratamente da esponenti della guerra partigiana non ultimo il giornalista Gorgio Bocca  che asseriva che ne’ motivo, ne parole, aveva mai sentito prima di quella metà degli anni sessanta .  Fu anche detto che una registrazione  di una sua esecuzione cantata , risalisse al Festival della gioventu’ comunista a Praga nel 1947 cui partecipò un giovane Italo Calvino, ma anche qui : nessuna prova, mentre la canzone più famosa della Resistenza rimaneva per tutti  “fischia il vento, urla la bufera” sul refrain della canzone russa Katjusha “ di cui il partigiano ligure Michele Cascione, grande amico del già più volte citato Italo Calvino, aveva composto i versi; questa si! accreditata con certezza assoluta al periodo di riferimento.  Il punto è che il Gruppo dei Cantacronache non era  stato solo attivo nel recuperare testi e melodie della tradizione libertaria, ma  era stato  anche estremamente prolifico in merito all’ideazione di nuove composizione: i già citati canti su testi di Calvino,  quindi “la Zolfara” una canzone ispirata all’uccisione di 8 minatori in località Gessolungo nel lontano 1881 , testo  e musica di Straniero e Amodei  del 1958, portata al grande successo da Ornella Vanoni nei primi anni sessanta, ma soprattutto a quel famosissimo “Per i morti di Reggio Emilia” scritto o e inciso da Fausto Amodei all’indomani della strage di Reggio Emilia dell’estate 1960 sotto il Governo Tambroni,  

che è ancora oggi una delle canzoni più celebrate e cantate del repertorio della sinistra:  da cui ecco quindi la mia perplessità e relativi dubbi : ho il fortissimo sospetto che autori del calibro di un Amodei
, di uno Straniero, di un Liberovici di una Mantovani, che avevano scritto canzoni della potenza  di quelle citate, anche come pura musica, straordinarie, che avevano fatto parte sia dei Cantacronache che del Nuovo Canzoniere Italiano, e quindi esperti raffinati musicisti, abbiano voluto fare una piccola forzatura storica: rinunciare alla paternità del testo e musica e trasferirne l’origine ai fatti di origine, ovvero a  quella mattina del 5 di agosto in cui “si muovevan le truppe italiane, per Gorizia e le terre lontane, … ed anche la ancora più famosa “ mattina in cui mi sono alzato, e ho trovato l’invasor…”  Le canzoni successive a quel 1964 si fanno indubbiamente più internazionali, appuntandosi su fatti che avvengono un po’ dappertutto:  il maggio francese, la contestazione, gli slogan cadenzati i “c’est n’est que un debut continuons le combat” l’invasione sovietica di Praga, da noi in Italia il crudo “Contessa” di Pietrangeli  “compagni dai campi e dalle officine, prendete la falce e portate il martello, scendete giù in piazza, picchiate con quello” che è del 1966 ma che  fu una sorta di inno proprio nelle manifestazioni nostrane del ‘68, da Valle Giulia, di cui lo stesso Pietrangeli ne scrisse una canzone in risposta alle famose critiche di Pasolini, alle occupazioni dell’Università, e dei licei, con i libri di Marcuse sottobraccio, in bocca sempre nuovi slogan cadenzati di ispirazione francese  ed anche ulteriori fatti di cronaca  come “primo d’agosto Mestre sessantotto”una canzone di Gualtiero Bertelli, che era come Pietrangeli un ulteriore militante  del “Nuovo Canzoniere italiano” ed infine parecchie canzoni meno militanti, a volte addirittura successi commerciali , tipo quelli di Fabrizio De Andrè, Francesco Guccini, il francese Georges Brassens con la grossa tradizione di canzoni di cantanti beat/folk americani che avevano il loro nume tutelare in Bob Dylan “Blowin in the wind” The times they are a changing, Masters of war”, e che  si rifacevano alla tradizione “lobo/beat”  di Woody Ghutrie, Peter Seeger e successivamente con la splendida voce di  Joan Beaz che  aveva anche cantato la nostra “c’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones”  incisa  anche da Gianni Morandi.  Un notevole impatto sulla canzone libertaria di protesta, ha anche la canzone sudamericana, da quella  con  tema la rivoluzione di Fidel Castro a Cuba, ove campeggia il Comandante Che Guevara,  la  celebre “Hasta siempre” e , specie negli anni settanta  dopo i fatti del Cile del settembre 1973, gli Inti Illimani e il loro “el pueblo unido jamàs sarà vencido”Il periodo successivo, gli anni ‘ottanta, ‘novanta, lo Yuppismo, la fine del Comunismo cosidetto Reale, il capitalismo trionfante con il  consumismo ormai imperante , la pubblicità, le privatizzazioni, Reagan negli Usa , poi i due Busch, fino all’attuale Trump, la Thatcher in Inghilterra, Berlusconi da noi in Italia e i suoi tristarelli eredi/epigoni, l’Europa unita delle Banche e dei particolarismi , hanno come abbassato il volume  di tutta la tradizione della canzone libertaria e di protesta, forse impotente a cantare di un mondo che non ha neppure il coraggio di manifestare tutta la sua negatività, ma si nasconde, si maschera, e bussa alla tua porta assumendo  l’aspetto, come dice una canzone di Bob Dylan, del vagabondo che ha indosso  il vestito che tu portavi l’altra volta .


 

LA CANZONE DI RIVOLTA A TAVOLINO

La più famosa canzone di rivolta è senza dubbio l’Internazionale, che tradizionalmente  viene associata alla Unione Sovietica, di cui fu in effetti l’inno Nazionale dal 1917 al 1944  prima di essere sostituita dalla musica del Gen. Alexandrov, che è tutt’ora l’inno russo, ma in verità, anche se è in genere la canzone che i movimenti socialisti e comunisti di tutto il mondo, con quella adesione ideale e anche qualcosa in più, al Paese del cosidetto “Socialismo reale”, la sua origine è esclusivamente francese :  lo scrittore, militante socialista Eugene Pottier ne scrisse le parole, con le quali intendeva celebrare la Comune di Parigi del 1871, cui lui stesso era stato
 un entusiasta sostenitore e partecipante, ma le  parole venivano però cantate sull’aria della Marsigliese e questo ancora 15 anni dopo quando lo stesso Pottier , che era un instancabile autore di versi rivoluzionari, poco prima di morire aveva  scritto parole di  una nuova canzone  sempre per celebrare la Comune, in particolare la cosidetta “semaine sanglante”di cui lui stesso era uno dei “survivants” sopravvissuti  : 
“Elle n’est pas morte” avendovi trovato la musica di un’aria di un compositore Parizot “”t’en fais pas Niculas “ e componendone quindi un refrain trascinante con il ritornello che faceva “Tout ça n'empêche pas, Nicolas, que la Commune n'est pas morte!”

Probabilmente fu il maggior impatto di tale canzone con parole e musica  che non si rifaceva al troppo celebre e anche  al non più cosi’ rivoluzionario La Marsigliese, che indusse il compositore  Pierre De Geyter, due anni dopo, nel 1888, quando Pottier era morto da pochi mesi (nel novembre del 1887) a comporre per le parole  una musica originale che è quella che tutti conosciamo e che a ragione può definirsi come il più genuino e accreditato  inno del socialismo, al di
la’ di una singola nazione, ma come indicato dal suo stesso nome, di tutto il mondo. 
In italia l’ Internazionale divenne famosissima  ma la sua traduzione del testo fu parecchio dissimile all’originale : essa era stata oggetto di un concorso indetto dal giornale socialista l’Asino che aveva visto vincitore un certo Bergeret che probabilmente era il giornalista Ettore Marroni che usava spesso uno pseudonimo simile e anche se spesso fu oggetto di revisione, quel testo del 1901  è rimasto il più diffuso e a tutt’oggi cantato.
Non è che in quell’inizio del XX secolo, canzoni del genere  erano sulla bocca di tutti: vigevano le feroci repressioni degli Stati Nazionali, la maggior parte monarchici  e probabilmente
quelle più provocatorie e famose erano di stampo anarchico, quale ad esempio  la stupenda “Addio Lugano Bella” considerata appunto  l’inno degli anarchici, che era stato scritto da Pietro Gori, un avvocato anarchico militante, amico di Sante Caserio, l’uccisore del Presidente Francese Sidi Carnot, di cui lo stesso Gori aveva scritto appunto “la ballata di Sante Caserio” e che la stampa accusava addirittura di esserne l’ispiratore. Certo è che Gori  si era rifugiato a Lugano per sfuggire  alla polizia italiana per poi essere imprigionato e infine espulso anche da quel Paese, da cui le famose parole della canzone, il “cacciati senza colpa, gli anarchici van via. Gori scrisse parecchie altre canzoni anarchiche e comunque di protesta ma nessuna raggiunse la notorietà e anche il livello musicale di Addio Lugano bella, d’altronde anche le altre canzoni con tali ispirazioni non erano granchè conosciute nell’Italia di inizio secolo, essendo come sopraccennato, oggetto di forte censura  e repressione: ci potevano essere delle sorte di ballate, tipo quella di Caserio o che inneggiavano a Bresci l’uccisore di Umberto I, che imprecavano contro  il Generale Bava Beccaris, quello delle famose  cannonate di Milano del ‘98, ma erano cantate quasi esclusivamente da militanti politici, anachici o socialisti di tendenza esteremistica, il grosso, diciamo così, della protesta era semmai  incanalato verso  canzoni della tradizione popolare delle varie regioni del Paese, canti di lavoro, di sacrificio, di emigrazione del tipo “Maremma amara... dove l’uccello che ci va perde la penna”,   “sciur padrun da li beli braghi bianchi” che era un canto delle mondine del Vercellese, “mamma mia dammi cento lire”… che in america voglio andar” insomma canzoni non di partito, non di militanti politici, ma che solo con una certa forzatura potevano essere ascritte a ribellione o tanto meno rivoluzione Lo stesso doveva accadere durante la guerra di Libia, tra  tripudio di tricolori, sciantose che cantavano vestite da marinaretto “Tripoli bel suol d’amore” e i fasti al tramonto dei riflessi della Belle Epoque con le  sciantose del Cafè Chantant  gli  ufficiali in alta uniforme, le dame in landò:  tante canzoni, ma tutte molto lontane dal mondo dei poveri, dei diseredati e anche della protesta e della ribellione, che solo dopo la buriana della guerra troveranno una certa malinconica espressione “partono è vastimenti pe’ terre assai luntane” tra l’altro per la penna e la sensibilità di E.A.Mario l’autore de La canzone del Piave   ed altre canzoni di impronta patriottica.   Le canzoni di rivolta del periodo della prima guerra mondiale  furono incanalate su un generico antimilitarismo non politico, di cui abbiamo già trattato a proposito dei canti della tradizione popolare sopratutto di tipo montanaro e dei cosidetti "bomba c'è" sorta di stornelli cadenzati, fortemente ironici di una critica graffiante e provocatoria, ma come detto, non politica, ma incentrati sui disagi e le sperequazioni della guerra,"il nostro battaglione è un pochettino scarso, abbiam lasciato il resto sul San Michel del Carso....bom bom son tre colpi di cannon oppure il più irriverente "da Cividale a Udine ci stanno gli imboscati, portan gambali lucidi e capelli impomatati ...din don dan e al fronte non ci van" tant'è che sullo stesso refrain furono imbastiti prima le strofette degli Arditi, le celeberrime Fiamme Nere "se non ci conoscete guardateci dall'alto noi siam le Fiamme Nere dei battaglion d'assalto ...bombe e man e carezze col pugnal"  e poi dalle prime formazioni di camicie nere dei fasci di combattimento "se non ci conoscete, guardateci sul petto, noi siamo gli squadristi dal santo gagliardetto" che conservavano lo stesso ritornello. La canzone politica militante tornò nel periodo della Resistenza, ma checchè ne dica l'attuale sinistra non fu certo Bella Ciao l'inno di tale periodo anche per il fatto che Bella Ciao fu
una composizione a tavolino fatta da un gruppo di raffinati cultori della tradizione popolare Il Nuovo Canzoniere Italiano che la presento' per la prima volta  al festival di Spoleto dei Due Mondi del 1964, spacciandola per un canto originario della Resistenza. La vera unica originaria canzone  della Resistenza fu Fischia il Vento sul refrain della musica russa di Katyuscia con le parole composte da un
medico partigiano amico intimo di Italo Calvino : Felice Cascione.
Nel dopoguerra  si costituì il Gruppo dei  “Cantacronache”,  che  nella costante ricerca delle tradizione autoctone della musica popolare, compose con grande sensibilità e innegabile talento le migliori canzoni che sono andate ad ingrossare il patrimonio popolare
della musica di protesta, di cui forse il testo e musica più celebri furono quelli de "per i morti di Reggio Emilia" del 1960 di Fausto Amodei che giustappunto era stato uno dei fondatori del Gruppo. Gruppo importantissimo I Cantacronache  destinato a confluire nel citato Gruppo del Nuovo Canzoniere Italiano (1962), che però al contrario del suo  antecedente  proprio in quell’occasione del  Festival Dei Due Mondi di Spoleto  del 1964,  prese anche a   manipolare la tradizione  contando su di una maggiore esperienza e sensibilità  musicale e incanalare cosi’ anche se non in maniera veritiera  il patrimonio della tradizione di rivolta.  Lo fece per Bella Ciao  e l’epopea della Resistenza, come abbiamo accennato, ma lo fece con addirittura più scalpore e provocazione per la atmosfera della 1^ guerra mondiale, con  la terribile canzone “O Gorizia tu sei maledetta”
sia musicalmente che contenutisticamente estranea al periodo dei fatti. In altre parole anche la Tradizione Popolare dei canti di rivolta,  comincia   a comportarsi come i tanto deprecati padroni e persuasori occulti : travisando la realtà, manipolando dati e perché no, anche musiche, per addivenire ad una  nuova rappresentazione  non re
ale, ma recitata, una “messa in scena” né più né meno di quella che non solo  il romanzo, il teatro, il cinema  e sempre più anche tutti mass media vanno apparecchiandoci come sostituto della realtà

 

martedì 7 settembre 2021

IL SUPER DI NARCISO

 

VERSO UN SUPER ES
Non è da oggi che il termine “super” viene attribuito con intenti ovviamente di esaltazione e di “superiorità” un po’ a tutto il lessico della nostra lingua parlata e scritta, ma forse ancor più immaginata o meglio da immaginarsi: così anche Freud che della parola, bhè!… è considerato un po’ uno dei grandi “guru”  (la talking cure, secondo la definizione della mitica Anna.O. la celeberrima paziente di Breuer)  quel termine “super” doveva andare ad affibbiarlo a qualche sua nuova idea o formulazione, nella fattispecie, nientemeno che al suo nuovo modello strutturale del funzionamento psichico umano, andando a denominare uno dei tre agenti specifici di tale funzionamento: l’epiteto di “super” anteposto al termine “Io” stava così a delineare la focalizzazione di una nuova funzione, che, nella precedente fase teorica quella non ancora rivoluzionata con la scoperta della “pulsione di morte” era adombrata : il Super-io. Dice lo stesso Freud:  “Apprendiamo dalle nostre analisi che vi sono persone nelle quali l’autocritica e la coscienza morale – e cioè prestazioni della psiche alle quali viene attribuito un valore grandissimo – sono inconsce, e producono, proprio in quanto tali, i loro effetti più rilevanti… La nuova esperienza, che ci costringe – a dispetto della nostra migliore consapevolezza critica – a parlare di un “senso di colpa inconscio”, è molto più imbarazzante e ci propone un nuovo enigma, specialmente se  finiamo col renderci conto che un tale senso di colpa inconscio svolge in un gran numero di nevrosi una funzione decisiva da un punto di vista economico, opponendo i più potenti ostacoli sul cammino della guarigione”  Egli dunque andava paradossalmente a ricavare la genesi del Super-Io, da una “colpa” che aveva finito per individuare nell’Edipo, ovvero la ben nota figura della tragedia greca di colui che uccise il proprio padre e ne sposò la moglie, cioè la madre.  Ora questa identificazione,  così marcata con il complesso di castrazione, che verrà oltremodo sviluppato da Lacan, ed anche con quel concetto che in Freud ha sempre costituito un assioma, ovvero che il bambino abbia uno spasmodico  desiderio di eliminare il padre e tenere la madre tutta per sé, con tanto di correlati sessuali, che appunto resterebbero individuati nell’Edipo, sono a mio parere, non solo un tantino stiracchiati, ma anche inesatti.  Nessuno sano di mente, neppure un bambino che si affaccia alla sessualità, sarebbe tanto  di cattivo gusto dal venire attratto da una donna molto più vecchia, spesso e volentieri dimessa, brutta, sciatta,  né tanto meno ciò potrebbe essere indotto da un inconscio, un Es, deputato, prima della svolta del “al di là del principio del piacere” appunto  al piacere (eros). Solo dopo quel libro che è del 1920, quando cioè Freud aveva 64 anni, si giustapporrà quello opposto di morte (thanatos), che ha delle peculiarità assolutamente non coincidenti col complesso di castrazione e comunque con l’Edipo. La verità è che nessuno, salvo casi di vera psicopatologia, e’ attratto sessualmente dalla propria madre; quello di cui  semmai si è attratti è il senso di sicurezza  che la figura materna può infondere, quel tanto strombazzato “amore incondizionato” quel proverbiale “ogni scarrafone è bello a mamma sua” che fa si che ogni individuo sia portato a perseguire un desiderio che non si rifà all’Eros, ma piuttosto a Thanatos: il desiderio di sicurezza, di quiete, di far ritorno da dove si è venuti, insomma coazione a ripetere all’insegna del 2° principio della termodinamica  e dell’entropia: la vita appunto come apparire di un qualcosa che turba un ordine costituito ovvero turbamento di uno stato di quiete  e continuo aumento di disordine, cui la madre, l’utero, rappresentano  una sorta di contro assicurazione, un mito dell’eterno ritorno. La vita è pericolosa,  traumatica, una continua incessante lotta per la sopravvivenza e l’Io reagisce con il sintomo, perché è lui nella sua stessa costituzione originaria un sintomo come giustamente osserva Lacan,  ma se potessimo tutti tornare alla quiete dell’utero, allo stato di pre-nascita ecco che non dovremmo lottare, non dovremmo faticare, non dovremmo soffrire  e non ci troveremmo mai soli, sperduti nel buio. Se potessimo trovare la madre che informa quell’amore incondizionato e quindi quel “non rischio” di vita, tutto sarebbe perfetto, assoluto, ma ecco!… anche dannatamente coincidente con quel Thanatos scoperto da Freud in “al di là del principio del piacere” perché sostanzialmente la pulsione di morte e’ in verità desiderio di non-essere, desiderio di far ritorno in quel nulla dove non esistono contrasti, un qualcosa che gli antichi avevano perfettamente inteso e rappresentato con il segno dell’Uroboros, il serpente che si morde la coda, simbolo dell’infinito; un desiderio molto ma molto più ancestrale e più potente di quello di Eros, cui semmai il principio paterno, col suo amore condizionato, legato alla prassi, all’osservanza di leggi e prescrizioni e anche alla capacità, al talento, all’accaparrarsi donne giovani e belle, cerca di perseguire. A  mio parere proprio la scoperta della pulsione di morte e della coazione a ripetere, scardina le fondamenta del contrasto tra principio di realtà e di piacere che si svolgerebbe tra Io e Es, immettendo nuovi parametri  e nuovi termini di conflitto, dove quel “super” va attribuito si all’Io che può anche rappresentare certe influenze esercitate  dall’ambiente sociale e culturale, ascritte  all’identificazione paterna, e dove, detto per inciso, l’Edipo rappresenta solo una di tali identificazioni (quella riferita al complesso di castrazione) non escludendone altre, ma può  benissimo essere adottata anche all’Es (l’inconscio) che non ha da apporre i suoi veti alla rigidità delle prescrizioni sociali, ed è invece tutto devoluto ad un qualcosa che non si rifà all’Eros e quindi al sociale, all’ambiente, ai rapporti, ma si rifà a Thanatos, cioè al nulla, a quel non-essere  nel quale se diamo per buona tutta la grande revisione del pensiero e della teoria freudiana, riposa  la più profonda essenza del desiderio.  Non c’è da sorprendersi se Freud riprende la teoria delle pulsioni che aveva affrontato in un saggio antecedente, ovviamente rivedendole nell’ottica di una opposizione radicale tra pulsioni sessuali e di morte, ma è proprio questo l’assunto che non convince, laddove  pone l’io succube sia del servaggio del super io, sia dell’Es, senza distinguere tra i due che provocherebbero impulsi qualitativamente differenziati  di natura erotica o distruttiva. E’ la strada che porterà al saggio “Inibizione sintomo e angoscia”:  dando per scontato la preminenza del conflitto tra Io e Super Io, per approdare però nel suo ultimo saggio di rilevanza meta psicologica “Analisi terminabile e interminabile”, alla inutilità di tutta la terapia, inutilità messa in evidenza non dal Super io, bensì da un Es per il quale si potrebbe benissimo adottare la dicitura di Super Es, in quanto non amputabile alla conflittualità sociale, edipica, di adattamento all’ambiente col desiderio istintuale,  bensì a quella molto ma molto più ancestrale e profonda di una pulsione di morte, che con la sua coazione a ripetere, e quindi anche ad un eterno ritorno, ritorno da dove si è venuti, cioè il nulla, comporta gioco forza la cessazione di ogni conflitto, e quindi anche alla necessità dell’analisi che di fatto è interminabile nei termini dell’aumento del disordine e della dispersione(entropia), mentre è terminabile solo nella totale e finalistica adesione alla pulsione di morte  (2° principio della termodinamica “in un sistema chiuso tutte le forze tendono allo stato di quiete”). Ecco anche perché, a parere di chi scrive questo appuntino, una figura anch’essa presa dal Mito Greco: Narciso con il suo riflettersi nella specularità della sua immagine nella superficie dell’acqua appena oltre la quale troverà proprio lei Thanatos, la Morte, ha molte, ma molte più probabilità di Edipo, di rappresentare la giustificazione stessa della seconda parte della evoluzione teorica Freudiana, quella appunto  inaugurata dal saggio 

  Al di là del principio del piacere e imperniata più sul desiderio che sulla rimozione e per la quale si parla appunto di “Seconda topica“ : Io , Es , Super Io, che però senza Super Es risulta come una sedia a cui non è ancora stata aggiunta una gamba

 

 

lunedì 6 settembre 2021

NAPULE'....LE TRE CANZONI ARCHETIPE

 


La data, non dico di inizio, ma insomma quasi, è il 1835! Ancor prima del “succede un quarantotto”, prima delle guerre d’Indipendenza, di Garibaldi, del matrimonio di Franz Joseph e Sissi, di Cavour, della Contessa di Castiglione. Per l’appunto è in quest’anno, che tradizionalmente si fa cominciare la storia della canzone napoletana, anche se qualcuno però pospone al 1839; Un inizio che ha il suggello di uno straordinario successo di una canzoncina, scritta da un certo Sacco, ma impreziosita da un’aria composta nientemeno che da Donizetti, che fa il giro di tutti gli Stati d’Italia, con epicentro però a Napoli, quella città che qualche anno dopo, sempre un’altra famosa canzonetta etichetterà come “Chisto è ‘o paese d’o sole!”. Quella Napoli, con il retaggio di antica capitale imperiale, e dove ancora moltissimi ricordavano il Maresciallo dell’Impero, Gioacchino Murat, coi suoi pennacchi, le uniformi sfavillantin con  moglie una sorella di Napoleone, famoso per la sua irruenza e le travolgenti cariche di cavalleria, che accompagnato nel suo insediamento a nuovo Re di Napoli dal segno infausto e temutissimo dalla popolazione partenopea del mancato sciogliersi del sangue di san Gennaro, aveva radunato i preti e senza tanti preamboli li aveva avvertiti che se l’indomani il sangue non si fosse sciolto, avrebbe tagliato a tutti la testa;  risultato: alla ripetizione del “miracolo” il sangue non si era limitato a sciogliersi, ma addirittura a bollire. Ma parlavamo del successo di quella canzoncina, un successo travolgente, quello che anni dopo avrebbe avuto l’epiteto di “tormentone”, ma che certo non doveva durare una sola estate….appunto quella “Te voglio bene assaje” dalla musica deliziosa di cui anche le parole, seppur non certo originali, accarezzavano il gusto, i sentimenti, che forse non hanno epoca, ed il cui seguito non proprio esaltante “e tu nun pienze a me” accentuava anche la sottesa malinconia dell’amore non corrisposto, impossibile, a volte tragico, cavallo di battaglia dell’ancora imperversante  movimento romantico, nell’anno di grazia 1835 o anche  1839. Per quanto l'origine della canzone sia tuttora oggetto di discussione, è certo che essa ebbe immediatamente un enorme successo, dato che in pochi mesi furono vendute ben 180.000 copielle, ossia gli spartiti e le parole, stampati e distribuiti su foglio. Inoltre per molte edizioni della Festa di Piedigrotta questa canzone fu intonata quasi ad inno ufficiale della musica napoletana. La risonanza della canzone fu tale che il giornalista Raffaele Tommasi, sul settimanale letterario "Omnibus" disse "Sfido chiunque dei miei lettori a dare un passo, o a ficcarsi in un luogo dove il suo orecchio non sia ferito all'acuto suono di una canzone, che da non molto da noi introdottasi, trovasi sulle bocche di tutti, ed è venuta in sì gran fama da destar l'invidia dei più valenti compositori". L'ossessionante ubiquità della melodia, cantata in tutta la città, e anche fuori Napoli, provocava come abbiamo visto articoli di giornali, commenti di ogni genere e anche a volte poesiole come quella di un nobile napoletano che diceva “Matina, juorno e sera fanno sta tiritera, che siente addò te vuote, che siente addò tu vaje I te vojo bene assaje e tu nun pienze a me”. Il fatto però che le “copielle” erano già diffusissime, fa pensare che sì “Te voglio bene assaje” fu la prima canzone di grande successo, ma che si inseriva in un contesto già ricco di storia e tradizione musicale quale quello partenopeo. Le “copielle” erano dei fogli che contenevano testi e spartiti di canzoncine particolarmente in voga che venivano vendute in negozi musicali, nelle prime case editrici musicali,  ma anche da musicisti itineranti che suonavano in varie parti della città e in special modo, chissà perché, davanti le stazioni di posta e per tale motivo furono detti “posteggiatori”; e la “posteggia”, appunto, corredata di copielle, per cui ognuno che avesse qualche rudimento di musica poteva replicare il refrain, si era andata diffondendo già ben prima del grande successo di “Te voglio bene assaje”. Dobbiamo a Guglielmo Cottrau, un francese di Strasburgo che si trasferì a Napoli al seguito di Murat e naturalizzato napoletano con il ritorno dei Borboni, il recupero di buona parte del patrimonio musicale partenopeo che risaliva addirittura a Federico II di Svevia e aveva pieces di diffusione internazionale tipo la “villanella alla napoletana” del ‘500 e la ben più famosa “tarantella seicentesca”, la “pizzica”. Questo ricchissimo patrimonio inglobava tradizioni musicali di un po’ tutto il meridione, Sicilia compresa (i Reali domini al di là del Faro), e Cottrau, che era tra l’altro stimato amico di Bellini e Donizetti, enfatizzando la composizione, magari rielaborata di antiche canzoni e ballate, tramite tali “copielle” assicurò la continuità e anche la ulteriore diffusione della tradizione musicale partenopea e meridionale; inoltre con la pubblicazione di veri e propri saggi, tipo i “Passatempi musicali “che uscirono in 6 fascicoli dal 1827 al 1847 e nel ‘41 “Les mélodies de Naples et ses environs” scritto in francese e pubblicato a Parigi, aveva dato un suggello dotto e culturale all’argomento con una diffusione internazionale. Ma lo stesso Cottrau proprio in merito alla canzone che abbiamo eletto a pretesto di questa dissertazione, una decina d’anni dopo (o sei anni, secondo l’altra interpretazione) nel dicembre 1845, esprimeva in una lettera alla madre il suo disorientamento di fronte ad un successo che evidentemente non accennava a diminuire.
Un grande, grandissimo successo dunque a monte della grande tradizione della canzone napoletana, ma anche diverse occasioni di diffusione più capillari e popolari tipo la “posteggia” e la circolazione delle “copielle”, oltre che un altro
particolare meccanismo che si cominciò a diffondere nello stesso periodo, la cosiddetta “periodica” che quasi certamente ebbe la ventura di portare a battesimo proprio lo strepitoso successo di Sacco e Donizetti. Le “periodiche” erano una sorta di riunioni settimanali, festose e spensierate che si svolgevano tra famiglie amiche, ma aperte all’occasionale partecipazione popolare che arricchiva l’atmosfera, impadronendosi delle melodie più accattivanti e contribuendo in questo modo alla diffusione per tutta la città. In seguito le “periodiche” riuscirono a trovare una vera e propria istituzionalità in feste organizzate, tipo quella famosissima di Piedigrotta, costituendo nel contempo, grazie appunto alla loro periodicità, un antecedente del Cafè-Chantant. Il luogo di queste manifestazioni era quanto mai variegato: poteva essere un salotto, una terrazza, ma più spesso e volentieri era una strada, una piazza, un cortile, dove si ballava ma soprattutto si cantava e fu esattamente là dove non pochi dei grandi artisti che contrassegnarono la grande stagione della canzone partenopea, Nicola Maldacea.
Maldacea, Narciso, Ersilia Sampieri, Elvira Donnarumma, si fecero le ossa. Alle Posteggie, alle periodiche e alle copielle, nei successivi decenni si aggiunsero per diffondere musica e canto altri espedienti: i cosiddetti “casotti”, dei rudimentali teatrini allestiti alla meglio in un basso
o in una baracca; il frequentissimo “pianino ambulante”, che forse ancora oggi è possibile vedere e ascoltare in qualche vicolo a ridosso del Pallonetto e della Pigna Secca, e che davvero portava la canzone in ogni angolo della città. Napoli dopo il passaggio al regno d’Italia nel 1861, è sempre una grande città, molto più grande delle capitali che si successero: Torino, Firenze e anche della stessa Roma, che nel 1870 non contava neppure duecentomila anime. Napoli col suo spirito allegro e canterino doveva moltiplicare i luoghi di incontro, i caffè, le osterie, le birrerie, dove le precedenti occasioni per “pazzià” si andavano sempre facendo più stanziali e meno occasionali. Dalla strada la canzone passò al piccolo palco, alla pedana, al gazebo di un caffè che di lì a poco assumerà la dicitura francesizzante di “Chantant”...o cafè sciantant!. Due anni dopo l’unità, nel 1863, c’era stato il ripetersi di uno strepitoso successo, non della proporzione di “Te voglio bene assaje”, ma insomma tale da meritare l’interessamento di un Salvatore Di Giacomo che ne registrò l’evento: “Dimme ‘na vota sì”.
Un giorno“ racconta appunto Di Giacomo “capitò nel negozio di musica di Federico Girard, Totonno Castelmezzano che mostrò ad un compositore emergente che frequentava il negozio, Carlo Scalisi, i versi di una canzone che aveva comperato per due centesimi, chiedendogli di improvvisare un motivo. In quattro e quattr'otto la canzone era composta e tutti i frequentatori del negozio applaudendo presero a cantarla in coro”; Girad molto oculatamente si assicurò subito l’esclusiva per il suo catalogo e “Dimme ‘na vota sì” quasi eguagliò il successo di “Te voglio bene assaje”. Intorno agli anni settanta dell’ottocento la Festa di Piedigrotta che era stata in verità poco più di una periodica e posteggia e che era ulteriormente decaduta con la fine del Regno Borbone, non essendo più accompagnata da parate militari e dalla presenza dei Reali, riprese vigore e divenne in breve la maggiore occasione per la presentazione delle nuove canzoni da parte delle case musicali. Fu proprio durante la Piedigrotta del 1880 che esplose il terzo strepitoso successo della canzone napoletana, quello di..............
“Funiculì, funiculà”. Ed è con questo terzo grande successo, il cui testo scritto dal giornalista Giuseppe Turco era ispirato al fatto di cronaca dell’inaugurazione della funicolare di Napoli per il Vesuvio, e la cui musica, influenzata dalla canzone popolare “lo zoccolaro”, sviluppata e arrangiata con sapiente maestria dal compositore Luigi Denza, pubblicata dalla storica Casa Editrice Musicale Ricordi, che si entra nella grande stagione della canzone napoletana, quella conosciuta in tutto il mondo con centinaia di canzoni stupende e colonna sonora di un mondo incantato, quasi magico,
fatto delle atmosfere del cafè chantant, dei teatri, dei saloni, che, come la pizza, prendono il nome della Regina Margherita, con le sue sciantose, gli artisti straordinari, le passeggiate per l’elegante Via Caracciolo, gli ufficiali in alta uniforme, i landò, le bellissime donne, ma anche le miserie dei bassi, i vicoli sudici, la miseria e la struggente malinconia di “Partono 'e bastimente pe' terre assaje luntane..”dalla canzone “Santa Lucia luntana” di E.A.Mario, il compositore di “La Canzone del Piave” che quasi a ratifica di un mondo che oramai la prima guerra mondiale aveva cancellato, scrisse nel 1919.

 

CANTICCHIANDO IN ORBACE

 

Anche le canzoni hanno una parte, anzi una grossa parte nella formazione dell’estasi’ non si sta qui parlando di musica, melodia, armonia, musica classica, come viene pomposamente definita, per intenderci Mozart, Beethoven, Bach, Chopin, o quant’altro,  ma canzoni, canzonette il “sono solo canzonette” di Bennato, che però informa espressioni musicali di tutto rispetto, e come tutti nella nostra vita abbiamo avuto modo di raccordarci, con fenomeni tipo il folk, il rock, il blues e autori e interpreti di straordinario valore del calibro dei Beatlles, di un Frank Zappa, Leonard Cohen, Bob Dylan, Janis Joplin, i Jefferson Airplaine, i Quicksilver, i Greatful Dead, Ives Montand, Edith Piaf, Charles Trenet, da noi in Italia il Modugno di “vecchio frack” o di “volare” e “ciao bambina”, ma anche i famosi cantautori a cominciare da Gino Paoli con il sequel dei vari Sergio Endrigo, Bruno Lauzi, Lucio Battisti, fino ai grandissimi Lucio Dalla, Fabrizio De Andrè ed epigoni, De Gregori, Baglioni, Rosso, Venditti, etc.. Debbo scusarmi se molti non sono elencati, comunque anche la valutazione dipende dai gusti personali, per cui non v’è da stupirsi se nell’elenco, parecchi anche di notevole portata sono rimasti esclusi: Mina ad esempio sarà senza dubbio bravissima, ma personalmente non mi ha mai suscitato alcuna emozione, così la voce roca e gridata di un Vasco Rossi e tutte le sue canzoni non sono mai riuscito a ascoltarle; diverso molto diverso un Adriano Celentano e cantanti un po’, diciamo così di confine tra canzone d’autore e commerciale, un Peppino Di Capri, Gianni Morandi, Bobby Solo, Zucchero;   certamente ci sono anche una miriade di canzonette senza pretese, ecco può andar bene il termine di “commerciale” e c’è  anche peggio di quelle cui faceva ironicamente cenno Bennato, probabilmente la maggior parte : strappalacrime, melense e stupidotte “mamma ti voglio bene” “piange il telefono” “quando dico che ti amo” “Io, tu e le rose”, e qui davvero l’elenco non finirebbe mai. Il punto è che qui siamo in un blog che si chiama “preservativo imperfetto" e sia il primo che il secondo, sono cangianti e variegati, un po’ come il principio di indeterminazione di Heisenberg e dannatamente relativi, come la Legge di Einstein: dipendono dalla posizione di...no! non l’osservatore, ma dell’ascoltatore, che è pur sempre una persona e quindi la sua posizione e disposizione, non sono mai definite con precisione. A proposito di tale riflessione ci sono delle canzoni da noi in Italia che occupano una posizione ambigua e alquanto controversa: sto parlando delle canzoni del periodo fascista, un riflesso alquanto impallidito oggi, ma la cui portata è stata senza dubbio fortissima e quindi va analizzata storicamente. ....“marceremo dove il Duce vuole dove Roma già passò”  tremendo no? Retorico fino al parossismo, e anche di un’ironica ridicolaggine considerando i fatti successivi, ma questo era l’inno dei GUF, gli universitari fascisti, ovvero baldi giovanotti acculturati che si definivano “fiaccole di vita e eterna gioventù” volti ovviamente a “conquistare l’avvenire”, mentre i ragazzini, inquadrati nei Balilla cantavano “fischia il sasso, il nome squilla del ragazzo di Portoria”  che chi poteva essere se non lui l’intrepido Balilla, che gettava quel sasso contro gli stranieri e dava il nome a tutta l’istituzione? Non sia mai che potevano restare esclusi in  giovani in genere, (capirai un Regime che aveva eletto a Inno Nazionale un canzone presa dagli arditi della Grande Guerra che si chiamava “Giovinezza!!!!), non ragazzini e neppure universitari, che all’epoca avevano la definizione di avanguardisti e per loro la marcetta faceva cenno ad una maschia gioventu’, ovviamanente con “romana volontà”, che aspettava la chiamata di una non meglio precisata madre degli eroi, “verrà quel dì verrà…” dicevano sconsideratamente , il che considerando chessò la Grecia, l’Africa, la Russia e l’otto settembre, suona ancora più ironico delle strofette dei ragazzi più grandi. Il cenno a “Giovinezza” induce ad una riflessione sull’origine, diremmo oggi il “background” di queste canzoni: origine che doveva molto ai canti della prima guerra mondiale,  i celeberrimi “bomba c’è”  col loro ritornello cadenzato che i fascisti ripresero fin dalle prime manifestazioni  “se non ci conoscete  guardateci all’occhiello noi siamo i fascisti dal santo manganello...fascisti e comunisti giocavano a scopone, la vinsero i fascisti con l’asso di bastoni” e tanti, tantissimi altri  che si produssero fino alla RSI, solo che invece del ritornello “bom bom bom son tre colpi di  cannon”, ci avevano messo  il “bombe a man e carezze col pugnal” anche questo ripreso sempre  dalla Grande Guerra, ma da una particolare formazione di combattenti, i cosidetti “Arditi” ovvero i reparti d’assalto, o “fiamme nere” da cui i fascisti avevano ripreso la quasi totalità del loro armamentario, le canzoni, gli slogan, financo il colore delle camicie e di buona parte del loro abbigliamento (il fez, le fasce mollettiere, i gagliardetti)  A rigore Giovinezza, che di certo doveva divenire la canzone più famosa del fascismo addirittura da accompagnarsi alla Marcia Reale nell’inno Nazionale era  si una canzone che si cantava nei reparti d’assalto fin dalla loro costituzione nello località di Sticca di Mandriano nel 1917, ma era stata ripresa da un canzone che si cantava nel 5° alpini soprattutto nel battaglione Vestone, dove c’era un capitano Corrado Venini, che si dilettava di composizione musicale, il quale sentendo suonare alcune note da un  ufficiale di complemento  richiamato per la guerra, le aveva immesse nel suo “’inno degli alpini sciatori “ Quell’ufficiale richiamato  si chiamava Giuseppe Blanc  e 5 anni prima quando era un laureando di giurisprudenza  aveva composta la musica con parole di Nino Oxilia  di una canzoncina goliardica  di addio agli studi che era stata inserita nell’operetta  “Addio giovinezza”con il titolo appunto di “Giovinezza”
che difatti aveva un altro testo e senso, niente trincee e suoni di battaglia, niente fiamme nere che terribili si scagliano, ma solo un po’ di rimpianto “son finiti i tempi lieti” facevano le parole di Oxilia con il refrain però che tutti conosciamo  …”degli studi e degli amor, o compagni in alto i cuori il passato salutiam…”  certo gli alpini prima e gli arditi poi, avevano cambiato le parole, via i tempi lieti, gli studi e gli amori, spuntano le trincee e col fascismo via ovviamente quel “compagni”  da sostituirsi
semmai con “camerati” Gli arditi insomma l’avevano ripresa dagli alpini che a loro volta casualmente l’avevano ripresa (forse se il sottotenente Blanc non fosse stato richiamato nel 5° alpini..... Chissà???)   da tale canto goliardico, però la musica e il ritornello erano rimasti identici  “giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza , della vita nell’asprezza il tuo canto squilla e va “ con però quella discutibile ciliegina sulla torta che il fascismo ci aveva aggiunto a conclusione …”e per Benito Mussolini eja eja alala’. Direbbe Carlo Levi “il futuro ha un cuore antico”...per ogni cosa! Anche quel famoso nero delle camicie fasciste e buffetteria varia, non è così genuino come potrebbe sembrare, l’ascendenza agli arditi si va bene, ma in una accezione che ricorda molto quella delle camicie rosse dei macellai argentini per i Garibaldini. Il cuore antico si materializza nel famoso telegramma di Vittorio Emanuele Orlando a Badoglio nell’ottobre del 1918 a proposito dell’attaccare con l’offensiva che successivamente verrà detta di Vittorio Veneto “Tra la sconfitta e l’inazione, preferisco la sconfitta : MUOVETEVI” e si fa prassi operativa  con l’8^ armata del Gen. Caviglia  che con una abile diversione aveva spaccato in due lo schieramento nemico e praticamente messo fine alla guerra. Fine della guerra assolutamente non contemplata dai due brillanti e ardimentosi Capo e sottocapo di Stato Maggiore Diaz e Badoglio, che difatti contando di effettuare quell’offensiva solo nella primavera successiva, avevano ordinato una enorme quantità di cotonina nera, necessaria ad equipaggiare i sempre più numerosi reparti d’assalto. Ordine prontamente effettuato da un industriale, che mi pare fosse Vercellino, ma non ne sono sicuro, che però causa la fine della guerra si trovò con l’ordine bloccato e quindi i magazzini pieni di cotonina nera (capirai avrebbero dovuto rifornire un intero Corpo d’Armata!) Ora questo industriale era in contatto con Mussolini e quando questi fondò il suo movimento col programma di san Sepolcro, prese subito la palla al balzo “tu ti rifai all’ amor patrio, alla guerra, all’arditismo...ebbene perché non adotti per i tuoi accoliti, il colore che è il simbolo stesso dell’arditismo?  Il NERO!!! Fanne il simbolo per “le tue schiere” , camicia, copricapo, fasce mollettiere….Io ho giusto quel che fa per te!” Qualche pignolo potrebbe osservare che in fin dei conti , Giovinezza non era l’inno ufficiale del Partito, bensì “All’armi siam fascisti “ o magari qualcuno della vecchia guardia preferiva l’inno della Disperata, una delle più famose squadracce dove si insisteva ossessivamente sul motto del fascismo, quel “me ne frego” anche questo però non originario fascista, ma di matrice D’annunziana che il poeta riprese da un dialogo tra due ufficiali il famoso Maggiore Freguglia e il Capitano Zaninelli,  entrambi medaglie d’oro e ovviamente ufficiali degli Arditi. Freguglia aveva chiamato Zaninelli e gli daveva detto che con la sua compagnia doveva attaccare un caposaldo, precisandogli che si trattava di una missione suicida, al che quegli aveva risposto : "Signor comandante io me ne frego, si fa ciò che si ha da fare per il re e per la patria". Il “Me ne frego” neppure lui originario fascista,  era disseminato a carattere cubitali nel cosidetto “Covo” ovvero la sede del Popolo d’Italia di via Paolo di Cannobbio  in Milano, e certo  non poteva mancare che anche su questo ci si tirasse su una canzone, anche se quel riferimento a Togliatti …”me ne frego di Togliatti e del sol dell’avvenire….” induce qualche dubbio sulla data di  composizione, non essendo negli anni venti il nome del co-fondatore del Partito Comunista ancora così famoso. D’altronde neppure l’ onnipresente “a noi” era di matrice fascista, bensì anch’esso D’Annunziano così come quell’eja eja alala’ che sempre D’annunzio aveva forgiato assieme al maggiore Freguglia (ancora lui!) per sostituire l’americano hip hip Hurrà! Semmai c’è da dire che quell’espressione così cruda faceva parte di quel tentativo del Regime di modificare a suo immagine e somiglianza la lingua italiana, la sostituzione del “lei” con il “voi” l’abolizione delle parole di origine straniera come se una lingua fosse una divisa da far portare, il celeberrimo “vestito di orbace” con cui veniva canzonato il gerarca Achille Starace aggiungendovi la precisazione “di nulla capace” L’altra fissa delle canzoni del ventennio, lasciandosi però alle spalle gli anni venti e entrando nel decennio dei  trenta  era quella della Roma antica imperiale, le Legioni, i gagliardetti, le insegne, i gladi (su quest’ultimo il gladio,  però ancora una ascendenza negli Arditi della prima guerra mondiale, perché un gladio tra fronde di alloro e quercia era stato assunto come segno distintivo di tutti i reparti  d’assalto, anche quelli che non portavano le mostre nere  come gli alpini o i bersaglieri che conservavano le loro ed erano difatti detti “fiamme verdi” e “fiamme cremisi” ) il “fuoco di Vesta “ irrompeva fuori dal tempio e ovviamente coniugandosi alla “giovinezza” declamava il “Duce Duce! e  non poteva mancare un Inno a Roma, il celeberrimo “Sole che sorgi  libero e giocondo sul colle nostro i tuoi cavalli doma” ; e poi certo con il cambiare della situazione politica, l’abbandono della Società delle Nazioni quella antica Roma, quell’antica gloria, non poteva che rivendicare...rivendicare cosa? ma lImpero è ovvio!  e quindi ….“Roma rivendica l’impero, l’ora delle aquile suono’, squilli di tromba  salutano il vol dal Campidoglio al Quirinale” e quindi propositi, che insomma considerando poi certi fattarelli tipo la distruzione della marina a Taranto, la cacciata a mare da parte dei Greci, le centinaia di migliaia di prigionieri  fatta da gli inglesi che disponevano in Africa Settentrionale  di un contingente di soli 30.000 uomini e la stessa fine di quel tanto strombazzato Impero...bhe ! Come fare a non sorridere un po’ amaramente alla frasi successive della canzone  “terra ti vogliamo dominar, mare ti vogliamo navigar….mi sono chiesto spesso come gli fosse venuto in mente a Mussolini di rifarsi all’antica Roma nella scelta del nome del suo movimento, i fasci littori, le aquile, i gagliardetti, ecco questo c’era davvero poco nella prima guerra mondiale, a parte quel gladio che veniva portato dai reparti d’assalto, sulla manica in alto della giubba , certo è che quel proseguo della canzone “il littorio ritorna come segnale di forza e di civiltà suona davvero farsesco e non parliamo poi quel “dei Cesari il genio e il fato, rivivono nel Duce liberator” Con il 1934 l’Anschulss, l’uccisione di Dolfuss da parte dei nazisti e la mobilitazione al Brennero dell’Esercito, unica opposizione a Hitler in tutta Europa,  cambiano radicalmente gli equilibri europei (in questa stessa Rubrica Es-tasi  c’è un articolo del sottoscritto che analizza al dettaglio tale momento ) e cambiano anche le canzoni,  si fanno più volgari in risposta alle inique sanzioni con cui francia e Inghilterra intendono punire l’Italia del Duce (una canzone faceva appunto “si salva l’Italia , l’Italia del Duce” eh già perché dopo che Mussolini aveva avuto la prova della debolezza intrinseca della Società della Nazioni, aveva bruscamente cambiato rotta politica e paradossalmente si era avvicinato proprio a colui  che appena qualche mese prima gli  aveva mobilitato  contro l’esercito e costretto al dietro front. Dicevamo del volgare che si accentua eh bhe come la chiameresti voi una canzoncina  che rivolgendosi espressamente all’Inghilterra gli fa

“Sanzionami questo!  E se ancora ci fosse qualche dubbio aggiunge “lo so che ti piace, ma non te lo do!” 
Una nuova guerra, ammettiamolo  abilmente propagandata da motivi di rivendicazione, le “inique sanzioni” appunto di Francia e Inghilterra; una retorica verbale piuttosto d’effetto dello stesso Mussolini in un plateale discorso dal famoso balcone di Piazza Venezia “ io fino a prova contraria mi rifiuto di credere che l’autentico popolo di Francia possa indire  sanzioni economiche contro l’Italia! I  6000 caduti di Bligny, morti in un eroico assalto che strappò un grido di ammirazione dello stesso comandante nemico,  trasalirebbero dalla terra che li ricopre ;  e fino a prova contraria mi rifiuto di credere che l’autentico popolo di Gran Bretagna, possa unirsi a sanzioni economiche contro l’Italia, per difendere un Paese africano, universalmente bollato come paese barbaro e indegno di stare tra i popoli civili”, quindi il  celeberrimo “oro alla patria” con la giornata della fede, in cui tutti, davano qualcosa d’oro,  dalle  spose, a cominciare dalla Regina Elena,  la loro fede d’oro in cambio di una in ferro,  e poi senatori,accademici, persino antifascisti , in un momento che fu davvero di sincera aggregazione del popolo italiano sotto il fascismo ( Peccato che anche questo momento sia stato rovinato da scoperte successive : due damigiane piene di fedi d'oro furono difatti requisite  nei giorni della fine della guerra ai  gerarchi fascisti in fuga con Mussolini, che  stavano cercando di trafugare.) sono tutti elementi che producono nuovi spunti per canzoni . Sia comincia con  la canzone “Adua sei liberata” che si diceva fosse stata  composta in una sola notte, subito dopo la presa della città che nel 1896 era costata la vita a tanti nostri connazionali e al Paese la reputazione  “sei ritornata a noi, ritornano gli  eroi” dicevano le strofe successive “tra rulli di tamburo e bagliori” quindi tutta una serie di spunti su tema  “i legionari : “i morti che lasciammo a Passa Uarieu” “cara Virginia io vado in Abissinia!” “mamma ritorna ancor nella casetta sulla montagna che mi fu natale” che era l’unica canzone che nel film “Tutti a casa” il sottotenente Alberto Sordi riusciva a far cantare al suo plotone;  canzoni piuttosto note, ma nessuna da reggere il paragone con la celeberrima “Faccetta nera” la cui storia vale la pena di essere raccontata: anzitutto non è propriamente della guerra d’Etiopia, ma di alcuni mesi prima, ovvero della primavera del ‘35: difatti mentre fervevano la preparazione delle operazioni militari dopo l’incidente/scusa di Ual-Ual,  il Ministero dell Cultura Popolare, il famoso MINCULPOP aveva pensato bene di  pubblicare notizie relative alla schiavitù ancora vigente in Etiopia, al fine di sensibilizzare la popolazione ad un qualcosa che poteva essere di forte impatto, enfatizzando un tema di missione civilizzatrice (bhe!!! il già citato Littorio come segnale di forza e di civiltà!)  della futura campagna militare e occupazione. E’ questa dunque l’ispirazione della canzone, un tema di giustizia e civilizzazione, decisamente anti razzista e anzi ammiccante in merito a rapporti  di fratellanza data che una ragazza etiope, “faccetta nera”  veniva etichettata come “romana” ….faccetta nera sarai romana e per bandiera ti daremo l’italiana” diceva una strofa, della canzoncina scritta da due personaggi del mondo delle rivista e dello spettacolo Renato Micheli e Mario Ruccione che avrebbero voluto presentarla al Festival della Canzone Romana, una manifestazione canora in quel 1935 molto in auge, che risaliva al 1891 e che aveva avuto illustri partecipanti Leopoldo Fregoli, Ettore Petrolini, Gustavo Cacini (quest’ultimo un personaggio molto famoso e molto presente negli spettacoli-macchietta della Roma di allora che aveva ingenerato quel modo di dire “e chi sei Cacini?” ancora molto usato ai tempi in cui io ero ragazzino, cioè nel dopoguerra e negli anni cinquanta e sessanta). Al Festival non se ne fece nulla, forse perché la tematica era un po’ troppo ardita e avrebbe potuto urtare la ideologia nazista e del suo iper-razzista Fuhrer, Adolf Hitler  che proprio in quel periodo stava cominciando ad accreditarsi come alleato dell’Italia fascista, con forti promesse di aiuti economici per la futura campagna militare. Però poco dopo, la canzoncina con quella musica cosi accattivante e anche i versi freschi e spumeggianti avevano attratto l’attenzione nientemeno che di una stella di prima grandezza dello spettacolo italiano,la quasi mitica Anna Fougez, che l’aveva fatta cantare dalla sua compagnia:  Faccetta nera al teatro Quattro Fontane di Roma, intervenendo lei stessa  nelle vesti dell’Italia, che spezzava  le catene cui era avvinta la “piccola abissina” e la rivestiva con una camicia nera. Successo eclatante: Faccetta nera,  veniva  inserita in molte “riviste “  dell'epoca diventando popolarissima, specie sulla bocca delle truppe che nell’ottobre del ‘35 partivano entusiaste per la campagna d’Etiopia. Ulteriori perplessità, però dell’onnipresente MINCULPOP, che andava soppesando alcune frasi decisamente imbarazzanti del testo , quel “sarai romana” “ti porteremo a Roma” e per  bandiera ti daremo l’italiana ” ed anche alcuni passi che potevano essere travisati, ad esempio quel “ti daremo un altro Duce e un altro Re”, e che quindi cominciava a pretendere pesanti modifiche, un po’ più in linea con la volgarità ad esempio del  già citato “Sanzionami questo!” e di numerosi  ritornelli ripresi dagli antichi “bomba c’è”, ma permeati di ulteriore volgarità nei riguardi della popolazione abissina “il Negus chiese al Duce se poteva venì a Roma, il Duce gli rispose se c’hai la moglie bona!” “Il Negus chiese al duce se gli dava li leoni, il duce gli rispose nun me rompe li…..” Canzoni ancora canzoni, ma più retoriche, più melense, con l’affermarsi della alleanza con Hitler, e soprattutto con l’entrata in guerra, impensabili dei motivi un tantino più profondi  tipo il sotteso antirazzismo di Faccetta nera: “Camerata Richard”  esalta l’alleanza tedesca, ma lo fa in modo davvero sciropposo ed urtante “camerata Richard benvenuto, posa il sacco si scivola bada, il nemico è al di là della strada, parla piano che già ti ha veduto” Figuriamoci se il nemico, ovvero l’Inghilterra, perché dopo la fulminea sconfitta della Francia, era rimasta solo lei, poteva preoccuparsi della scalcagnata Italia: in pochi minuti ci aveva distrutto a Taranto una flotta, in Africa il Gen.Wavell con soli 30.000 uomini aveva fatto a pezzi l’intera Armata di Graziani che ne contava 600 mila, e persino i Greci ci avevano buttati a mare, rendendo davvero ridicolo quel plateale “spezzeremo le reni alla Grecia” di Mussolini, niente! la canzone insisteva citando la mitraglia di quella piazzola e su  melensissime raccomandazioni in caso di... “21 anni la stessa mia classe, questo vedi è il mio primo bambino...tieni a mente Salvetti Nicola, Vico Mezzocannone 50!”  Un po’ come la terrificante “Caro papa’, ti scrive la mia mano .. ” di cui conservo un gustoso aneddoto : un mio ex amico, non certo fascista, anzi, ma che in gioventù sui 15 anni, era stato missino, trovandosi a discutere appunto di canzoni del ventennio con una ragazza intelligentissima e impegnata politicamente, figlia di un famoso attore ebreo, morto recentemente ad oltre novant’anni, e che aveva avuto terribili traversie con le Leggi Razziali, tanto da confessare in una intervista che aveva pensato al suicidio, le aveva fatto “sai non erano tutte retoriche e false le canzoni fasciste, ce ne erano anche di sincere, ecco senti questa…” e lì in macchina si era messo a cantare appunto “caro papà ti scrive a mia mano, quasi mi trema lo comprendi tu….”Mario!” mi aveva raccontato dopo “mentre cantavo così di getto del tutto automaticamente, mi rendevo via via  conto dell’orrore di quella canzone, che mannaggia non avevo mai più cantato, avrei voluto fermarmi, ma quella sembrava come interessata  “le lacrime che bagnano il mio viso, son lacrime d’orgoglio credi a me, ti vedo che mi schiudi un bel sorriso, il tuo Balilla stringi al petto a te!” Fine! un silenzio di tomba, di profondo imbarazzo era calato in quell’abitacolo, fino al legittimo “ma è atroce!” della ragazza che si era dovuta sorbettare quell’orrore.  Lo vedi, perché, dico io, bisogna sempre sottoporre a revisione la storia? I fatti, i pensieri, le canzoni, anche le nostre emozioni, perché se non lo fai c’è il rischio appunto come questo mio amico di dimenticare e magari pensare che “bhe! Tutto sommato!....” La storia tutta la storia deve essere sempre ripensata e solo in quanto tale, eventualmente ri-assunta! Con il filtro della nostra ragione e di una conoscenza che deve essere sempre improntata alla critica, al relativo e alla “ri-messa in discussione!”
Mi pare superfluo elencare le ulteriori canzoni della parte finale e tristemente conclusiva de l’oramai superato ventennio: come la patetica “Vincere”  in cui anche il popolino ironizzava che il disco con la strofa successiva, ripresa dal famoso discorso del Duce della dichiarazione di guerra , “...e vinceremo” si era incantato e ripeteva ossessivamente quel “vincere, vincere, vincere” laddove prendevano invece corpo tutte le tappe della vergognosa sconfitta, quelle precedentemente citate e quella  sempre più incalzanti: la disfatta di El Alamein, la caduta del cosiddetto Impero, la ritirata di Russia, il “li fermeremo sul bagnasciuga”, il vergognoso otto settembre, con la fuga del re e di Badoglio  e l’Esercito, il Paese tutto, allo sbando, l’occupazione tedesca e la cupa terrificante atmosfera della Repubblica Sociale, dove il cosidetto Duce era oramai una patetica marionetta nelle mani non solo di Hitler, ma anche dei suoi sgherri, neppure di primo piano che lo trattavano come un cameriere.  Ecco per tutto questo, non ci sono più canzoni, neppure quelle terrificanti de “le donne non ci vogliono più bene, perché portiamo la camicia nera” o di “siamo belve assetate di sangue, siamo i fascisti repubblicani, abbasso il Re, viva Graziani!” perché queste non sono più canzoni, sono lugubri lamenti.

 

 

SEMPRE E SOLO LA PAURA

  La vera unica origine delle malattie, tutte le malattie, sta in un unica, sola e terribile parola che si fa emozione : la paura . dal raff...