Nietzsche e' del pensiero umano un sorta di Nostradamus: le sue previsioni non hanno neppure l'ambigua incertezza delle sestine del famoso indovino, eccolo infatti dire la sua sulla coscienza "La coscienza è l'ultimo e più tardo sviluppo dell'organico e di conseguenza anche il più incompiuto e il più depotenziato. Si pensa che qui sia il nocciolo dell'essere umano: ciò che di esso è durevole, eterno, ultimo, assolutamente originario! Si considera la coscienza una stabile grandezza data! Si negano il suo sviluppo, le sue intermittenze! La si intende come unità dell'organismo! Questa ridicola sopravvalutazione, questo travisamento della coscienza hanno come corollario un grande vantaggio, consistente nel fatto che con ciò è stato impedito un troppo celere perfezionarsi della medesima. Perchè gli uomini ritenevano di possedere già la coscienza, si sono dati scarsa premura per acquistarla, e anche oggi le cose non stanno diversamente!" . In questo passo sembra, non solo anticipare Freud e l'inconscio, cosa che prima di lui avevano fatto in parecchi, Cervantes, Poe, Melville, ma addirittura delineare chiaramente Julian Jaynes e la sua mente bicamerale e quindi porre l'origine della coscienza molto ma molto più ravvicinata in quanto derivata del linguaggio e a questo posteriore (grosso modo tremila anni fa o giù di là). Ci pensi alla sconvolgente affermazione “La coscienza e’ posteriore al linguaggio” quante incredibili conseguenze determina nella nostra cultura e persino civilta’? significa ammettere che l’uomo ha fatto tutta una serie di cose, dal costruire paesi, citta’, monumenti, realizzare diverse civilta’, fare guerre, il tutto, senza esserne cosciente, ma semplicemente facendo leva su di un altro meccanismo neuronale, uno appunto non derivato dal linguaggio, ma su qualcos’altro. Beh e’ notorio che c’è stato un certo signor Freud che ha dato il nome a questo “qualcos’altro” perfettamente biologico, denominandolo “inconscio”. Ma e’ anche vero che da tempo immemorabile l’uomo ha sempre avvertito questo “esser-ci”- altro, molto molto prima di Freud e anche di Heidegger cui quel “ci” ha dato comunanza all’essere, e alquanto piu’ poeticamente l’aveva chiamato “eta’ dell’oro” Una età dell’oro, una denominazione comune un po’ a tutte le civilta’ del passato la cui peculiarita’ era quella di essere caratterizzata da voci ? Voci allucinatorie tout court identificate con le voci degli dei, anzi l’unica modalità di manifestazione di non meglio precisati dei. E per quanto tempo durarono queste voci, per quanto tempo questi dei abitarono qui sulla terra ? Di certo assai più dei tremila anni scarsi della coscienza, stante la sua dipendenza dal linguaggio articolato, diciamo una temporalità indefinita, fatta di decine, centinaia di migliaia di anni, chi può dirlo, mancante l’elemento di trascrizione di una data esperienza? Mancando quell’analogo-io in grado di mettere in situazione se’ stesso con uno scritto? Ecco che qui entra in gioco un pensatore piu’ recente di Freud o di Heidegger, un pensatore a noi contemporaneo che nel 1976 scrisse un saggio di fondamentale importanza “il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza" giustappunto il sopracitato Julian Jaynes. Cosa significa mente bicamerale?Significa un cervello ben distinto nelle sue funzioni: una funzione pratica adattiva per sbrigare le faccende del quotidiano con una certa rispondenza fondata sulla condensazione di un significato acquisito che prendeva in esame la modalita’ comunicativa degli esseri umani, quella appunto di un linguaggio articolato , in grado cioe’ di comprendere sempre piu’ dati e trasmetterli al proprio simile, quindi un codice metaforico un “cosa e’ questo?.... beh e’ come quest’altro….” Metafora e’ parola greca e significa letteralmente “portare nei pressi, nell’intorno“. avvicinare un significato ad un altro per effetto di rassomiglianza. Tale funzione eminentemente metaforica quindi si allocava nell’emisfero sinistro del cervello con tanto di specializzazioni nelle varie aree (Broka, Vernicke, etc). significa pero’ anche una diversa parte allocata nell’emisfero opposto dello steso cervello, preposta ad una funzione assai differente : sfruttare l’esperienza acquisita del singolo, del gruppo e trasmetterla alla comunita’ non per condensazione, non metaforicamente ma per spostamento, per trascinamento di quel significato letterale correlato ad un oggetto, che va anche caricandosi di tutta una serie di implicazioni correlate all’essere in una certa situazione e quindi, secondo la teoria di De Saussure diventa “significante”, una operazione che la retorica linguistica indica con il nome di metonimia e che resta compresa appunto dal meccanismo di trascinamento di significante quale puo’ essere una composita esperienza a fronte di un determinato evento di tipo eccezionale (l’attacco di una belva feroce, una alluvione, un incendio, altri tipi di eventi piu’ o meno naturali. Una mente bicamerale quale quella descritta da Jaynes può in effetti essere durata centinaia di migliaia di anni e lo stesso può dirsi se un tale paradigma viene applicato e adattato ad un qualcosa di così misterioso, così fumoso, per nulla documentato come la prima Era della Umanità quella dell’oro , quella degli dei, della quale non ci rimangono che illazioni e una forma comune a tutte le culture, di larvata nostalgia , quel “perché gli dei non ci parlano più?” Come dovettero essere tali voci, abbiamo detto, o meglio ci ha detto esaurientemente Jaynes nel suo saggio – stress, situazioni nuove, adattamento all’ambiente , modalità non discutibile della comunicazione auditiva, etc’- semmai , è il caso di andare a scoprire che fine abbiano fatto tutte queste voci, una volta che l’emisfero sinistro del cervello ha costruito quell’analogo io che ha consentito di mettere l’individuo “in situazione” e narratizzare la sua presenza e quindi di quelle prescrizioni non ha alcun bisogno? Sembrerebbe avallata l’ipotesi di zona muta, se difatti una voce non ha più nulla da indicare a livello comportamentale, a cosa serve l’emisfero destro? a niente! è un emisfero del tutto superfluo in quanto le zone corrispondenti a quelle del linguaggio articolato non rivestono più alcuna utilità. Così sembrerebbe se utilizziamo il referente della singola eventualità comportamentale, ma cosa succede se prendiamo in esame un qualcosa di molto più generalizzato? cosa succede se ci focalizziamo sul “desiderio” che della vita ne costituisce l’essenza? Succede che viene investito qualcosa di molto più complesso e articolato di una singola evenienza; la modalità allucinatoria delle parti dell’emisfero destro del cervello, preposte alle suggestioni/comandamenti, in correlazione a quella costruzione di analogo io, perde quella funzione di rapporto tra i due emisferi e si precisa in un qualcosa che assume una essenza a sè stante, quella appunto che informa il desiderio, tutto il desiderio come correlato sempre presente fin dall’apparizione dell’uomo e di quel suo distacco dallo stato animale, che attenzione non è la coscienza, ovvero l’analogo io, è un qualcosa che sta localizzata nell’emisfero destro che esaurita la sua funzione allucinatoria/prescrittiva, la evolve in una generalizzazione di quello che da sempre ha rappresentato l’istanza della presenza dell’uomo sulla terra, una sorta di pieno ritorno a quel “de-sidera” ovvero quel “venire dalle stelle”.Un’entità più o meno misteriosa, certamente ancora sconosciuta, che ha rappresentato l’inizio della vita, ovvero, come dice Freud in Al di là del principio del piacere, un turbamento in un qualcosa di preesistente alla sua apparizione, ovvero una fenomenologia irrelata dove è presente un corpo turbato (il pianeta, terra, lo stato inanimato) che tende incessantemente a ritornare nello stato precedente a tale turbamento e un corpo turbante (l’apparire della vita, non insita allo stato inanimato, ma proveniente da altrove) che ha invece una duplice istanza : quella di permanere nel proprio stato a tutti i costi (il famoso “la vita ama la vita), ma anche quella di tornare anch’essa da dove è venuta, una nostalgia, direbbe Freud “una coazione a ripetere” ovvero da altrove , lo spazio, il cielo...le stelle... e quindi ri-tornare tra le stelle (de-sidera). Della reazione della prima entità, la terra, che potremmo anche definire totale assoluta indifferenza, ne abbiamo continuamente esaurienti prove: terremoti, inondazioni, mareggiate, eruzioni vulcaniche, sconvolgimenti tellurici, cambiamenti climatici, caldo, freddo, gelo, diciamo che la terra è un ambiente quanto mai inidoneo all’ordine delle volontà e dei disegni umani, mentre per la seconda entità, avendo invece una duplice istanza, quella del permanere e quella del ritornare, si era reso necessario, nell’essere vivente maggiormente evoluto grazie allo sviluppo del suo cervello, suddividere appunto tale cervello in due distinte parti/funzioni, una preposta a tutti i problemi del difficile adattamento ad un ambiente ostile/indifferente, grazie ad uno strumento di aggregazione ovvero il linguaggio articolato che nominasse ogni cosa e provvedesse grazie ad un meccanismo di paragone/condensazione a nominarne sempre di nuove, un’altra invece che doveva giocoforza trovare in una diversa, anzi opposta localizzazione cerebrale, la sua manifestazione: non quella di nominare tutte le cose, ma di trascinarne più che il significato, il significante, ovvero il sentito dire, quindi una metonimia ovvero tutte le possibili eventualità che una certa azione comportasse, applicandovi una sorta di imprimatur rappresentato dalla somma delle esperienze in situazioni simili, che appunto si imponessero come assolute in termini di comportamento. Questi potrebbero essere stati i tempi di dominio degli dei, giustappunto l’età dell’oro, che non ha bisogno di spiegazioni, non ha bisogno di giustificazioni e meno che mai ha bisogno di temporalizzazione: essa si manifesta in sé stessa, giustappunto in una voce, informante nel suo stesso porsi “Va! Fa! Agisci!“ Le voci ovvero le manifestazioni degli dei, ad un certo punto della storia, che non è la banale storia evolutiva delle moderna società umana, questo è un giudizio di merito prettamente umano, si esauriscono per il banalissimo motivo che “non hanno più nulla da dire”, e quindi a quella mente che Jaynes ha denominato bicamerale si sostituisce la coscienza, ovvero quell’analogo Io, che prodottosi nell’emisfero sinistro del cervello, consiste nel mettere in situazione il proprio vissuto senza più aver bisogno di attendere l’allucinazione/prescrizione trasmessa dal corrispondente emisfero destro e che il gruppo, la socialità, l’evolversi della civiltà aveva arbitrariamente attribuito agli dei. L’evoluzione del linguaggio una volta consentito che tramite un analogo che aveva fatto di se’ stesso, l’uomo fosse in grado di mettere se’ stesso in relazione agli eventi, non abbisognava più delle antiche voci ammonitorie e prescrittive di fantomatici dei, e torna quindi imperiosa la domanda : che fine hanno fatto tali voci e più specificamente che fine ha fatto tutta una parte del cervello che per millenni e’ stata preposta a tale compito? Come anzidetto non si tratta di un banale giudizio di merito o demerito , di valore o di non valore, quale l’uomo, specie da Platone in poi con la sua invenzione del concetto (un uno che sta per molti) ha applicato praticamente ad ogni suo scibile, si tratta della stratificazione della tradizione, un qualcosa di eminentemente simbolico che non cataloga, non elenca, non giudica , e che noi in questa sede denominiamo inconscio una funzione vestigiale che non si è estinta, non è diventata un’area muta del cervello come vorrebbero ipotesi scientiste, ma semmai diciamo che si è andata ad occupare di un qualcosa di molto più generale, insita in quella seconda istanza che abbiamo visto appartenere all’elemento turbatore, ovvero assolte, diciamo al meglio o perlomeno autonomamente, le funzioni di adattamento ad un ambiente ostile o indifferente, quindi di condensazione della propria permanenza, si è andata ad occupare del trascinamento di quell’eterno ritorno nei dettami del desiderio, ovvero quel “de-sidera” che non si contenta di un semplice elenco con termini sempre nuovi, ma vuole il senso di quel suo operare in un contesto che non lo conosce, che lo avversa, che lo opprime e contro il quale deve sempre lottare: vuole ritrovare la sua più profonda essenza, quella che solo il ritorno da dove è venuto può forse spiegare e giustificare.Così se il “crollo della mente bicamerale”, prospettato tanto brillantemente da Jaynes ingenera giocoforza una “origine della coscienza” per logica associazione dovremo asserire che ingenera altresì una “ORIGINE DELL’INCONSCIO” Ammessa così una origine non solo della coscienza, ma anche dell’inconscio, Il desiderio non è più un singolo evento circoscritto e limitato da risolvere previa una voce allucinatoria e strettamente contingente, ma diviene il desiderio in senso lato, quello originario all’apparire della vita e del turbamento ingeneratosi nell’ambiente; ovvero è l’intera vicenda del genere umano che pervenuto al linguaggio ha specializzato tale strumento fino a coprire praticamente tutti o quasi i conflitti di attribuzione delle cose del mondo circostante, ha piegato il mondo ad una sua capillare nominalizzazione, ma ha tralasciato tutto quello che faceva parte del desiderio della sua stessa essenza, non solo adattarsi all’ambiente con la sua vita, con il suo “esser-ci” e quindi una condensazione/permanenza, ma anche fare ritorno da dove era venuta e quindi tornare intorno alle stelle (de-sidera) ovvero trascinare un significante nei meandri del proprio desiderio, non prendendo più in esame una singola conflittualità, ma il conflitto in sè: l’essere qui gettato in un mondo che non ci conosce e che ci osteggia con la sua totale indifferenza: insomma le eterne domande del genere umano ”chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo?”, che da tempo immemorabile sono sprofondate in una diversa accezione del linguaggio articolato, prerogativa di sciamani, auguri, indovini, ma anche artisti, poeti, musicisti, filosofi, e negli ultimi secoli anche studiosi, fisici, pensatori, che hanno costruito un linguaggio parallelo e alternativo a quello della cosidetta logica e che uno di questi ne ha individuato la struttura profonda e metodologica del suo manifestarsi, e qui facciamo ritorno a Sigmund Freud, che gli ha dato il nome di “INCONSCIO” e che noi in questa sede azzardiamo che, come la coscienza ha anche esso una origine e questa origine può benissimo trovare, come in un ulteriore estremo integrale sui cammini, una sua spazialità ed una sua temporalità del tutto indefinita si ma anche coincidente con tutto quello che l’uomo ha considerato comedesiderio e che non ha i dettami della localizzazione (vedi la fisica quantistica e la teoria degli insiemi ) e neppure della banale evoluzione a linea diretta da uno stato primitivo ad uno di cosidetto progresso, ma piuttosto la spezzata a zig e zag del ritorno, la teoria dell'eterno ritorno dell'identico nuovamente di Nietzsche che diviene il mito dell’eterno ritorno in Mircea Eliade, ma supposto dalle infinite voci della tradizione, un ritorno all'Eta' dell'Oro
sembra una modalità di coniugazione spazio/temporale laddove ci si muove tra futuro anteriore e calcolo infinitesimale ove limiti, derivate e integrali sono proiezioni di numeri negativi (ovvero numeri immaginari)
domenica 29 settembre 2024
sabato 7 settembre 2024
INDUGI RIFLESSI
"Dovremmo sempre indugiare sulla riflessione" ; lo diceva soprattutto Lacan che sull’oggetto concreto, il mezzo con il quale otteniamo la immagine della riflessione, ovvero lo specchio, ha fatto, per sua stessa ammissione l’ingresso nel mondo della psicoanalisi “ho fatto il mio ingresso nella psicoanalisi con uno scopino…”(si ha detto proprio così: uno scopino) “che si chiama stadio dello specchio” Nel l936, difatti nell’ambito del Congresso di Marienbad, Lacan aveva presentato un suo intervento intitolato “Le stade su miroir. Théorie d’un moment structurant et génétique de la constitution de la réalité conçu en relation avec l’expérience et la doctrine psychanalytique” e questo già di per sé rappresentava un tentativo di fare il punto sulle molteplici istanze a proposito della costruzione dell’identità personale, che in quel periodo con Freud ancora vivo, ma messo un po’ da parte nel consesso psicoanalitico per le sua ben nota revisione della teoria della Libido e la scoperta di un istinto o pulsione di morte, era alla ricerca di una qualche nuova concezione che potesse fare da contraltare alla seconda topica dell’inconscio e alle ultime conclusioni freudiane. Lo specchio in quanto luogo della riflessione era appunto uno di questi elementi e questo vale poteva valere anche quando lo specchio non era ancora stato inventato o per permetterselo ci volevano 7 anni di grandi sacrifici economici: la superficie di un ruscello, come ci rende fin troppo edotti Narciso, un vetro opacizzato, un pavimento tirato a…..eh si!!!!… specchio! ….“Specchio delle mie brame…” dice la matrigna di Biancaneve “chi è la più bella del Reame?””Lo specchio “riflette” ma lo fa assai spesso appropriandosi dell’altro significato semantico connesso a tale verbo: riflette si l’immagine, ma anche il pensiero, e quello si sa, va ben oltre quel che appare: gli anni che passano per l’odiosa matrigna e il paragone impietoso con la fresca nipotina, così come la linea del naso nel romanzo di Pirandello “uno, nessuno e centomila” Lo specchio riflette l’immagine, ma anche quello che fa seguito all’immagine, e questo può ingenerare conseguenze inaspettate. Logico e naturale che dello specchio se ne sono occupati in parecchi, trovandoci sempre qualche cosa di ambiguo, di estremamente pericoloso, come Narciso ci ha insegnato e tutto sommato lo stesso Freud sottende quando individua quella famosa e controversissima “pulsione di morte” - cosa c’è dietro l’ultima superficie della riflessione, cosa c’è oltre? Freud è stato il primo che non ha avuto il coraggio di andare quell’oltre: mancando di identificare la morte con la figura di Narciso, ha perduto l'occasione di trovare un ben diverso referente da quel forzato Edipo come estremo soggetto di de-siderio, sicchè le arditissime tesi di Al di là del principio del piacere rimangono sempre un po’ zoppe, claudicanti proprio sul tema cardine del desiderio: Da qui anche il fatto che alla parola “specchio” poeti, romanzieri, filosofi e soprattutto psicoanalisti, abbiano sempre avuto paura di indentrarsi in un sorta di campo minato, dove quello che è, non è sempre quello che sembra e viceversa: massima ambiguità e poliformità non solo di immagine, ma anche di pensiero, di idee, che spesso e volentieri sono parecchio al di là della riflessione. Lacan aveva un po’ aggirato il problema, facendo dello “stadio dello specchio” una sorta di epistemologia metodologica della identità umana, ovvero un qualcosa che consiste nel riconoscimento da parte del bambino nella sua immagine speculare, cosa che grosso modo si verificava nel periodo che va dai sei a diciotto mesi, quindi in un periodo in cui la formazione sia psichica che motoria è ben lungi dall’essersi definita. L’assunzione della propria immagine come propria, provoca nel bambino dice Lacan, uno stato di giubilo, tuttavia, quell’immagine, che nello specchio appare completa e unitaria, è discordante con lo stato d’insufficiente coordinazione motoria che caratterizza l’infanzia in quel periodo, nonché con la non padronanza del linguaggio. Il riconoscimento della propria immagine costituisce una vera e propria identificazione, nel senso che provoca una trasformazione soggettiva. Nella prospettiva di Lacan, la nozione di “stadio dello specchio” non ha niente a che fare con un vero stadio, nel senso di “fase”, né con un vero “specchio”. Lo stadio diventa un’operazione psichica, ontologica, a partire dalla quale si costituisce l’essere umano in un’identificazione In francese, “Io” si può dire Je oppure Moi. Per Lacan, il Je fa riferimento al soggetto dell’inconscio, il Moi, invece, allude all’istanza psichica che si costituisce a livello immaginario; In quanto poi alla gioia giubilatoria con cui il bambino riconosce l’immagine riflessa come sua, Lacan pone l’accento su questa illusione di completezza e unità, che non ha effettivi riscontri sulla realtà, e dice la famosa frase “”lo specchio dovrebbe attendere un tantino, prima di riflettere” perché come ci insegnano anche i più antichi testi dell’umanità, l’Iliade in primis, la originaria percezione che l’uomo ha di se stesso è divisa per parti e non unitaria “il piè veloce Achille, Atena dalle bianche braccia, il ceruleo occhio di Afrodite, financo il multiforme ingegno di Odisseo; quindi costituito in questo modo, l’Io è, di fatto, la sede di un misconoscimento, poiché l’immagine che lo specchio rimanda dà l’illusione di unità e di padronanza, ma di fatto ’Io si costituisce fin dall’inizio come identificazione di un Io ideale e come ceppo di tutte le successive identificazioni secondarie. Si capisce da queste succinte note, che tipo di importanza abbia lo specchio a livello psichico e anche comportamentale, tanto da poter essere considerato come un punto di inizio della struttura soggettiva di ciascuno di noi, non aliena però da problematiche legate appunto sia alla riflessione che all’identificazione, sicchè si fa ritorno sia a Biancaneve, che al naso di Pirandello e ben presto si passa ad investire non solo la struttura soggettiva, ma anche quella delle relazioni interpersonali, e questo anche nell’arte più moderna il cinema, che sullo specchio gioca molteplici dei suoi registri, dal sequel di spazi interni nel film di Resnais “l’anno scorso a Marienbad” forse solo casualmente con accenno al luogo dove la teoria di Lacan venne la prima volta enunciata o addirittura citato espressamente già dal titolo “come in uno specchio” dal grande Ingmar Bergman.Psicoanalisi, Il cinema e anche tutte le altre arti, sono tutte in qualche modo coinvolte nella definizione dello specchio, che quindi non è solo una fase, sia pure della rilevanza di quella quasi dell’inizio, ma investe tutto il nostro essere nelle varie sequenze della vita e soprattutto si pone a ultimo diaframma della morte andando a coincidere col desiderio
mercoledì 14 agosto 2024
VIGNETTE E DICERIE
Nel mio ultimo articolo su questo blog ho avuto modo di ripensare ad una vecchia vignetta di Forattini su Berlinguer che esprimeva alla grande la sostanziale ipocrisia di tale personaggio che oggi e' osannato dal popolo della sinistra come una specie di luminare. Luminare di che cosa, proprio non si riesce a capire in quanto come politico e direttore del suo partito non ha fatto altro che collezionare insuccessi e fallimenti a ripetizione (compromesso storico, Eurocomunismo, Sviluppo sostenibile, Austerita' e chi piu' ne ha piu' ne metta) - come uomo era rigido, sgraziato, palesemente presuntuoso e intollerante, frustrato e invidioso, quasi uno specchio dell'ideologia del suo partito, che come la storia ha dimostrato sono sempre i refusi di altre classi sociali che riversano tutta la loro rabbia e desiderio di distinguersi su una ideologia buonista e falsamente misericordiosa, facendone una sorta di missione: questo a cominciare da Paolo di Tarso a seguire ai vari convertiti Elena la madre di Costantino, san Francesco, Torquemada, Philippe Egalite', Engels, e piu' recentemente Feltrinelli .Lui Berlinguer era oggetto di feroci vignette e anche prese in giro come quelle di Noschese che sottolineavano questo carattere decisamente represso e invidioso, dipingendolo come un menagramo, magro, macilento, spiritato cogli occhi infossati che seguiva il carro dei vari Andreotti, Cossiga, Craxi canticchiando la canzoncina di Jannacci "vengo anche io " dove era sotteso il Governo, e ricevendone l'immancabile risposta del ritornello "No, tu no!" la vignetta con le pantofole l'ho trovata sul web, ma lo schetch no! sembra sia stata cancellata. Sono pochi i politici che sono riuscito a digerire da quando e' iniziata la Repubblica . Mi piaceva molto Ferruccio Parri che era stato il primo Capo del Governo del dopoguerra ancora in epoca monarchica, pur essendo di sinistra e con una ideologia del tutto opposta alla mia , come d'altronde mi piacevano tutti gli esponenti del Partito d'Azione (oltre Parri, Calamandrei, La Malfa, Bauer, Lussu e perfino Federico Caffe' il grande economista keynesiano che fu sottosegretario del Ministro Ruini nel Governo Parri) . Gli e' che io rispetto gli avversari, quando sono leali e uomini d'onore così anni dopo apprezzai molto Sandro Pertini, ma forse il politico che ha avuto il mio maggiore plauso e' stato Cesare Merzagora. Non amavo molto Bettino Craxi , lo consideravo davvero un po' Ghino di Tacco il Brigante a cui spesso veniva accostato e anche un po' Mussolini come lo ritraeva abitualmente Forattini con tanto di stivaloni e pose statuarie, e dato che neppure per Mussolini ho mai avuto questa grande stima, non posso dire che il capo del PSI abbia mai incontrato il mio favore. al contrario riponevo piuttosto fiducia in Claudio Martelli che forse ha rappresentato per tutta una serie di circostanze piu' o meno intenzionali, piu' o meno fortuite , un vistoso mancato nella storia della Repubblica, una storia che avrebbe potuto essere migliore. Non un solo esponente della Democrazia Cristiana ha avuto il benche' minimo riscontro nella mia schiera di politici illustri : forse mi divertiva un po' Andreotti per quel suo aspetto caricaturale, la gobba, le orecchie a punta, le mani giunte, tant'è che lo distinguo poco e dalle vignette (sempre di Forattini) ed anche dal film di Sorrentino Il Divo nell'interpretazione che di lui ne diede Tony Servillo. Passiamo quindi agli esponenti della Destra in primis il piu' famoso di tutti Giorgio Almirante che avevo conosciuto personalmente nel lontano 1963 : ebbene si non mi dispiaceva , ma niente di che, lo trovavo un po' troppo affettato, molto forse troppo educato e accomodante, diciamo che nel lontano 1963 avevo anche conosciuto personalmente Pino Rauti e lui si lo trovavo molto piu' rispondente ai miei canoni di merito e di valore,pero' lo ammetto ero forse troppo influenzato dalla enorme figura culturale di Julius Evola, che come filosofo, non per dare ragione a Hegel, superava alla grande qualsivoglia politico. Stesso discorso per Gianfranco Fini anche lui conosciuto personalmente anni dopo negli anni novanta quando concorreva alla carica di sindaco di Roma in contrasto con Rutelli, non repulsione, ma molta molta sufficienza striminzita il canonico "sei meno meno" Ecco ho appena menzionato Francesco Rutelli, con lui comincia la serie degli antipaticissimi, per non dire odiosi, un vero e proprio modello che ha fatto scuola : gli azzimatini e inconsistenti politicucci di fine secolo e di inizio millennio : i Letta, i D'Alema, i Renzi, fino allo scempio piu' assoluto dei Di Maio, Conte, Speranza conditi da veri e propri tromboni tenuti assieme da non si sa quale alchimia di collusione tra politica e economia i Prodi, i Ciampi, i Napolitano e a tutt'oggi il Mattarella Presidente della Repubblica. Non voglio neppure citare gli ultimi regurgiti di tale genia: la Schlein, Calenda, e ancora un Renzi che tenta sempre di fondare nuovi partiti e cercare alleanze o una Giorgia Meloni che promette bene stravincendo le elezioni nel 2022, ma poi fa marcia indietro su tutte le sue asserzioni e posizioni (dice il dialetto siciliano "se la rifardia" ) e si abbraccia con Biden, Zelensky, va a braccetto con Bill Gates e si fa fotografare persino con un Kissinger centenario poco prima della sua dipartita . Si dice "di tutti disse male forche' di Cristo, scusandosi col dir non lo conosco" Eh gia' ma io Belusconi lo conosco bene e come mai in questo inciso non ne ho parlato? Ho plaudito e addirittura esultato con enorme soddisfazione alla sua recente dedica dell'aeroporto di Milano Malpensa, piu' che altro pero', lo ammetto, divertito nel vedere la plateale "rosicata" di tutto il popolo della sinistra e comunque va da dire che io Berlusconi come politico non solo non ce l'ho visto mai, ma proprio non ce la faccio a considerarlo tale. Per me rimane l'imprenditore un po' piazzista di Milano 2, il padrone delle televisioni private, il trionfale Presidente del Milan, ma con la politica proprio niente a che spartire .Per carità divertente fino alle lacrime con le sue barzellette, i suoi slogan, i bunga bunga, persino la canzoncina davvero troppa "per fortuna che Silvio c'e' - sempre davvero troppo, ridondante , traboccante, un po' manigoldo, un po' birbante, sempre comunque divertente, indubbiamente sempre sopra le righe e per questo il suo posto nella storia l'ha conquistato eccome, per aver dato alla politica che con l'inizio di questo terzo millennio ha assunto le vesti di una tragica farsa, un aspetto meno truculento, un po' alla Trimalcione, un banchetto tipo grande abbuffata (come la vuoi chiamare il consesso della nostra attuale classe politica?) di cui non vanno dimenticati i risvolti comici, a volte esilaranti. Riassumendo non mi spiego proprio il motivo di una esaltazione oggi, sia pure limitata ai faziosi della sinistra, della figura di Berlinguer, una persona che come ho detto ha collezionato solo insuccessi e fallimenti mostrando una insipienza politica che ha dei paralleli solo con i peggiori politici della nostra storia. Debbo ammettere pero' che aveva una cosa che lo contraddistingueva : un certo decoro, che tutto sommato anche se velato di melanconia e un aspetto da menagramomanca del tutto ai nostri odierni politici, perlomeno dai tempi di Prodi e ci metto anche Berlusconi. Un decoro esteriore, direi un po' di rappresentanza, che pero' all'epoca avevano grosso modo tutti Moro, Craxi, La Malfa, Cossiga, Almirante, etc. quindi niente di rilevante, o all'epoca da costituire una differenza, tant'è che un giorno incrociandolo in via Arrivabene a Roma dove abitava mio padre, questi assieme alla sua seconda moglie Anna Zingaretti, entrambi comunisti e suoi estimatori, si precipitò a stringergli calorosamente la mano ." E tu ?" mi fece subito dopo "perche' sei rimasto li' impalato e non gli hai stretto la mano?" "A chi?" "Come a chi" gli fece eco Anna "A Berlinguer no!?" "Io stringere la mano a quell'anima trista?? Miei cari , io ho stretto la mano a Julius Evola, a Junio Valerio Borghese, a Pino Rauti e a medaglie d'oro come Giuliio Cesare Graziani, Gino Birindelli e Ulisse Igliori, non la vado a stringere ad un comunista con la faccia da menagramo!"
martedì 13 agosto 2024
SPROFUGARE
Devo il termine a Mauro Sartorio, che l’ha usato in un suo video su FB : “sprofugare” cioe’ il netto contrario del “Profugo” e del suo ben noto conflitto, uno dei piu’ famosi codificato da Hamer: la ritenzione dei liquidi che si manifesta a livello renale (quindi ritenzione d’urina) in un problema di correlazione con il territorio, che si riferisce al sentirsi spaesati “un pesce fuor d’acqua” e che rappresenta un programma speciale della natura escogitato grosso modo trecento milioni di anni fa, cioe’ quando l’uomo era ancora un organismo che viveva nell’acqua di mare ed ancora non si era avventurato a conquistare la terra ferma e l’aria. In tale particolare fase evolutiva poteva accadere che una improvvisa emersione di terre o anche una semplice onda, sorprendesse appunto l’organismo vivente lasciandolo inerme e abbandonato in un contesto sfavorevole alla sua sopravvivenza, impedendogli di recuperare l’elemento liquido. Ecco allora che la natura gli rendeva possibili trattenere i liquidi senza disidratarsi e sopravvive vere magari fino all’arrivo di una nuova onda che lo ritrascinasse in mare o magari aspettando l’arrivo della successiva marea. Siccome le cose della vita nella loro logica di programmazione esistenziale non e’ di fondo cambiata, ma si e’ solo adattata a nuovi ambienti, nuovi contesti, nuove situazioni, ancora oggi si reagisce a livello viscerale con questo antico programma speciale e sensato, per dirla coi termini Hameriani, che configurano appunto un vero e proprio conflitto : il sentirsi persi “un pesce fuor d’acqua” appunto, anche se non siamo piu’ in presenza degli elementi primordiali che ne provocarono (oggi potrebbe essere assimilato a quell’onda o a quel flusso avverso di marea, una diagnosi di malattia grave, oppure un incidente debilitante che non ci consente di essere in sintonia col proprio vissuto, con il proprio ambiente, con il proprio territorio, e che quindi come in quell’organismo primordiale ci lascia soli, abbandonati a noi stessi senza piu’ punti di riferimento, come un profugo appunto, da cui il nome scelto da Hamer per questi tipo di fondamentale conflitto dell’esistenza. Ora come osserva Sartorio da dove viene il neologismo “sprofugare”? elementare Watson “dal non sentirsi profughi", anzi il netto contrario, sentirsi a casa, a proprio agio, tranquilli, come dice l’etimologia del verbo abitare che deriva dal sostantivo abito ; sentirsi a casa e’ dove poter deporre l’abito e cioe’ abbandonare tutte le preoccupazioni, tutti i conflitti e potersi finalmente rilassare, in pantofole (eh si proprio come la famosa vignetta di Forattini su Berlinguer), in mutande e anche liberi di fa fluire i nostri liquidi e cioe’ orinare a piacimento, senza impedimenti, senza la preoccupazione di trattenere alcunche’ . Detta in questi termini l’orinare abbondantemente e’ quindi indice di soddisfazione e di tranquillita’ di sentirsi a proprio agio in un determinato ambienti, di sentirsi davvero “a casa” Sono d’accordo con Mauro su tale assunto al quale pero’ mi sento di fare non dico delle obiezioni, ma insomma, delle precisazioni, avendole vissute in prima persona: la prima e’ quella diciamo della medicina ufficiale che sulla base della mia eta’ piuttosto avanzata (superamento della settantina) e di analisi sul funzionamento della prostrata, mi dice che non e’ proprio del tutto normale (meno che mai soddisfacente che tale vocabolo ha ben poco diritto di cittadinanza nella medicina allopatica tradizionale) che io orini frequentemente, specie nelleore notturne, c’e’ poi il fatto della marcatura del territorio da parte degli animali che potrebbe avere qualche correlazione con noi umani in ispecie quando si perviene in nuovi territori, ambienti, case. In tal senso ricordo che quando fui costretto a lasciare l’Italia per l’imperversare delle costrizioni (green pass, museruole, distanziamenti, caffe’ in piedi e non seduti, etc) della farsa pandemica (2021) e mi ritrovati a Tenerife dove indubbiamente le misure erano molto meno invasive, ecco si, specie nei primi tempi, l’andare in bagno per fare pipi’ era diventata una ossessione, anzi diciamola tutta una vera e propria compulsione . Così parimenti per altri posti in cui nel periodo successivo mi sono trovato a frequentare (Andalusia, Romania, Stati Uniti e anche ritorno a casa a Roma, quando la classe politica responsabile delle restrizione era finalmente caduta e rimandata a casa (Conte, Draghi, Renzi e compagnia) con le elezioni del 25 settembre 2022 : sempre questo problema del “pisciarmi – quasi – sotto” Quindi aumento della prostrata o territorialita’ da marcare oppure questa tesi di Sartorio della felicita’ e serenita’ che forse potrebbe spiegare perche’ il problema sembra ancora invariato oggi in merito al perpetuare della compulsione nelle ore notturne – ogni ora debbo alzarmi durante la notte per fare pipi’ - Ovviamente alla fredda diagnosi nosologica preferisco pensare che in realta' o vogliamo dire simbolicamente, nelle ore notturne io mi senta particolarmente soddisfatto del mio rapporto con il sogno e quindi con l'inconscio e per questo, solo per questo, sia indotto ad ogni piccolo risveglio e interruzione della funzione onirica, via regia per l'inconscio, a correre in bagno per fare pipi'
domenica 11 agosto 2024
DUE PAROLE PER LA PSICOANALISI
Due parole bastano due parole, o meglio basterebbero due sole parole per sintetizzare tutto il percorso della psicoanalisi, dagli esordi di fine ottocento e la ratifica del primo anno del secolo con "l'interpretazione dei sogni" fino al capovolgimento epocale della Grande Guerra o meglio della fine della Grande Guerra e il saggio "Al di la' del principio di piacere" … ovviamente siamo in accezione freudiana, ma non freudiana tutta, bensì quella degli ultimi 20 anni di vita del Maestro, antitetica a quella dei precedenti 20 anni fondata sul principio del piacere, e appunto iniziata con un saggetto de 1921 titolato Al di la' del principio di piacere". L’esortazione di Lacan “leggere e rileggersi Freud”, va non solo presa alla lettera, ma se possibile integrata con qualche appuntino, magari per tentare di dire qualcosa fuori dal coro o per puntualizzare qualche passaggio. “Freudiana-mente” dunque! ma quale Freud? Quello canonico, a volte caricaturale, che lo fa apparire come un fissato col sesso, uno che ogni obelisco, ogni guglia equipara all’organo sessuale maschile e ogni cavità, ogni rientranza, ogni fessura, a quello femminile? Per intenderci il Freud della teoria della Libido, il “panta-sesso”? Oppure quest’altro Freud di cui andiamo a fare la conoscenza tramite un breve ma intensissimo saggio e due paroline /chiave, come indicato nel titolo. Il cosidetto immaginario collettivo, e per immaginario collettivo si intende anche una certa opinione generalizzata, un qualcosa che spesso e volentieri si avvale di impressioni violente, ma che a buon bisogno non sono state mai più aggiornate, tipo ad esempio il Girolimoni del mostro di Roma, che forse proprio il film di Damiano Damiani con Manfredi ha avuto il grande merito di cambiare la diceria molto diffusa a Roma di indicare con tale nome tutti quelli che mostravano interesse
verso ragazzini o ragazzine: nel film citato difatti si rende finalmente e forse per la prima volta, che si trattava invece di un marchiano abbaglio fomentato dallo stesso Mussolini che su quel nome, su quel termine “giro” ci aveva intessuto un qualcosa di perverso e quindi era bastato per il canonico “sbatti il mostro in prima pagina” senza che poi, una volta appurato che il signor Gino Girolimoni era platealmente estraneo ad ogni implicazione con gli efferati delitti, si avesse il coraggio di ammettere l’errore. Si è citato un film, un semplice banale film, sufficiente per mutare una opinione sclerotizzata e inesatta, ma per quel che mi risulta, su Freud non c’è stato nessun film, nessuna precisazione di facile presa, e quindi di grande diffusione, che abbia avvertito l’opinione pubblica che quell’immaginario collettivo sulla figura e sul pensiero di Freud andava aggiornato, e aggiornato mica a ieri o l’altro ieri, macchè!!!! addirittura a subito dopo la fine della 1^ guerra mondiale, quando proprio sull’effetto dei traumi e dell’impatto di un simile evento, Freud aveva scritto quel saggio ove anche dal titolo si capisce che intendeva liquidare la teoria della Libido, fondata sul principio dl piacere. Va subito detto che le conclusioni sconvolgenti cui questo breve libello perviene sono di una portata così enorme, che nella stessa psicoanalisi ben pochi furono quelli che ne accettarono le conclusioni. Si ipotizzava infatti, proprio dalla esamina deicosidetti “shock da granata”, cui tutti i reduci in qualche modo soffrivano, un meccanismo psichico particolarissimo la cosidetta “coazione a ripetere” che portava detti reduci non a dimenticare ciò che aveva loro arrecato disagio e sofferenza, come il principio del piacere avrebbe imposto (“l’uomo fugge il dispiacere e cerca sempre il piacere”, aveva sentenziato lo stesso Freud), ma al contrario a ricordarlo ossessivamente, sia consciamente, raccontando mille, milioni di volte l’episodio traumatico, come tutti noi abbiamo avuto modo di verificare se abbiamo avuto modo di frequentare dei reduci di guerra, sia inconsciamente, nei sogni, nelle fantasie. Di tale coazione a ripetere, anche e soprattutto la sofferenza, Freud in quanto medico aveva avuto modo di appurare durante tutto il lungo periodo della guerra e questo lo aveva portato a cominciare a mettere in serio dubbio le sue certezze sul principio del piacere, fino ad essere spettatore, oramai a guerra finita, di un episodio di una banalità quasi disarmante : in visita ad un suo nipotino, aveva visto che questi si entusiasmava in maniera esaltante, gettando un rocchetto oltre la spalliera di un divano sicchè non fosse più visibile e a quel punto si produceva in lamenti accorati, che cessavano solo quando attraverso il filo dello stesso rocchetto lo ritraeva di nuovo a sé, producendo a stretta correlazione con le diverse fasi delle azioni, opportune vocalizzazioni precedute da un “Oooohhh”: la prima “Fort” che andava inteso come“ va via” e la seconda “Da” che invece significava “rieccolo”. Beh ! ragazzi… sono certo che nessuno di noi avrebbe cambiato lo stesso modo di intendere il mondo da una banalità simile, cui a buon bisogno avremo anche assistito tantissime volte, ma nessuno di noi si chiama Sigmund Freud! Solo Freud difatti, da quel giochetto apparentemente banale e da solo quelle due parole "Fort"e "Da" doveva arrivare a dedurre che il bimbo, lanciando il rocchetto lontano da sé, simboleggiava la perdita della madre e, ritraendolo poi attraverso il filo dello stesso rocchetto di nuovo a sé, ne rappresentava il ritorno. Piacere e dispiacere intessuti insieme, non contrastanti, ma un tutt’uno, quindi come logica conseguenza: profonda revisione di tutta la sua precedente teoria della libido fondata sul principio del piacere e individuazione proprio attraverso il meccanismo della coazione a ripetere, di un principio non solo contrastante con il piacere, ma addirittura composito e anzi più potente, che però a questo punto non poteva essere denominato tout court di dispiacere, ma di un qualcosa di molto più profondo e di arcaico, che Freud individuò in una “pulsione di morte” Ovvero proprio in virtù della coazione a ripetere, l’uomo come tutte le cose del creato, tende a voler tornare da dove è venuto, ovvero dal nulla. Per dare maggior corpo a tale teoria Freud trovò correlati col 2° principio della termodinamica (in un sistema chiuso tutte le forze tendono allo stato di quiete) e col fatto che ogni nascita comporta la rottura di uno stato di quiete, quiete che il sistema “turbato” tenderà a ristabilire; la famosa legge dell’entropia, ovvero l’aumento del disordine che potrebbe benissimo venir equiparato alla vita stessa e quindi alla forza che lo anima “Eros” mentre lo stato di quiete cui si tende a ritornare avrà il suo fine nella forza, non-forza, che solo apparentemente èantitetica “Thanatos” una eterna insopprimibile pulsione di morte. Come fatto cenno, questa teoria, sconvolgente fino alla vertigine non solo non è stata mai accreditata nell’immaginario collettivo e generale, ma gli stessi addetti ai lavori, e cioè gli psicoanalisti, fatte salve poche eccezioni (Ferenczi, Melanie Klein, Lacan, Fagioli) l’hanno profondamente avversata, questo soprattutto perché con l’introduzione di una pulsione di morte, per ammissione dello stesso Freud (Analisi terminabile e interminabile) viene meno ogni illusione terapeutica, proprio per l’individuazione nella psiche di un nucleo patogeno fisso, qualcosa che non è possibile mai scaricare per intero, che continua a ripetersi sempre identico a se stesso al di la’ di ogni teleologia vitalistica. Va notato che al di là dei luoghi comuni su Freud, che lo ritraggono ancora come un pantasessista, legato solo al piacere, dal 1920 anno della pubblicazione di Al di là del principio del piacere, fino alla sua morte nel 1939, e quindi per un periodo equivalente a quello in cui aveva diffuso la sua teoria della Libido, mai e poi mai Freud ha messo in discussione la sua teoria della pulsione di morte, sancendo in tal modo l’inguaribilità del disagio psichico e tutto sommato l’inutilità della terapia. Sarebbe pertanto il momento di confrontarci, anche a livello di opinione pubblica, così come tutto sommato vienecodificato in uno dei suoi ultimi saggi "Analisi terminabile e interminabile" con questi secondi vent’anni della sua vita, ricchi peraltro di saggi e teorie, non certo meno profondi di quelli dei primi, facendo leva su di un pensiero e su una teoria che sono l’esatto contrario di quelli del precedente periodo
giovedì 11 luglio 2024
LA RAGNATELA DEL MONDIALISMO E DELLA GLOBALIZZAIONE
L,'Europa è stata sottoposta per secoli alla nefanda influenza bottegaia dello spirito anglosassone, inauguratosi con la Regina Elisabetta I detta La Grande, fattosi poi mondiale con il passaggio del testimone agli Usa (seconda guerra mondiale) come lucidamente individuato dal filosofo geo politico Carlo Schmitt . Il progetto di dominazione mondiale dello spirito commerciale è innanzi tutto un processo di sradicamento della tradizione e della cultura, che possiamo senz'altro denominare " mondialismo"all'insegna della massificazione della quasi totalità del genere umano a tutto vantaggio di una ristrettissima pseudo elite di bottegai autopromossisi padroni di tutte le ferriere. Diciamo che per "mondialismo" si intende un processo politico antropologico che tende ad un unico governo mondiale, senza più alcuna frizione, come si è detto a beneficio di una ristrettissima élite di commercianti che hanno elevato il danaro ad unico referente di vita sociale e hanno fatto dello scambio di merci e valuta l'unico valore degno di circolazione nel mondo atomizzato che qualche ronzino del pensiero tipo Popper aveva teorizzato in un suo pseudo saggio che si chiama "la società aperta e i suoi nemici" Un delirante saggio di esaltazione del liberalismo piu’ estremo sotto la ipocrita mascheratura del politicamente corretto, della democrazia dell’eguaglianza e di un falso progressismo che è stato il suggello teorico per una pratica operativa che un allievo di siffatto figuro, salito nel novero dei citati bottegai George Soros, ha cercato e cerca tutt'ora di applicare tramite le sue infami speculazioni per mezzo di una multi società denominata appunto come il libro del suo maestro (Open Society). Tutto quello che e’ stato accennato costituisce in buona sostanza un progetto che prevede un governo mondiale ad esclusiva condizione Usa, con una qualche considerazione di primogenitura nella Inghilterra dello spirito bottegaio, perseguendo giustappunto simili teorie, simili figuri e consimili multi società finanziarie che perseguono tutti assieme il superamento delle varie entità nazionali. A questa subdola funzione cui la parola mondialismo allude se ne aggiunge un’altra che fa invece seguito al termine “globalizzazione” : qui il riferimento e’ al sistema commerciale ed economico finanziario che prevede una interconnessione di tutte le fonti energetiche . Come dice il filosofo Aleksander Dugin ispiratore del leader russo Vladimir Putin , nemico numero uno del mondialismo e del globalismo, cui il sistema ha gia' cercato di colpire uccidendogli la figlia "qui si puo immaginare in modo figurato un doppio reticolo che avvolge il globo, uno rappresentato dalle istanze di valore riconducibili appunto al mondialismo, che incide sulle anime dei popoli sradicandone tradizione e originarieta’ , l’altro rappresentato dalla globalizzazione economico-commerciale che pianta i suoi aculei nella carne dei popoli con sempre maggiore profitto economico, quanto piu’ l’uomo e’ reso sradicato, senza tradizione e indifferenziato
lunedì 10 giugno 2024
CHI ERA FULCANELLI?
La fisica quantistica con la sua doppia fenditura, lo spin, il collasso dell’equazione d’onda e l’integrale sui cammini di Feynman oltre ovviamente a stringhe, e al più possibile di Super, nelle stringhe, nella simmetria, nell’inconscio e alla fin fine, augurabile anche ad un certo “uomo” se si guarda bene da di gomito all’alchimia , ad esempio quello che i fisici chiamano “fusione di zona” ovvero il raffinamento dei materiali protratto per un numero altissimo di volte che serve a preparare il germanio e il silicio puri dei transistor e dei vari microchips, la alchimia la raccomandava in tutti i suoi manuali e insegnamenti, ovvero distillare mille e mille volte l’acqua che costituirà l’elisir, non necessariamente solo di lunga vita. Quanto più ci si indentra nell’alchimia e si risale nel passato, tanto più si trovano ammaestramenti genericamente ascritti all’alchimia ma espressi nelle forme e con gli strumenti più disparati. La più immediata delle associazioni è con la chimica, ma non meno rilevante è l’architettura : le opere di Fulcanelli , questo misteriosissimo “ultimo alchimista” che scrisse i suoi libri negli anni venti del novecento, sono dedicate al Mistero delle Cattedrali e a minuziose descrizioni delle “Dimore filosofali”: per lui l’alchimia sarebbe il legame con antiche civiltà scomparse, del tutto ignorate dalla archeologia ufficiale, e comunque tutta l’architettura medioevale è per lui la testimonianza della consuetudine antichissima di trasmettere il messaggio della conoscenza attraverso cattedrali e giustappunto “dimore filosofali” Apprendiamo da un libro di parecchi anni fa, che fece all'epoca (primi anni sessanta) parecchio scalpore "Le Matin des magiciennes " di Pauwles e Bergier, che Newton credeva all’esistenza di una catena di iniziati di remotissima ascendenza che conosceva i segreti della trasmutazione della materia e pertanto anche quelli della sua disintegrazione – lo scienziato atomico Andrade in una conferenza a Cambridge del 1946 in occasione del terzo centenario di Newton, lasciò palesemente intendere che lo stesso Newton apparteneva a tale catena e non aveva rivelato al mondo che una piccola parte del suo sapere ”io non posso sperare di convincere gli scettici“ aveva detto ”che egli aveva poteri di profezia, nonche’ di antichissime conoscenze (un canonico futuro anteriore) che lo avevano raccordato ad una comprensione dell’antimateria e anche dell’energia atomica. Sempre a proposito dell’alchimia e sempre in questa sorta libro guida alla conoscenza, apprendiamo che uno degli autori Jacques Bergier fu dal 1934 al 1940 fu assistente di Andrè Helbronner un geniale e originalissimo professore insegnante di “chimico-fisica” che aveva appunto creato questo inusitato connubio tra le due scienze e vantava importantissime scoperte sui metalli colloidali, sulla liquefazione dei gas e sui raggi ultravioletti. Questo professore era anche perito legale presso i tribunali in merito alle trasmutazione degli elementi e pertanto aveva modo di frequentare studiosi, scienziati, ma anche impostori e falsi alchimisti. Così un pomeriggio di giugno del 1937 Bergier che si trovava spesso a seguire il prof. Helbronner nei suoi incontri con i personaggi più disparati si trovò all’appuntamento e con un soggetto decisamente fuori le righe, che nessuno gli tolse mai la convinzione che potesse trattarsi di Fulcanelli in persona che cominciò a parlare al professore e quindi anche a lui in termini quanto mai apocalittici “il professore Helbronner, di cui voi credo, siete assistente ha voluto tenermi al corrente di di alcuni risultati ottenuti in merito alle proprie ricerche di energia nucleare, in particolare dell’apparizione della radioattività dovuta al polonio quando un filo di bismuto è volatizzato da una scarica elettrica nel deuterio ad alta pressione: voi siete molto vicini alla riuscita" gli disse , come d’altronde, adesso col senno di poi sappiamo di altri scienziati contemporanei tipo Einstein Heisenberg, Bohr, De Broglie, Dirac, Pauli, Schrodinger ed anche ai nostri “ragazzi di via Panisperna” Fermi, Amaldi, Segre, Pontecorvo, Majorana, soprattutto Majorana. Atmosfera pesante, un gelido soffio di vento attraversa l’aria nelle vicinanze del Pont Neuf e scompiglia i capelli dei tre interlocutori, questo Bergier non lo trasmette, ma ho supplito io, trascinato in questo costruito spazio/tempo innescato da pagine scritte e compenetrato in uno di quei momenti fortemente significanti, dove non è tanto la descrizione dei fatti e delle situazioni che conta, quanto l’atmosfera, le emozioni sottese, la suggestione e un bel surplus di stato d’animo- Ed ecco il parlato, proprio dell’uomo più o meno individuato come Fulcanelli che rende solenne il momento con un lapidario “Posso permettervi di mettervi in guardia?” cui fa seguito l’esplicazione “gli studi ai quali vi dedicate, voi e i vostri simili, sono terribilmente pericolosi; essi mettono in pericolo non soltanto voi, sono temibili per l’intera umanità. La liberazione dell’energia nucleare è più facile di quanto non pensiate, e la radioattività prodotta può avvelenare l’atmosfera del pianeta per lunghi anni, inoltre deflagrazioni atomiche possono essere prodotti con pochi grammi di metallo e radere al suolo città intere. Bhe! diciamo che un tipo di incontro del genere vale la pena di essere riportato ed è quanto mai istruttivo per noi lettori leggerlo e ri-leggerlo, magari anche con un intervallo di quasi sessant’anni. Il probabile Fulcanelli avrebbe infine chiosato con un palese accenno alle ultime tendenze della fisica: la relatività, il principio di indeterminatezza, quello di complementarietà, le equazioni d’onda e il loro collasso, pongono sempre in crescente rilevanza il ruolo dell’osservatore nella esamina dei fenomeni, ed ecco quindi il segreto dell’alchimia che potrebbe appunto riguardare proprio questo ruolo dell’osservatore come precipuo mezzo di manipolare materia e energia in modo da produrre un campo di forza, che giustappunto re-agisce all’osservatore e lo mette in una situazione privilegiata di accesso alla realtà, altrimenti occultata. “L’essenziale” doveva quindi concludere il probabile Fulcanelli “non è la trasmutazione dei metalli, ma la modalità d’essere dello sperimentatore…. è proprio questo che gli alchimisti i veri alchimisti chiamano “la grande Opera “ Modalità d’essere e anche di fare , che si avvale di un principio che potremmo chiamare di “ripetizione” un po’ a somiglianza di quanto Lacan diceva a proposito dell’inconscio…. “egli non parla ….ripete!” - l’alchimista e in qualche modo, il fisico moderno che vuole riprendere l’antica tradizione, che vuole coniugare il tempo al futuro anteriore, deve portarsi come l’inconscio, ovvero trasferire la sua immaginazione con un’opportuna coniugazione che lo trasferisca al registro del simbolico: ovvero si produce migliaia di volte lo stesso esperimento, facendo variare ogni volta uno solo dei fattori attraverso la moltiplicazione dell’immaginario per il suo coniugato e così pervenendo al simbolico proprio dell’inconscio, fino a raggiungere qualcosa di straordinario, qualcosa che fa del Reale un qualcosa in più dove scompare l’ordinario razionale tanto decantato da Hegel e fa capolino l’irrazionale che va a braccetto col Simbolico. In fondo è una sorta di legge che ricorda il principio di esclusione di Pauli, ovvero in un dato sistema (ad esempio l’atomo e le sue molecole) non possono esservi due particelle eguali (neutroni protoni, elettroni, mesoni) e neppure due onde con il medesimo punto di collasso: Tutto è unico in natura mutano solo i modi di osservazione e quindi lo stato di chi osserva: Se si ripete migliaia di volte un esperimento , alla fin fine si perverrà a qualcosa di straordinario sia esso un limite, una derivata, un integrale che avranno tutti un loro cammino. E’ quindi con la ripetizione che i segreti dell’energia e della materia potranno essere svelati, una operazione del tutto simile al funzionamento dell’inconscio, il fisico che ri-assume l’alchimista nel suo cammino al futuro anteriore entra in possesso della chiave che regola la meccanica dell’Universo, la manipolazione degli elementi permette dunque di trasmutare gli elementi ma anche di trasformare lo sperimentatore stesso, e di stabilire nuovi rapporti tra il suo “spirito” oramai animato e lo spirito universale in eterno stato di concentrazione. Ultima tratta di conoscenza tratta dal libro Il mattino dei maghi, riguarda il fatto che tutti i testi di alchimia asseriscono che in Saturno si trovano le chiavi della materia.Per coincidenza tutto quello che si sa oggi in fisica nucleare si basa sulla descrizione dell’atomo saturniano, ovvero una massa centrale che esercita una attrazione circondata da anelli di elettroni ruotanti (l’atomo di Bohr e della celeberrima Interpretazione di Copenaghen) Ora come è noto la teoria dei Quanta e la meccanica ondulatoria si basano sul comportamento degli elettroni; nessuna teoria e nessuna meccanica ci spiegano con esattezza le leggi che regolano il nucleo. Ancora da L’interpretazione di Copenaghen si immagina che tale nucleo sia composto di protoni e neutroni, ma nulla di preciso si conosce sulla entità elle forze nucleari esse non sono né elettriche, né magnetiche, né gravitazionali, si ipotizza che siano una sorta di particelle intermedie tra neutrone e protone denominate mesoni, oppure chissà forse cedono di più a quel melange tra particella e onda che potrebbe riferirsi a stringhe di energia come la musica espressa da corde in tensione tipo la corda di un violino, fino ad andare a comporre una misteriosa Teoria, detta appunto M dove tutto quello che la compone merita la qualifica di Super (super stringhe , Super Simmetria, e un inconscio come Super Es ) Ora, tutti questi dubbi, tutte queste teorie, anche tutti questi Super, che caratterizzano l’intera essenza delle forze nucleari e della stessa struttura del nucleo ci obbliga anche a perseguire le ipotesi più ardite : se l’antica trasmutazione alchemica può rivestire quel senso al futuro anteriore è perché le proprietà del nucleo non sono state ancora sondate a sufficienza.
Si cominciano ad intravedere strutture infinitamente complesse all’interno del protone, del neutrone e si intravedono leggi che potrebbero essere fondamentali e unificanti (tipo quella di coniugazione tra relatività e meccanica quantistica, o magari quel principio di parità che non si applica al nucleo; si comincia a parlare di una anti-materia e di materia oscura e della possibile esistenza di più uniiversi, coevi e paralleli al nostro universo visibile. Il futuro anteriore e cioè la congiunzione tra fisica moderna e antica alchimia, potrebbe essere prossimo, in quel simbolico che ripete e di cui è depositario l’inconscio
Si cominciano ad intravedere strutture infinitamente complesse all’interno del protone, del neutrone e si intravedono leggi che potrebbero essere fondamentali e unificanti (tipo quella di coniugazione tra relatività e meccanica quantistica, o magari quel principio di parità che non si applica al nucleo; si comincia a parlare di una anti-materia e di materia oscura e della possibile esistenza di più uniiversi, coevi e paralleli al nostro universo visibile. Il futuro anteriore e cioè la congiunzione tra fisica moderna e antica alchimia, potrebbe essere prossimo, in quel simbolico che ripete e di cui è depositario l’inconscio
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