martedì 24 dicembre 2024

LA MISERIA DEL GLOBALISMO

 

NEL GLOBALISMO NON RISIEDE IL FUTURO DELL’UOMO, MA LA SUA ESTINZIONE.  Coloro difatti che si ritengono fieri difensori della democrazia appellandosi all’eroismo partigiano, liberatore dal Nazifascismo, non si rendono conto che oggi stanno diventando o sono già diventati gli strumenti di un potere autoritario e dittatoriale molto più esteso e feroce dello stesso Nazifascismo. E’ qualcosa che pare inconcepibile, ma i fatti parlano sempre più chiaro in tal senso. Il tentativo di dittatura sanitaria perpetrato quattro anni fa in tutto il mondo e in Italia con particolare virulenza, con la scusa di proteggerrci da una inesistente pandemia è stato solo un assaggio della miseria globalista che ci aspetta se tante persone continueranno a credere che il nemico incombente sia il razzismo tradizionale dei “bianchi” nei confronti dei “neri”, il “sessismo” degli uomini nei confronti delle donne o l’omofobia nei confronti delle differenti identità sessuali. Questi problemi esistono ma non sono i primi all’ordine del giorno; anzi vengono strumentalizzati abilmente dalle forze oscure che operano nel mondo per distogliere l’attenzione dalla principale minaccia oggi incombente. Il razzismo del terzo millennio è rappresentato dagli ideali eugenetici transumanisti coltivati dai promotori delle vaccinazioni forzate di massa,: per trovare alcuni dei promotori di tale operazione basta rifarsi alla foto che apre il presente scritto, ma forse il piu' subdolo, falso e pericoloso artefice di tale azione contro l'umanita' resta lo squallido multimiliardario Bill Gates, onorato, riverito e finanziato anche con i nostri soldi e non a caso ricevuto con tutti gli onori dalle nostre massime cariche istituzionali
Le azioni di queste pseudo elites rappresentano quella che è l’evoluzione del Nazismo; difatti non si tratta più di ricercare il nemico in una razza ritenuta inferiore, ma di crearne una in laboratorio: manipolando il codice genetico degli esseri umani tramite i vaccini di ultima generazione e al tempo stesso inoculando nei loro corpi nanotecnologie atte a renderli automi perennemente controllati e costretti ad obbedire al regime vigente, pena l’annullamento della loro identità ridotta a bioritmi virtuosi o viziosi, premiati o puniti da remoto come crediti o come debiti. Questa non è fantascienza, bensì quanto contenuto nel brevetto depositato da Bill Gates con il numero di protocollo 060606. Per ottenere questo ambizioso risultato gli eredi del Nazismo hanno trovato alleati essenziali negli eredi del Comunismo. Questa alleanza Nazicomunista anche se non proprio inedita nella Storia, rappresenta idealmente un’intesa spirituale tra hitlerismo e stalinismo. Il termine “globalismo” non indica altro che l’obiettivo di estendere al mondo intero ciò che si è preparato nel laboratorio cinese: che non è il virus di Wuhan, ma piuttosto il sistema dei crediti sociali, necessari per mantenere il diritto di esistere. Di fronte a tutto questo, se si vuole oggi battersi per la Libertà, bisogna di necessità schierarsi dalla parte dei movimenti cosidetti sovranisti: non per isolarsi in un tronfio orgoglio autocratico di stampo fascista, ma per salvare le identità dei popoli e la sovranità degli individui contro la tirannia neoliberista/consumista/comunista filo-cinese, che vede alleate le élites della finanza globale, tutti i partiti di area sinistrorsa (qui da noi PD e Movimento 5 Stelle sono interamente proni al progetto diabolico appena descritto) . E’ per questo che gli uomini liberi, di fronte al pericolo di un’eugenetica rovesciata (non più volta alla selezione di una razza superiore ma alla creazione di una razza inferiore, automatizzata, robotizzata, del tuto simile ad una macchina) ) non vedono più un senso di attualità nella contrapposizione storica tra destra e sinistra. Il globalismo tecnocratico è una caricatura deforme e disumana del cosmopolitismo autentico, che si realizza nell’accordo tra i cuori degli uomini - siamo circondati da false notizie : il giornalismo e i mass media, sono arrivati davvero alla menzogna di non ritorno, oramai totalmente inaffidabile. Quello che mi secca è che spesso e volentieri, anche le notizie apparentemente buone, sono dei falsi, per cui non si sa proprio come raccapezzarsi ; personalmente ho cominciato da cultore di storia a rimarcare tale fatto e precisamente dalla campagna di Napoleone Bonaparte in Italia nel 1796/97. Ho scritto su tale argomento una serie di articoli che ho titolato "Recitare una parte" dove si
prendono in esame le prime battaglie di Dego, Cairo Montenotte, Ceva e sopratutto quella del Ponte di Lodi dove Napoleone asseriva che proprio da tale battaglia aveva avuto per la prima volta la consapevolezza della sua grandezza. In verità se non era per Massena e anche in quella successiva di Arcole per Massena e Augerau, lui addirittura finiva prigioniero dato che maldestramente quando aveva preso un tricolore e slanciatosi per incitare i soldati era finito in un fosso a ridosso del ponte. E' con Napoleone che si dà inizio a questo sistematico uso della menzogna e di fare del mondo un immenso teatro dove il ruolo dell'individuo è solo quello di recitare una parte che altri, il potere costituito o costituendo, gli assegna.
Dato che siamo in tema di raccordo, mi raccordo appunto con un altro interessante articolo di Francesco Carraro altro amico e mentore che prende a tema la mia amata PNL, quella pero' degli inizi  di Bandler e Grinder  anni 1981-85, dove nume ispiratore e' quel Milton Erickson universalmente riconosciuto come il piu' grande terapeuta del 

mondo  con il suo famoso "Milton Model" ovvero , la cancellazione, la performativa perduta, la ricerca transderivazionale.  Partiamo dalle “cancellazioni” - cosi' definisce Milton quei pezzi di informazione omessi (involontariamente o dolosamente) da un discorso, così da renderlo più "povero" e più facilmente fraintendibile. Una tipica cancellazione, è quella costituita dal cosiddetto “comparativo mancante”. Significa utilizzare un comparativo relativo (ad es. “meglio”, “più”, “meno”, ecc.) a cui manca il termine di paragone. Se dico che “è meglio” fare o non fare, dire o non dire, scegliere o non scegliere una certa cosa, una certa parola, una certa strada, ma non specifico rispetto a cosa “è meglio”, sono incappato in quella peculiare violazione che la PNL cataloga sotto la specie di cui stiamo trattando: il comparativo mancante, appunto. Lo stesso ovviamente può valere per avverbi come “più” o “meno” oppure “peggio” o per aggettivi comparativi come “migliore di” o “peggiore di” o per superlativi assoluti come “il migliore” o “il peggiore”. Tutti gli elementi linguistici in grado di evocare un confronto devono metterci in allarme, da un punto di vista comunicazionale , rispetto alla “pietra di paragone”. Se quest’ultima non c’è, ci troviamo davanti a un “comparativo mancante” anche se sarebbe più corretto definirlo “comparativo carente”; per la precisione, carente del suo termine di paragone. Accade spesso, nel linguaggio comune, di imbattersi in una affermazione “monca”. Per esempio: “Bisogna migliorare questa situazione”. Al che andrebbe replicato: “Va bene, ma migliorarla rispetto a cosa?”. Oppure: “Ti stai comportando sempre peggio”. E qui si potrebbe rispondere: “Peggio in che senso? Rispetto a chi, o a cosa?”. se si dice "CI VUOLE PIU' EUROPA (e molti sopratutto di quella che un tempo era la sinistra , lo dicono) ecco in questo caso dovremmo chiederci – e chiedere a chi ci rivolge tale esortazione – di essere più preciso: più Europa in che senso? “Più” rispetto a quale Paese dell’Unione? Oppure “più” rispetto a quale livello (ritenuto evidentemente scarso)? E soprattutto, quando finirà l’era del “Ci vuole più Europa?”. Ci sarà un momento in cui questa “Europa” sarà bastevole, sufficiente, adeguata per le aspettative di chi ne chiede sempre di più? La potenza di questo slogan sta, ancora una volta, nella sua assoluta genericità e la prova di quanto esso sia radicato nel dibattito pubblico italiano è la nascita di un partito i cui fondatori hanno scelto proprio questo nome, e il corrispondente suo programma, qualunque esso sia: “PIÙ EUROPA”. Di fronte ai comparativi mancanti dobbiamo esigere dettagli, precisazioni, dati, statistiche, argomentazioni. Se siamo arrivati dove siamo arrivati – e cioè a una quasi estinzione di quella entità nazionale che risponde al nome di Repubblica italiana – è proprio per questa ragione: abbiamo accettato per troppo tempo, senza fiatare e senza reagire, di farci raccontare il tema dell’unificazione attraverso un linguaggio povero e mistificante come quello indagato, in PNL, dal filtro del metamodello. Infatti, nel processo di unificazione europea è stato fatto ampio uso del “Milton Model” anche rispetto al comparativo mancante. Ci riferiamo – ormai dovrebbe essere chiaro – al deliberato impiego di un linguaggio impoverente (proprio perché generico, quindi a-specifico, e pertanto fortemente suggestivo e manipolatorio). Non dobbiamo mai sottovalutare l’importanza del linguaggio. Il linguaggio è lo strumento attraverso il quale noi filtriamo il mondo, lo raccontiamo a noi stessi e agli altri, e ce lo facciamo raccontare. Un uso distorsivo del linguaggio può essere frutto non solo di negligenza e insipienza del soggetto comunicante, ma anche – come abbiamo già più volte sottolineato – di una scelta strategica di chi (magari dietro le quinte dei media generalisti) ha deciso di imporci una certa road map della Storia, oltre che una ben precisa “mappa del mondo”. Proprio il concetto di “mappa del mondo”, in PNL, riveste un ruolo cruciale. Ma che cos’è la mappa del mondo, in fin dei conti? È il modo singolare e irripetibile, proprio di ciascuna persona, di raffigurarsi la vita, le cose, gli eventi, gli ambienti, gli altri. Significa, né più né meno, che non esiste solo “un” mondo. Esistono tanti mondi quante sono le teste degli abitanti di questo pianeta. Ciascuno vede la realtà attraverso la “griglia” dei suoi cinque sensi,(i famosi sistemi rappresentazionali dettagliati nei precedenti libri di PNL di Bandler e Grinder La Struttura della magia, La metamorfosi terapeutica, PNL e Ipnosi e trasformazione) e un pò tutto delle sue esperienze, dei suoi valori, dei suoi interessi, delle sue credenze, del suo patrimonio culturale e linguistico, e quindi anche del bagaglio semantico e sintattico di cui dispone. La mappa del mondo è fondamentale perché, in verità “la realtà non esiste”.e questo lo diceva sopratutto Paul Watzlavitch uno dei principali protagonisti del
famoso Gruppo di Pragmatica della Comunicazione di Palo Alto, che ovviamente era strettamente collegato sia a Milton Erickson che alla PNL Non c’è un solo mondo, una sola realtà. Ci sono, piuttosto, tanti “mondi” e tante “realtà” quante sono le mappe delle persone: vale a dire, in definitiva, quante sono le teste pensanti sparse per il globo.
Per capire meglio questo fondamentale concetto, Carraro cita un esempio calzante: l’esito dell’ultima finale di un mondiale di calcio. Anno 2018: Francia batte Croazia 4-1. Nella mappa del mondo di un tifoso, diciamo pure di un ultrà transalpino, questa non è solo una finale, è un “trionfo”, una “goduria”, un “giorno memorabile”. Per un supporter croato potrebbe essere invece un “dramma”, una “tragedia nazionale”. Oppure, per un altro spettatore di Zagabria non così coinvolto, magari meno estremista e più equilibrato, potrebbe trattarsi di una “straordinaria impresa” della nazionale di calcio di Modric e compagni. Da come guardi il mondo, tutto dipende. Lo cantava qualche anno fa Jarabe de Palo ed è la sintesi perfetta di questo concetto della PNL. Ora, se le mappe sono tante quante le persone, è anche vero che – lavorando adeguatamente con i sistemi di comunicazione di massa, attingendo alla forza evocativa dei simboli e a quella del linguaggio – è possibile creare, letteralmente, delle mappe collettive sulle quali convergano le “adesioni” e il “consenso” di migliaia, o addirittura di milioni, di persone. Ed ecco perché oggi va tanto di moda la parola “storytelling”, soprattutto in politica.
Lo storytelling è il “racconto”, il modo in cui il mondo ti viene “narrato”. Cioè il modo in cui si può intenzionalmente generare una nuova mappa collettiva, e qui io ho citato un mio studio giustappunto sulla prima campagna d'Italia condotta dal Generale Napoleone Bonaparte, come accennato completamente falsa e costruita a tavolino e con l'impiego di manipolazioni a livello di comunicazioni di massa, vittorie inesistenti, o perlomeno inconsistenti, tipo Cairo Montenotte, Ceva, Lodi, Arcole, veri e propri abbagli del giovane generale, fatte passare per epocali vittorie e semmai dovute al provvidenziale intervento di Generali più esperti del Bonaparte tipo Massena o Augereau o Serurier.) Per questa ragione, i detentori del potere politico, economico, finanziario sono così attenti all’uso dei media e della comunicazione, oggi anche anche digitale. Sanno benissimo che conta molto più dei nudi fatti (ma esistono davvero, poi, i “nudi fatti”?) il racconto di essi; cioè il “rivestimento” linguistico posato sul corpo spoglio di quei poveri fatti. Con lo scopo, magari, di trasformarli in una interpretazione funzionale agli obbiettivi di chi governa il mondo.
Già Nietzsche, alla fine dell’Ottocento, sosteneva che non esistono fatti, ma solo interpretazioni. Anche in questo, oltre che nella sua visione nichilista della società e dell’uomo, il filosofo tedesco è stato un precursore dell’epoca corrente. Tornando all’espressione “Ci vuole più Europa” e al comparativo mancante, si tratta di una straordinaria forma di contaminazione della nostra esperienza soggettiva, quindi della nostra personale mappa del mondo. Ricordiamoci che il linguaggio generico e poco preciso infarcito di generalizzazioni, distorsioni, cancellazioni (quindi, il “Milton Model”) determina, sempre e comunque, l’impoverimento della mappa del mondo di una persona ed è quindi un riduttore di complessità. Il che può tradursi in un considerevole aumento delle libertà individuali se lo strumento è usato da un bravo psicoterapeuta nei confronti del proprio paziente; ma anche in una drastica diminuzione di libertà collettive se esso è impiegato con finalità manipolatorie in altri settori del vivere. Se ci abituiamo a pensare per slogan, ad accettare gli slogan, a cantilenare gli slogan anche in ambito politico (“Ci vuole più Europa”, “Ce lo chiede l’Europa”, eccetera eccetera) così come facciamo con le pubblicità (“Non ci sono paragoni”, “Persone oltre alle cose”, eccetera eccetera) allora ci predisponiamo a essere manipolati. Il comparativo mancante, nel caso di specie, è veramente tutto. Quest’ultima, nel caso non lo aveste notato, è per esempio una generalizzazione. Ed è anche una cancellazione sotto forma di comparativo mancante. Ho scritto che il comparativo mancante è veramente tutto: ma perché mai – repetita juvant – il comparativo mancante è veramente tutto? Dovremmo chiedercelo. E, ancora: rispetto a che cosa esso “è tutto”? Accettiamo la sfida delle domande di precisione appena formulate e proviamo a rispondere. Intanto, il comparativo mancante è tutto perché è precisamente quanto servirebbe per capire (e invece manca). Insomma, la mutilazione contenuta nell’esortativo (“Ci vuole più Europa...”) è il fattore dirimente: la parte taciuta del monito potrebbe fungere da pietra di paragone rispetto a quell’Europa che ci incitano a chiedere in dosi sempre più massicce. “Ci vuole più Europa...”: riempite i puntini. Come comparativo mancante potremmo inserire, tanto per esser chiari, “... piuttosto che Italia”. Già messa così, la frase è più esplicita e ci suscita anche una resistenza, o addirittura una ripugnanza, ben maggiore. Molti di noi sono disposti ad accettare l’idea che “ci vuole più Europa” proprio perché non gli è mai stato detto (e non si sono mai chiesti) rispetto a cosa “ci vuole più Europa”. È uno slogan che non impegna, che va bene con tutto, come i vestiti delle mezze stagioni, a tinta neutra. Abbatte i nostri sacrosanti pre-giudizi e consente all’europeismo di farsi strada nel modo in cui si è sempre fatto, tradizionalmente, strada: all’insaputa, o quasi, del cittadino elettore e quindi decisore e pertanto titolare della cosa pubblica .Occhio: quello di procedere “all’insaputa” non è altro che lo stratagemma del cavalcare il mare senza che il cielo se ne accorga.(anche qui un ulteriore seguace della Scuola di Palo Alto il nostro Giorgio Nardone, che pone tale espressione a titolo di un suo famoso saggio incentrato sugli stratagemmi di una terapia sistemica breve, che però possono essere indifferentemente usati anche per la nostra rovina )
Ancora una volta, torniamo alla filosofia di fondo degli stratagemmi e di qualsiasi tecnica di manipolazione. Si tratta sempre di strumenti miscelati e utilizzati insieme. L’uno rafforza gli altri e tutti si rafforzano a vicenda.
Riassumendo, anche il comparativo mancante è un’arma a doppio taglio. La usiamo inconsapevolmente nei nostri discorsi di tutti i giorni, senza grossi problemi, ma ci viene poi ritorta contro come strumento di “educazione civica europea” o, meglio, di “formazione” di una nuova massa di cittadini filoeuropeisti. Io ritengo che sia fondamentale cominciare a farsi domande, ad essere più precisi nelle modalità di formazione delle domande e nelle risposte che se ne ottengono, si da non essere costretti a trovarci a fare i conti con una mappa che non è la nostra. E con un mondo che non avremmo mai voluto, se ce lo avessero chiesto. e con questo ringrazio anche Francesco Carraro per i preziosi concetti che mi hanno richiamato i miei primi studi di PNL. E' quanto mai ovvio che quanto detto in quest'ultimo riferimento può essere tranquillamente applicato un pò in tutto quello che stanno cercando di farci accettare : un virus che non ammazza nessuno, o perlomeno ammazza come ammazzava una influenza e altre patologie in tutti i precedenti anni, una pandemia senza alcuna percentuale di diffusione se non quella di giudicare ammalati i sani (invenzione del termine asintomatico) , l'imposizione di un terrorismo sanitario fondato sulla paura di questi temini inesistenti per farci accettare vaccini e procedure di reclusione e di catalogazione per renderci per davvero tutti simili ai più famosi romanzi distopici di Orwell, Huxley, Breadbury, Dick e ridurre allo stato di anomalia colui che si oppone a tale stato - il famoso I am Legend di Matheson - ovvero in un mondo di tutti vampiri, l'anomalia sono Io.
OLTRE AL ROMANZO A LIVELLO DI PERCEZIONE IO SONO RIMASTO PARTICOLARMENTE COLPITO DA UN FILM CON VINCENT PRICE INTITOLATO l'ULTIMO UOMO SULLA TERRA CHE, TRATTO APPUNTO DA TALE ROMANZO, ESPRIME CON PARTICOLARE INTENSITA' IL SENSO DI DESOLAZIONE E SCONFORTO DI UNA ATMOSFERA DOVE NON C'E' PIU' UMANITA'

giovedì 5 dicembre 2024

LO SPAZIO TRA NUMERI E' UNA METAFISICA

 

Come dice Guenon che sul problema di una metafisica connessa al  concetto di numero, ovvero il calcolo infinitesimale,  si occupo' volentieri  in ispecie nel libro  qui riportato "per lo spirito antico fra 1 e 3 esisteva un solo numero, per quello  moderno ve ne e’ una quantita’ indefinita, che  con l’introduzione dei numeri immaginari (radice quadrata di un numero negativo = i)  si amplifica il continuo lineare nella forma trascendente di un corpo numerico (totalita di una quantita di elementi della stessa specie), in cui  ogni sezione rappresenta una superficie  numerica,  quindi  di fatto decretando la fine di  ogni possibilita'  di rappresentabilità’ del mondo antico.  Su tutto il dominio dei numeri complessi entro il quale tali superfici restano applicabili, si basa la teoria delle funzioni che rappresenta finalmente la matematica  occidentale nella sua purezza, in quanto essa comprende e risolve in se tutti i domini particolari. Solo a tal punto questa matematica si rende perfettamente applicabile all’immagine della fisica occidentale allo stesso modo che la matematica antica rappresento' l’esatta controparte di quel mondo di singoli oggetti plastici di cui la fisica statica da Leucippo ad Archimede si era occupata teoricamentee meccanicamente. Il secolo classico di questa matematica barocca come antitesi allo stile ionico è il diciassettesimo secolo, che dalle scoperte decisive di Newton e Leibniz, giustappunto del calcolo infinitesimale, attraverso Eulero, Laplace, Lagrange e d’Alembert conduce a Gauss. L’ascesa di questa possente creazione spirituale avvenne come in un miracolo. Si credeva appena cio’ che si vedeva. .Cosi tutto il significato del pensiero numerico occidentale si condensa nel problema classico del limite della matematica faustiana costituente la chiave di quell’arduo concetto dell’infinito — dall’infinito faustiano che e' ben distinto dall’ infinita del sentimento arabo e indu’ del mondo. Si tratta della teoria del valore-limite presso a un numero che puo essere concepito come serie indefinita, come curva o come funzione. Questo valore-limite e la precisa antitesi del valore-limite antico, finora altrimenti chiamato, cheveniva discusso nel problema-limite classico della quadratura del circolo. Fino al diciottesimo secolo, dei pregiudizi euclidei popolari hanno nascosto il senso vero del principio del differenziale. Anche ad applicare in modo prudente il concetto, a prima vista naturale, dell’ infinitamente piccolo, in esso continua a sussistere qualcosa dell'antica costanza, eppero  una apparenza di una grandezza, anche se un Euclide non l'avrebbe ne conosciuta ne riconosciuta come tale. Lo  zero e una costante, un numero intero nel continuolineare fra + 1 e -1 , e le ricerche analitiche di Eulero sono state pregiudicate dal fatto che egli, come molti dopo di lui, ha trattato i differenziali come zero. Solo il concetto, definitivamente chiarito da Cauchy, del valore-limite va a eliminare questo residuo dell'antico sentimento del numero e a costituire il calcolo infinitesimale in un sistema senza contraddizioni. Solo il passaggio dalla ≪ grandezza infinitamente piccola ≫ al ≪ valore-limite inferiore ad ogni possibile grandezza finita ≫ porta alla concezione di una variabile che oscilla al disotto di ogni grandezza finita diversa dallo zero, dunque anche quando essa non abbia piu il minimo carattere di una grandezza. In questa formulazione definitiva, il valore-limite non e piu per nulla cio’ a cui ci si avvicina, ma il  ravvicinarsi in se stesso, il processo, l’operazione.
Non e’ uno stato, ma un andamentoUn concetto su tutti è individuato dall’autore per mettere in luce le incongruenze epistemologiche: quello di infinito. Per Guénon il concetto metafisico di infinito è spesso confuso con quello, più eminentemente matematico, di indefinito. L’infinito è un concetto metafisico che indica ciò che non ha limiti, che non lascia alcunché fuori di sé e che non ha contraddizioni in sé: è il “Tuttouniversale”. Ogni tipo di utilizzo e di interpretazione differente è di per se improprio e foriero di imprecisioni e illogicità. Se il “Tutto universale” è ciò che tutto contiene senza lasciare spazio fuori di sé ed è ciò che non può essere diviso perché non esistono limiti di riferimento(non ci sono determinazioni quantitative che possano definirlo),l’associazione del concetto di infinito alla matematica è impropria: “concepire l’Infinito quantitativamente non significa soltanto limitarlo, ma concepirlo altresì come suscettibile di aumento o diminuzione, il che non è meno assurdo”. Meno assurda da gestire e da utilizzare in campo matematico è la nozione di indefinito: “mentre il finito presuppone necessariamente l’Infinito - poiché quest’ultimo comprende e avviluppa tutte le possibilità -, l’indefinito procede invece dal finito, di cui non è in realtà che uno sviluppo e alquale di conseguenza è sempre riconducibile” . L’esempio portato all’attenzione del lettore è la serie indefinita dei numeri che si forma aggiungendo un’unità all’ultimo numero della serie disponibile. Anche nella suddivisione numerica tra il numero 1e il numero 2, secondo Guénon, non c’è spazio per l’infinito poiché tra i due numeri si può trovare solo una quantità indefinita di frazioni che stanno sempre all’interno di un intervallo finito e non nell’Infinito. .
Ciò che sembra essere importante per Guénon è poter dimostrare che non è il calcolo in sé, al quale egli riconosce una certa utilità, il problema, quanto la differenza tra la scienza tradizionale e la scienza da lui definita profana. La scienza profana è definita analitica, limitata all’analisi del particolare, delle apparenze esterne. È quella scienza che ha prodotto il moderno agnosticismo:“poiché, essendovi cose che non possono essere conosciute se non sinteticamente, chi procede soltanto con l’analisi è indotto perciò stesso a dichiararle “inconoscibili” - e in questo modo infatti lo sono -, al pari di chi, limitandosi a una visione analitica dell’indefinito, può crederlo assolutamente inesauribile, mentre in realtà lo è solo analiticamente”. Altra cosa è la conoscenza globale che solo la scienza tradizionale può fornire con il suo metodo sintetico: dalla legge generale al particolare contingente. Solo la conoscenza sintetica dei princìpi può aprire la strada alla vera conoscenza. Da quei princìpi si potrà sempre calcolare uno qualsiasi dei fenomeni che ci appaiono. Ed è qui che si svela il senso di un libello che più che essere pedante vorrebbe essere da stimolo per una nuova considerazione della scienza. Quello che pensava Guénon era di fornire un esempio che potesse riconsegnare alla scienza tutto il suo spettro di indagine e non solo la limitata
apertura del quantitativo.
Si apprende di un anacronismo nella critica di Guénon al calcolo ideato da Leibniz: il filosofo tedesco non aveva a disposizione i concetti di limite e di funzione di cui disponiamo oggi ed è forse per questo che le sue spiegazioni furono ambigue in alcuni punti e produssero discussioni e critiche. La moderna scienza non è del tutto estranea alle più antiche intuizioni metafisiche, anzi, proprio per questa sua eredità, la scienza permette un accesso alla conoscenza del reale che ci circonda.

 

 

domenica 24 novembre 2024

DOCUMENTAZIONE DI UNA VECCHIA POLEMICA

 Mi picco di riportare una polemica anzi una serie di polemiche molto astiose che ebbi in un Gruppo dedicato alla Grande Guerra con un mio contraddittore, di cui non reputo importante riportare il nome ma solo le iniziali B.F. che peraltro non erano neppure il nome veroi, ma una sorta  di nomignolo ispirato ad un antico generale bizantino, con il quale avevo piu’ volte litigato in passato, per un diverso modo di rapportarsi con lo specifico storico  dove io avevo candidamente ammesso di non essere un esperto di storia militare , ma solo un relativo conoscitore e per motivi non di vero interesse, ma piu’ che altro di tradizione familiare che fin dall’infanzia mi aveva portato a frequentare moltissime persone correlate all’atmosfera soprattutto della Grande Guerra incentrate sulla persona di mio  nonno e omonimo,  ufficiale di complemento  degli alpini in trincea dal  giugno 1915 prima in Cadore, poi in Trentino sul Pasubio nel ’16, altopiano di Asiago nel ’17, di poi passato nei reparti d’assalto sul finire del ’17 sul Grappa e poi sul Piave e sul Montello nel ’18 nella Divisione Speciale d’assalto A.

Da questo assunto,  tutto sommato di modesta entita' e di carattere squisitamente personal/familiare, si diparte una sorta di affinita' che non e' legata all'evento specifico della guerra di cui anzi il sottoscritto e' un forte critico, ma di cui ha avuto per siffatta tradizione una frequentazione anche storica e culturale che in qualche modo ne ha fatto un discreto conoscitore. Ora questo particolarissimo rapporto con l'evento , invece di essere  compreso ha fatto scattare la rabbia del contraddittore virtuale,  quel citato B.P. che ora ha assunto un altro prenome N.  e che mi attaccava nella  maniera come riportato nello scritto sottolineato : “ vede... con lei ho già avuto modo di confrontarmi, confutando con riscontri documentali  (Mai avvenuto, anzi semmai e’ vero il contrario, come fu su Badoglio vero e proprio mito di efficienza e professionalita’ militare  per tale personaggio, il quale asseriva che l’inimicizia con Caviglia originava dalla vigilia della battaglia di Adua quando Baratieri convocò tutti i suoi comandanti di Brigata, Arimondi, Albertone, Dabormida ed Ellena, in cui i due si trovarono spettatori, ma non partecipanti, a rispettosa distanza come si conveniva ad un capitano ed ad un tenente. Ora un’altra guerra su cui sono abbastanza esperto e’ proprio quella d’Africa in eta’ umbertina (1885-1896), questo per il solito assunto sentimentale ed emozionale di aver conosciuto personalmente un reduce della battaglia di Abba Garima,che nel tragitto del treno Peloritano  tra Palermo e Roma fece una narrazione dettagliatissima  di tale battaglia  ed anche di alcuni risvolti essendo lui addetto al servizio di Stato Maggiore del corpo di spedizione che fino a poco prima era diretto dal Magg.Tommaso Salsa) per cui replicai subito con un lapidario “Impossibile!!!!  Badoglio non ha mai  partecipato alla battaglia di Adua ne’ tantomeno ad eventi precedenti in quanto giunse 
in Africa assieme al Generale Baldissera,  che come e’ noto non fece a tempo ad intervenire per bloccare la sconsiderata azione di Baratieri .” Questo con tanto di documentazione avrebbe dovuto mettere fino a polemiche , ma da allora in poi nacque in tale interlocutore un odio sordido verso la mia persona (da studiare in psicoanalisi)  chissa’ forse perche’ gli avevo dimostrato di saperne di piu’ di lui sul suo modello/mito, ed ecco che infatti anche a distanza di anni rincarava la dose si insulti :  le sue prese di posizione che sono espressione di sue personalissime considerazioni basate su
 pettegolezzo, luoghi comuni e tanto altro che distorgono oggettivamente la realtà storica di quel conflitto, frutto di una visione ed interpretazione ideologica che appartiene al passato. Superficiale? Lei è tutto fuorché superficiale, ma è volutamente polemico, meglio esprime con i suoi commenti un arroganza polemica assolutamente indisponente,(povero me!) indulgendo con considerazione offensivive su persone e cose, e pretendendo di rappresentare verità assolute.Così su Badoglio, e tanto altro.Le sue prese di posizioni indisponenti, e anche diffronte all'evidenza lei
va avanti per la sua strada
.(Quale evidenza, mai avuto una benche’ minima confutazione tanto meno su  Badoglio e sul modo vergognoso di come si porto’ quale Cte del XXVII C.d’A.), ma niente quello rincarava la dose :   Ricorda la discussione su Caporetto ? ( Per quel che mi ricordo io rimanemmo ognuno delle nostre idee, per me assolutamente negative sul personaggio e non solo per Caporetto, per lui grande generale, con pero’ la peculiarita’ di non avere mai vinto, se non la dubbissima impresa del Sabotino nel ’16)) Siamo fermi, per quanto letto di recente da lei a Silvestri (probabilmente allude a Mario Silvestri uno storico molto serio autore di un documentatissimo Isonzo 1917) e il discutere con lei non è servito a nulla.
Accuse? Non sono la persona adatta per esperire accuse, le mie argomentazioni sono sempre motivate, e vede i paragoni con le scienze da lei indicate si commentano da sole, e la inquadrano esattamente per quello che è, anche perché argomentando al contrario, se lei si atteggia  
  (Ma come ho ammesso di non essere un esperto e informato solo quel tanto di qualche lettura  e tutta una serie di frequentazioni correlate a mio nonno e quindi informazioni e conoscenze squisitamente emozionali )così in questa materia, che è la Storia Militare, permettendosi divagazioni personalissime, e distorcendo la realtà storica ai suoi umori, immagino come lei si possa atteggiare in scienze che per sua convinzione dovrebbero essere esatte, a parte la psicoanalisi, che francamente tutto è che scienza esatta. (chissa’ quali sono le sue scienze esatte, certo non la fisica di uno Schrodinger o di un Bohr, di un Feynman , magari ecco la medicina di Pasteur, dei microbi, delle pandemie) Quindi io che mi occupo di Storia Militare da più di trentacinque anni sarei un coglione, (Mai detto, anzi l’ho più volte apprezzato per la indubbia preparazione storiografica sia pure senza alcuna originalita’ e priva di qualsiasi interpretazione personale ed anche per la varieta’ di documentazioni fotografiche ) ma sopratutto dovrei stare a sentire le sue farneticazioni, (le mie farneticazioni??? Ma ci rendiamo conto? Me lo sono inventato io che Badoglio comando’ il XXVII Corpo d’Armata, che fu letteralmente travolto dalla offensiva nemica e che lui scomparve  lasciando le sue divisioni allo sbando,  provvidenzialmente inglobate dal contiguo XXIV corpo comandato, guarda un po’ da Caviglia? Mi sono anche inventato che Badoglio si dispose ad attaccare a Vittorio Veneto solo dopo quell’infamante  telegramma di Vittorio Emanuele Orlando “tra l’inazione e la sconfitta preferisco la sconfitta. MUOVETEVI!” Mi sono inventato che brigo’ per ottenere il grado,  prima di Generale d’Esercito e poi di Maresciallo d’Italia,  pur non avendo il requisito principale ovvero aver comandato una Armata in guerra? Invenzione anche che nominato al piu’ alto ruolo Militare istituito nel 1925 Capo di Stato Maggior Generale, ovvero di tutte e tre le FF.AA. fu di fatto il principale responsabile della disastrosa preparazione giustappunto delle nostre Forze Armate  nella guerra del 1940? Ed infine mi sono anche inventato un evento che non abbisogna di alcuna connotazione se non una semplice data 8 settembre 1943, di cui lui e il Re furono l’incarnazione ?....  dando a queste piena dignità di fatti storici? Ma sopratutto qualsiasi cosuccia lei riferisca dovrebbe avere dignità di fatto storico, solo per il fatto che lei la abbia espressa sulla base di ricordi personali. Non funziona così. Lei è a modo suo arrogante nell' esporre le sue argomentazioni e glielo ho già scritto più volte, questi suo modo di atteggiarsi non mi garba, perché espressione di disprezzo verso tutto e tutti, utilizzando con disinvoltura memorialisti e aggiungendo ricordi personali, al solo fine di sminuire chi preso di mira. Mi dica che c'entra ora il buon Mambretti?  (ma come che c’entra?  nell’articolo che aveva ingenerato questa livorosa reazione e che non lo nego avevo preso l’abbaglio di scambiare il gen. Pecori Giraldi per il gen.Etna,  stavo citando alcuni aneddoti , ecco puramente emozionali e suggestivi del mondo e dell’atmosfera della Grande Guerra come le strofette “bomba c’e’, i cimiterini sulle maniche che erano il modo di come i soldati chiamavano i gradi degli ufficiali superiori e generali, e una espressione “toccarsi le stellette” che era la modalita’ consueta di come i soldati facevano gli scongiuri, ovvero toccarsi  con pollice e indice le stellette sul colletto, possibile con le uniformi di allora chiuse, molto piu’ difficile quando si diffusero le giubbe aperte con i colletti distanziati, e quindi usanzacaduta in disuso, ma ben rammentata da chi aveva 
 fatto la Grande Guerra. Ora parlando di sfortuna non si puo’ non citare il “buon Mambretti” come lo definisce N.P.  Generale perseguitato dalla fama di implacabile menagramo fin dai tempi della campagna di Libia,  richiamato in servizio da Cadorna, e nominato comandante della 6^ armata che guarda caso fu l’Armata protagonista della piu’ disgraziata delle offensive,  quella operazione K nota ai piu’ come “Battaglia dell’Ortigara” in effetti contrassegnata da una serie quasi inspiegabile di eventi avversi , ci sono una ridda di testimonianze che descrivono il terrore di soldati e ufficiali alla sola vista del Gen, Mambretti, ma quella piu’ importante e’ dello stesso Cadorna che ammette in una lettera alla figlia di essere stato costretto a silurarlo, giustappunto il “buon Mambretti”  non per demerito, ma proprio a causa di quella fama  che faceva si che giustappunto dalla piu’ sperduta delle trincee al caffe’ Dorta il caffe’ di Udine frequentato dagli Ufficiali dello Stato Maggiore detto “il Trinceron del Dorta” fosse un continuo di vedere gente in uniforme di qualsiasi grado  con pollice e indice sul colletto, oppure armeggiare giu’ in basso nelle tasche dei pantaloni …. Continuiamo :    
Se il suo modo di argomentare poteva andare bene sessanta anni fa oggi fa semplicente sorridere. Vede lei critica, sminuisce, irride, banalizza per partito preso, da lei qui non ho mai letto una, dico una, considerazione costruttiva, un contributo costruttivo alle discussioni, solo ed esclusivamente pettegolezzi e luoghi comuni, critiche e considerazioni personalissime sempre fini a se stesse. Ma sopratutto lei chi è per esprimere giudizi sarcastici come quello sopra postato? Non prendiamoci per i fondelli, i "cimiterini" che nel testo di Monelli, da lei ad minchiam citato Perche’ poi “a minchia” ? Monelli era commilitone di mio nonno in un Gruppo Alpini che comprendeva i battaglioni Exilles, Susa, M.Berico e M.Suello, e poi intimo amico, l’ho conosciuto anche io, fa parte anche lui di quel corredo emozionale che ho asserito essere alla base del mio interesse per l’argomento della Grande Guerra…. al battaglione , hanno un loro preciso significato, e vanno necessariamente contestualizzati al racconto, lei invece, li vuol maldestramente e strumentalmente piegare a sue considerazioni, ribadisco del tutto fuori luogo. Se lo dice lui …Tutto ciò per esprimere sue considerazioni personalissime che ci cala dall'alto, bontà sua, ad un solo ed eslusivo scopo: fare becera polemica. Il suo è un monologo trito e ritrito. Giudizi severi? Ribadisco, lei chi è per esprimere giudizi? Faccia pace, credo che lei sia in avanzata età, con il mondo, e scenda da quel trono che si è autocostruito autoreferenzialmente a lei come a tutti della sua generazione, assolutamente incapaci di affrontare la realtà e barricati dietro un intellettualismo da operetta, con atteggiamenti sempre caratterizzati da giudizi diretti a contestare il nostro mondo, a lei manca la pars costruens. La finisca di conseguenza con questo intellettualismo di facciata, ribadisco, citando autori dotti, al solo fine di dimostrarci che lei è al di sopra di tutto e tutti, che lei è il dotto e noi dovremmo stare a sentirla, e che la rappresentano esattamente per quello che è.Oggi è la volta di Sausurre, domani di chi? (se magari ci aggiungesse una “s” ….va beh suvvia che vuoi pretendere ?) lei non è in grado di consigliarmi nulla, perché a sua volta lei è il nulla  (hai capito io sono il nulla? Gli rispondo con una citazione di uno che lui non sa neppure di dove e’ di casa , stante l’ironia, la cultura , l’anticonformismo:  “amo il nulla, e’ l’unica cosa su cui so tutto!”e le sue considerazioni aria fritta. Ciò che non va è lei, non è la società che la circonda, da Caporetto al Covid, ma il suo atteggiarsi nei confronti di questa con una superiorità assolutamente fuori luogo. Pars costruens e non solo destruens, che a lei fa profondamente difetto, mi creda”....Interviene nella discussione Manlio Colussi Moderatore del Gruppo che dice “ Mario Nardulli per quanto mi riguarda è e resta un ottimo conoscitore della storia... un po spigoloso ma piacevole da leggere. Ed io gli rispondo grazie Manlio , ma non ti preoccupare le critiche di quel personaggio come ti dissi a suo tempo di persona, non solo non mi toccano, ma mi procurano grande ilarita'. E poi passo a rispondere al mio accusatore …..  non mi spreco neppure a risponderle, tanto la metterei in crisi sulle sue pseudo conoscenze inesatte, come quella volta di Badoglio e la sua partecipazione alla battaglia di Adua . In verita’ sono  le sue conoscenze cosi’ esattine, circostanziate  senza polemiche, ossequiose delle versioni ufficiali  che sono trite e ritrite,  che per fortuna,  specie con le ultime buffonate in tutt'altri settori, in primis quello sanitario hanno sempre piu' gente come me che va alla ricerca della verita' /ci metterei la mano sul fuoco che lei e' uno di quelli crede ai virus e batteri di Pasteur e neppure ha mai sentito nominare Bernard, Bechamp, Rife, non parliamo neppure di Hamer, e oggi stara' ineggiando alla guerra santa pro Ucraina , con giudizi di anatema su Putin e di lode sul RimbaBiden e tutti i suoi burattinai dalle grandi multinazionali prima del farmaco ora degli armamenti ispirate dalla cialtronesca teoria Popperiana e del suo esecutore Soros (la trista Open Society) . Vedo che mi sto inutilmente scaldando, non mi urta come si urta lei al mio cospetto di verita' e obiettivita' , anche perche' ci sono abituato a gente come lei, sapesse quanto ne ho incontrate a cominciare dai corsi di catechismo del lontano 1956 dal quale fui allontanato con l'epiteto di blasfemo perche' osavo parlare di peccato originale e del non riscontro della resurrezione di cristo. Noto che lei ha tratto occasione di attaccarmi solo in virtu' di un mio marchiano errore , quello di aver scambiato Pecori Giraldi con Etna (credo la prima volta che ne abbia fatto uno in campo militare vero e non costruito dai bollettini a mò di quelli napoleonici . Una boutade scherzosa anche per allentare la tensione che secondo me e' alquanto fuori luogo. Lei sara' furente e mi copre di ingiurie io me la sto qui ridacchiando e fumando la pipa, allora veniamo alla boutade : lei mi contesta la critica e somma di giudizi negativi su generali italiani a cominciare da Fanti, Cialdini, La Marmora, Govone Cadorna padre e figlio (meno il  nipote) e quasi totalita' della classe militare italiana, e non e' che poi vada cosi' controcorrente specie tra storici dotati di una certa credibilita' (i suoi disprezzati Del Boca, Silvestri, Salsa, e non ci metto quelli piu' feroci tipo Lussu, Malaparte, o cito un testo tipo Gorizia tu sei maledetta di cui ho spiegato in vari articoli che come Bella ciao trattasi di un falso costruito a tavolino da membri del Nuovo Canzoniere Italiano per il festival dei Due Mondi del 1964)..... non oso pensare che cosa direbbe se leggesse quello che penso di un generale come Napoleone Bonaparte di cui ho fatto una serie di articoli su riviste tipo Riflessi Storici e su miei blog in particolare della prima campagna d'Italia 1796/97, dove sostengo con dati alla mano che tutte le sue vittorie erano gonfiate e frutto di manipolazione e che quindi Napoleone e' solo un grande bluff come d'altronde quasi tutto della storia che quattro bottegai con i loro garzoni hanno voluto impartirci a cominciare dalla data fatidica del 1348. Va beh, qui andiamo ben oltre la storia della Grande Guerra e capisco che abbia difficolta' a seguirmi , anche perche' ribadisco il mio assunto che il mio interesse per una cosa così parziale e limitata come la Grande Guerra per di piu’ sul solo fronte italiano e’ solo emozionale e di carattere tradizional/familiare. Sono diversi e ben piu’ dilatati gli interessi veri, quelli sui quali mi profondo in studi, letture, ricerche e documentazioni, la storia in generale, la filosofia, ma non certo quella banale e tutto sommata fuorviante di un filosofo come Hegel che con le sue scempiaggini tipo “cio’ che è reale e razionale e cio’ che e’ razionale e’ reale” e la banalita’ della sua dialettica  ha avvelenato l’epistemologia  dando adito a sequel davvero disarmanti tipo lo squallido pensiero economico dei vari Smith, Malthus, Say e soprattutto  Marx, o anche la psicoanalisi da lei tanto disprezzata che considero magari nelle sue accezioni piu’ promettenti tipo la seconda topica freudiana e la pulsione di morte o la retorica dell’inconscio di marca Lacaniana fino all’inconscio come insiemi infiniti dello psicoanalista cileno Ignacio Matte’ Blanco . Pensi un po’ come siamo messi proprio agli antipodi:  lei si trastulla coi bollettini, bugiardi come quelli napoleonici  e magari i severi resoconti dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito su di qualche battaglia di una unica guerra,  io considero la psicoanalisi unitamente alla teoria biologica di Hamer e qualche considerazione in proiezione della fisica quantistica del tipo la teoria delle Stringhe e la supersimmetria che la regolerebbe,  gli unici spiragli di luce in un mondo immerso nelle tenebre della menzogna, della montatura e dell'interessato raggiro.

venerdì 22 novembre 2024

TOGLIETEMI IL MARTELLO

 

Ho visto tempo fa un gesto con cui si e’centrato con semplicita’ e lampante evidenza il senso, il vero senso e tutti i significati e significanti  delle 5 Leggi Biologiche di Ricke Geerd Hamer :  per farlo, l’autore del gesto  si e’ servito di un semplice martello e lo ha picchiarlo contro una mano! Ecco ! tale azione puo’ essere equiparata  ad un trauma, del tutto identico a quello che potremmo avere in circostanze meno volontarie ed anche costituire una classica DHS (sindrome di Dick Hamer,  per dirla in gergo delle 5 Leggi Biologiche) di notevole e crescente entita’ se non si smette di picchiare il martello sulla mano,
Ora e’ proprio qui che si divide la medicina di Hamer da quella tradizionale: nell’una e nell’altro abbiamo un martello che e’ espressione di una causa , ma mentre la medicina tradizionale
  tende a vedere la mano maciullata e comincia a dare dei rimedi  facendo assumere un antidolorifico, un antifiammatorio, un antibiotico,  ovvero ti da qualcosa per lenire, per riparare un danno, ma non si preoccupa minimamente di risalire alla causa che tale danno  ha provocato ( il martello che continua ad infierire sulla mano), così   al contrario la seconda non sta a li’ a trovare rimedi del danno oramai prodotto, ma cerca subito di eliminare il martello. Cessati i colpi di martello non e’ che si ha una pronta guarigione dell’arto offeso, ed ecco qui ci potrebbe essere una commistione tra le due medicine:  solo dopo ever eliminato la causa del danno, cioe’ tolto il martello, ed eliminato l’atto di continuare a picchiare sulla mano  potremo pensare a qualche lenitivo del dolore,  ingessare le ossa rotte, assumere antiinfiammatori e antibiotici per scongiurare il pericolo di infezioni;  diciamo che la medicina tradizionale e’ una medicina che si ferma alle apparenze e trova lenitivi solo a posteriori (detto per inciso la medicina di pronto intervento  perche’ quella che si prefigge di prevenire con farmaci, vaccini e quant’altro  e’ decisamente inutile, controproducente e sempre piu’ iatrogena ) mentre la medicina di Hamer con il risalire innanzi tutto alla ricerca di cio’ che ha causato il danno,  va individuando  un effetto di contemporaneita’ , del “qui ed ora” e quindi  la ricerca di un futuro di guarigione e benessere, soggiace ad una certa anteriorita’ che si riferisce al momento in cui e’ stata presa la decisione di martellare la mano - e’ quindi un po’ come diceva Lacan a proposito del’inconscio, un qualcosa,  nel nostro caso, una medicina al “futuro anteriore” ovvero quella modalita’ temporale che  prende in esame tutto quello che fa da sostrato ad un certo tipo di comportamento  che potrebbe presentare problemi e proprio nello scioglimento della sua reattivita’,  perviene allo scioglimento di tali nodi onde concorrere ad un “av-venire” di ben-essere, di quello che la medicina tradizionale indica come guarigione. Un precedente di Hamer lo si puo' ritrovare in pieno campo
psicologico, nel meglio di quella  pragmatica della comunicazione  che e' stato il Mental Research Institute di Palo alto diretto da Grigory Bateson e che vantava psicoterapeuti e studiosi comportamentali del calibro di Jay Haley,  William Frey, John Weakland, Paul Watzlavitch, in sintonia di intenti e prassi  con il piu' grande psicoteraputa di tutti i tempi Milton H. Erickson.  Possiamo aggiungere che il martello puo’ benissimo essere omologato anche ad una malattia, la causa che ingenera la malattia, per cui in termini hameriani parlare di guarigione e’ un po’ un non senso: come si fa a guarire quello che
  sostanzialmente e’ gia’ guarigione ? ovvero individuare la causa dell’affezione !? Si potra’ ecco come e’ stato detto in precedenza,  cercare di curare certi effetti del trauma della DHS e in questo puo’ andare anche bene qualche ritrovato della medicina allopatica, ma una volta eliminata la causa  del trauma e quindi dell’affezione, sara’ sufficiente non ricaderci piu’ e passare oltre     

 

martedì 12 novembre 2024

DYLAN DOG PER HEGEL

 

Hegel e' stato detto il, filosofo dello Spirito, ora  il termine "spirito" si presta anche ad altri significati e anche altri significanti  nel senso che puo' anche essere inteso  come spettro, fantasma, quindi se  dovessi definire con una certa maggiore precisione e varieta'  tale termine e  conseguentemente  il pensiero di Hegel,  direi che il suo e' un pensiero fantasmatico, che quindi ha bisogno di un ulteriore indagine da parte di un addetto ai lavori. Che ne dite di Dylan Dog, l'indagatore dell'incibo popolato appunto da spettri ? Hegel difatti  nella Fenomenologia dello spirito, parla di coscienza, autocoscienza e ragione come parti o fasi dello spirito , laddove io le potrei anche intendere come parti fantasmatiche del tutto scollegate da una realta'. Prendiamo l’autocoscienza che non e' da lui intesa come coscienza di se stessi, ma si inserisce nel contesto sociale e quindi politico, aggiungendosi quindi alle numerose cose e conoscenze che piu' di un filosofo, pensatore, scienziato, matematico, hanno, prima e dopo di lui, posto non in noi stessi (in-sistere) ma al di fuori, all'esterno di noi (ex-sistere). Comincio' Platone col suo iperuranio o mondo delle idee, inaugurando quindi quel dualismo che ha perseguitato tutto il cammino della conoscenza occidentale (Campanella, Cartesio, Hobbes, Newton, Marx, pero' non Kant che si avvale della sua triplice critica (Ragion pura, Ragion pratica, Giudizio) per uscire da tale impasse. Per Hegel invece, quando il soggetto si confronta con gli altri da sè, entrano in gioco tutta una serie di relazioni, ma anche di conflitti, che pongono in essere il rapporto con l'altro e quindi l’esistenza delle altre autocoscienze. Da qui nasce la figura dialettica servitù-signoria, che come e' noto decretera' la fine della storia, (anche la fine puo' avere un corrispettivo nel termine Spirito) nella accezione del trionfo della prima e quasi ad inverazione della teoria delle quattro eta' del mondo di Esiodo la cui ultima eta' della storia e' appunto "quella dei servi" - Se dovessimo sempre seguire Hegel c'è un altro fattore che il filosofo pone come fine della storia, un fattore di azzeramento di tutti i contrasti in lui stimolato dall'incontro con Napoleone dopo la battaglia di Jena nel 1806, dove appunto il

fatto di non avere piu' rivali, indicherebbe nel Corso una sorta di ineluttabilita' a mò di Legge dell'entropia, degli eventi umani tendenti verso l'appianamento di ogni contrasto . Ora e' notorio quanto sia poca la mia considerazione verso Hegel: fin dai tempi del liceo non ho fatto altro che trovare la sua filosofia velleitaria, rigidamente schematica e sostanzialmente sbagliata. Anche in questo appuntino non mi smentisco - la sua fenomenologia e' di una banalita' disarmante, tra l'altro sarebbe bastato aspettare qualche mese e avrei voluto vedere come avrebbe considerato Napoleone dopo la battaglia di Eylau, per non parlare di un paio di anni dopo in Spagna.
Riguardo la supposta grandezza della funzione autocosciente umana anche qui non si può non cogliere l'infondatezza delle sue tesi . Le critiche alla “ragione strumentale” da parte di alcune correnti filosofiche, per esempio la cosiddetta Scuola di Francoforte o il “secondo” Heidegger. o quelle di certa filosofia orientale che si affida all’intuizione, al “vuoto mentale”, come nello Zen, cercando, quest’ultimo, di fare a meno della ragione nella sua totale estrinsecazione umana, in favore, come detto, di uno stato mentale che d’acchito — analogamente all’intuizione di H. Bergson — comprende le cose, per poi agire nella realtà. Tutti questi e altri approcci analoghi, solo tangenzialmente toccano la tematica specifica dell’autocoscienza, mentre riflettono direttamente sulle attività cognitive deputate, appunto, al calcolo e quindi alle strategie per risolvere problemi reali nella realtà quotidiana, essendo attive anche in assenza di autocoscienza.
A questo riguardo è molto suggestivo il libro che ho citato assai spesso e che è un pò la mia Bibbia procedurale in tema di pensiero e ragionamento “Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza” dello psichiatra americano Julian Jaynes che, con argomentazioni giustappunto estremamente suggestive, e per me più che convincenti, elenca tutte le funzionalità umane, la concettualizzazione, l’apprendimento di soluzioni pratiche o addirittura il pensiero stesso che possono essere operanti in assenza di autocoscienza. Anche Wilhelm Reich ha espresso considerazioni che conferiscono estrema importanza all’autocoscienza, cui attribuisce la responsabilità dell’allontanamento dalla natura degli umani non più capaci, perchè consapevoli, di abbandonarsi alla pulsazione della stessa natura. La specie umana, da circa centomila anni, non ha subito mutamenti di grande rilievo, si è stabilizzata, il chè vuol dire che un soggetto umano di centomila anni fa è sostanzialmente uguale a noi. A riguardo è interessante ricordare F. Nietzsche e l‘antropologia filosofica — M. Scheler, il Nietzsche cristiano, come diceva di lui Troeltsch e ancora Plessner e Gehlen, che invece parlavano di una natura umana ancora instabile, cioè incompleta e situata nella natura in “posizione eccentrica”, perchè il suo apparato pulsionale-istintuale, pur potente e di certo assolutamente naturale, non è rigidamente determinato come nelle altre specie. A fronte di queste caratteristiche, la capacità culturale umana, prevalentemente razionale, essendo pressochè infinita, è aperta a ogni cambiamento, funzionale o disfunzionale. L’errore, dunque, riguarderebbe l’emergere dell’autocoscienza, o meglio di quelle proprietà cognitive che rendono il soggetto capace di visualizzare se stesso, di ragionare sul suo essere in vita e sulle capacità dei suoi atti volitivi, nonchè porsi il significato del suo stare al mondo, e della sua finitezza solitamente implicato, almeno dal punto di vista storico, con concezioni trascendenti e comunque non totalmente radicate nella realtà contingente. Non è un caso che vengono considerati di derivazione umana i reperti archeologici quando essi siano segni di cerimonie o siti funerari. La consapevolezza della propria morte è caratteristica dell’autocoscienza e quindi essa viene utilizzata come fonte artistica, rituale e religiosa. Queste peculiarità cognitive aprono la strada al soggetto
cosciente di sè, quindi emerge l’individualismo e quelle tendenze dell’agire umano cui genericamente si attribuisce l’attributo egoistico-egotistico
Il tragico dell’essere umano sta proprio in questo passaggio che implica, di fatto, lo sradicamento da quella comunità che invece gli rende possibile la vita.
Nessun umano potrebbe vivere in solitudine a partire dai primi giorni di vita. Il periodo dell’allattamento e dello svezzamento, vissuto in quasi completa eteronomia, è tra i più lunghi rispetto alle altre specie, proprio perchè ha bisogno di essere accudito strettamente dalla madre o da chi ne fa le veci. Da solo non è in grado di mantenersi in vita. Tutto questo e' stato inesorabilmente scambiato dai filosofi cultori del dualismo per una sorta di paradigma obbligato e quindi all'affermazione di una netta
distinzione tra esterno e interno nella costituzione della coscienza umana e di tutte le sue manifestazioni, e ha dato sempre luoghi a schemi, schemetti, dialettiche campate in aria, di cui forse la esternazione piu' nociva e' stata quella di una sorta di coniugazione tra Hegel e Marx che si rifannno entrambi ai principi di societa' bottegaie fondate sul denaro e con un unico valore, il valore di scambio nel commercio e nell'economia (leggi sopratutto la societa'anglosassone con il passaggio di testimone nella societa' statunitense, secondo i parametri lucidamente individuati dal filosofo e geofisico tedesco Carl Schmitt nel suo saggio Terra e Mare del 1942

L'INCONSCIO TRA SIMMETRICO E SIMBOLICO

  Trovo sul serio che tra simbolismo  dell'inconscio  e simmetria della fisica quantistica  ci sia una sorta di attrazione fatale. Le or...