lunedì 6 settembre 2021

CANTICCHIANDO IN ORBACE

 

Anche le canzoni hanno una parte, anzi una grossa parte nella formazione dell’estasi’ non si sta qui parlando di musica, melodia, armonia, musica classica, come viene pomposamente definita, per intenderci Mozart, Beethoven, Bach, Chopin, o quant’altro,  ma canzoni, canzonette il “sono solo canzonette” di Bennato, che però informa espressioni musicali di tutto rispetto, e come tutti nella nostra vita abbiamo avuto modo di raccordarci, con fenomeni tipo il folk, il rock, il blues e autori e interpreti di straordinario valore del calibro dei Beatlles, di un Frank Zappa, Leonard Cohen, Bob Dylan, Janis Joplin, i Jefferson Airplaine, i Quicksilver, i Greatful Dead, Ives Montand, Edith Piaf, Charles Trenet, da noi in Italia il Modugno di “vecchio frack” o di “volare” e “ciao bambina”, ma anche i famosi cantautori a cominciare da Gino Paoli con il sequel dei vari Sergio Endrigo, Bruno Lauzi, Lucio Battisti, fino ai grandissimi Lucio Dalla, Fabrizio De Andrè ed epigoni, De Gregori, Baglioni, Rosso, Venditti, etc.. Debbo scusarmi se molti non sono elencati, comunque anche la valutazione dipende dai gusti personali, per cui non v’è da stupirsi se nell’elenco, parecchi anche di notevole portata sono rimasti esclusi: Mina ad esempio sarà senza dubbio bravissima, ma personalmente non mi ha mai suscitato alcuna emozione, così la voce roca e gridata di un Vasco Rossi e tutte le sue canzoni non sono mai riuscito a ascoltarle; diverso molto diverso un Adriano Celentano e cantanti un po’, diciamo così di confine tra canzone d’autore e commerciale, un Peppino Di Capri, Gianni Morandi, Bobby Solo, Zucchero;   certamente ci sono anche una miriade di canzonette senza pretese, ecco può andar bene il termine di “commerciale” e c’è  anche peggio di quelle cui faceva ironicamente cenno Bennato, probabilmente la maggior parte : strappalacrime, melense e stupidotte “mamma ti voglio bene” “piange il telefono” “quando dico che ti amo” “Io, tu e le rose”, e qui davvero l’elenco non finirebbe mai. Il punto è che qui siamo in un blog che si chiama “preservativo imperfetto" e sia il primo che il secondo, sono cangianti e variegati, un po’ come il principio di indeterminazione di Heisenberg e dannatamente relativi, come la Legge di Einstein: dipendono dalla posizione di...no! non l’osservatore, ma dell’ascoltatore, che è pur sempre una persona e quindi la sua posizione e disposizione, non sono mai definite con precisione. A proposito di tale riflessione ci sono delle canzoni da noi in Italia che occupano una posizione ambigua e alquanto controversa: sto parlando delle canzoni del periodo fascista, un riflesso alquanto impallidito oggi, ma la cui portata è stata senza dubbio fortissima e quindi va analizzata storicamente. ....“marceremo dove il Duce vuole dove Roma già passò”  tremendo no? Retorico fino al parossismo, e anche di un’ironica ridicolaggine considerando i fatti successivi, ma questo era l’inno dei GUF, gli universitari fascisti, ovvero baldi giovanotti acculturati che si definivano “fiaccole di vita e eterna gioventù” volti ovviamente a “conquistare l’avvenire”, mentre i ragazzini, inquadrati nei Balilla cantavano “fischia il sasso, il nome squilla del ragazzo di Portoria”  che chi poteva essere se non lui l’intrepido Balilla, che gettava quel sasso contro gli stranieri e dava il nome a tutta l’istituzione? Non sia mai che potevano restare esclusi in  giovani in genere, (capirai un Regime che aveva eletto a Inno Nazionale un canzone presa dagli arditi della Grande Guerra che si chiamava “Giovinezza!!!!), non ragazzini e neppure universitari, che all’epoca avevano la definizione di avanguardisti e per loro la marcetta faceva cenno ad una maschia gioventu’, ovviamanente con “romana volontà”, che aspettava la chiamata di una non meglio precisata madre degli eroi, “verrà quel dì verrà…” dicevano sconsideratamente , il che considerando chessò la Grecia, l’Africa, la Russia e l’otto settembre, suona ancora più ironico delle strofette dei ragazzi più grandi. Il cenno a “Giovinezza” induce ad una riflessione sull’origine, diremmo oggi il “background” di queste canzoni: origine che doveva molto ai canti della prima guerra mondiale,  i celeberrimi “bomba c’è”  col loro ritornello cadenzato che i fascisti ripresero fin dalle prime manifestazioni  “se non ci conoscete  guardateci all’occhiello noi siamo i fascisti dal santo manganello...fascisti e comunisti giocavano a scopone, la vinsero i fascisti con l’asso di bastoni” e tanti, tantissimi altri  che si produssero fino alla RSI, solo che invece del ritornello “bom bom bom son tre colpi di  cannon”, ci avevano messo  il “bombe a man e carezze col pugnal” anche questo ripreso sempre  dalla Grande Guerra, ma da una particolare formazione di combattenti, i cosidetti “Arditi” ovvero i reparti d’assalto, o “fiamme nere” da cui i fascisti avevano ripreso la quasi totalità del loro armamentario, le canzoni, gli slogan, financo il colore delle camicie e di buona parte del loro abbigliamento (il fez, le fasce mollettiere, i gagliardetti)  A rigore Giovinezza, che di certo doveva divenire la canzone più famosa del fascismo addirittura da accompagnarsi alla Marcia Reale nell’inno Nazionale era  si una canzone che si cantava nei reparti d’assalto fin dalla loro costituzione nello località di Sticca di Mandriano nel 1917, ma era stata ripresa da un canzone che si cantava nel 5° alpini soprattutto nel battaglione Vestone, dove c’era un capitano Corrado Venini, che si dilettava di composizione musicale, il quale sentendo suonare alcune note da un  ufficiale di complemento  richiamato per la guerra, le aveva immesse nel suo “’inno degli alpini sciatori “ Quell’ufficiale richiamato  si chiamava Giuseppe Blanc  e 5 anni prima quando era un laureando di giurisprudenza  aveva composta la musica con parole di Nino Oxilia  di una canzoncina goliardica  di addio agli studi che era stata inserita nell’operetta  “Addio giovinezza”con il titolo appunto di “Giovinezza”
che difatti aveva un altro testo e senso, niente trincee e suoni di battaglia, niente fiamme nere che terribili si scagliano, ma solo un po’ di rimpianto “son finiti i tempi lieti” facevano le parole di Oxilia con il refrain però che tutti conosciamo  …”degli studi e degli amor, o compagni in alto i cuori il passato salutiam…”  certo gli alpini prima e gli arditi poi, avevano cambiato le parole, via i tempi lieti, gli studi e gli amori, spuntano le trincee e col fascismo via ovviamente quel “compagni”  da sostituirsi
semmai con “camerati” Gli arditi insomma l’avevano ripresa dagli alpini che a loro volta casualmente l’avevano ripresa (forse se il sottotenente Blanc non fosse stato richiamato nel 5° alpini..... Chissà???)   da tale canto goliardico, però la musica e il ritornello erano rimasti identici  “giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza , della vita nell’asprezza il tuo canto squilla e va “ con però quella discutibile ciliegina sulla torta che il fascismo ci aveva aggiunto a conclusione …”e per Benito Mussolini eja eja alala’. Direbbe Carlo Levi “il futuro ha un cuore antico”...per ogni cosa! Anche quel famoso nero delle camicie fasciste e buffetteria varia, non è così genuino come potrebbe sembrare, l’ascendenza agli arditi si va bene, ma in una accezione che ricorda molto quella delle camicie rosse dei macellai argentini per i Garibaldini. Il cuore antico si materializza nel famoso telegramma di Vittorio Emanuele Orlando a Badoglio nell’ottobre del 1918 a proposito dell’attaccare con l’offensiva che successivamente verrà detta di Vittorio Veneto “Tra la sconfitta e l’inazione, preferisco la sconfitta : MUOVETEVI” e si fa prassi operativa  con l’8^ armata del Gen. Caviglia  che con una abile diversione aveva spaccato in due lo schieramento nemico e praticamente messo fine alla guerra. Fine della guerra assolutamente non contemplata dai due brillanti e ardimentosi Capo e sottocapo di Stato Maggiore Diaz e Badoglio, che difatti contando di effettuare quell’offensiva solo nella primavera successiva, avevano ordinato una enorme quantità di cotonina nera, necessaria ad equipaggiare i sempre più numerosi reparti d’assalto. Ordine prontamente effettuato da un industriale, che mi pare fosse Vercellino, ma non ne sono sicuro, che però causa la fine della guerra si trovò con l’ordine bloccato e quindi i magazzini pieni di cotonina nera (capirai avrebbero dovuto rifornire un intero Corpo d’Armata!) Ora questo industriale era in contatto con Mussolini e quando questi fondò il suo movimento col programma di san Sepolcro, prese subito la palla al balzo “tu ti rifai all’ amor patrio, alla guerra, all’arditismo...ebbene perché non adotti per i tuoi accoliti, il colore che è il simbolo stesso dell’arditismo?  Il NERO!!! Fanne il simbolo per “le tue schiere” , camicia, copricapo, fasce mollettiere….Io ho giusto quel che fa per te!” Qualche pignolo potrebbe osservare che in fin dei conti , Giovinezza non era l’inno ufficiale del Partito, bensì “All’armi siam fascisti “ o magari qualcuno della vecchia guardia preferiva l’inno della Disperata, una delle più famose squadracce dove si insisteva ossessivamente sul motto del fascismo, quel “me ne frego” anche questo però non originario fascista, ma di matrice D’annunziana che il poeta riprese da un dialogo tra due ufficiali il famoso Maggiore Freguglia e il Capitano Zaninelli,  entrambi medaglie d’oro e ovviamente ufficiali degli Arditi. Freguglia aveva chiamato Zaninelli e gli daveva detto che con la sua compagnia doveva attaccare un caposaldo, precisandogli che si trattava di una missione suicida, al che quegli aveva risposto : "Signor comandante io me ne frego, si fa ciò che si ha da fare per il re e per la patria". Il “Me ne frego” neppure lui originario fascista,  era disseminato a carattere cubitali nel cosidetto “Covo” ovvero la sede del Popolo d’Italia di via Paolo di Cannobbio  in Milano, e certo  non poteva mancare che anche su questo ci si tirasse su una canzone, anche se quel riferimento a Togliatti …”me ne frego di Togliatti e del sol dell’avvenire….” induce qualche dubbio sulla data di  composizione, non essendo negli anni venti il nome del co-fondatore del Partito Comunista ancora così famoso. D’altronde neppure l’ onnipresente “a noi” era di matrice fascista, bensì anch’esso D’Annunziano così come quell’eja eja alala’ che sempre D’annunzio aveva forgiato assieme al maggiore Freguglia (ancora lui!) per sostituire l’americano hip hip Hurrà! Semmai c’è da dire che quell’espressione così cruda faceva parte di quel tentativo del Regime di modificare a suo immagine e somiglianza la lingua italiana, la sostituzione del “lei” con il “voi” l’abolizione delle parole di origine straniera come se una lingua fosse una divisa da far portare, il celeberrimo “vestito di orbace” con cui veniva canzonato il gerarca Achille Starace aggiungendovi la precisazione “di nulla capace” L’altra fissa delle canzoni del ventennio, lasciandosi però alle spalle gli anni venti e entrando nel decennio dei  trenta  era quella della Roma antica imperiale, le Legioni, i gagliardetti, le insegne, i gladi (su quest’ultimo il gladio,  però ancora una ascendenza negli Arditi della prima guerra mondiale, perché un gladio tra fronde di alloro e quercia era stato assunto come segno distintivo di tutti i reparti  d’assalto, anche quelli che non portavano le mostre nere  come gli alpini o i bersaglieri che conservavano le loro ed erano difatti detti “fiamme verdi” e “fiamme cremisi” ) il “fuoco di Vesta “ irrompeva fuori dal tempio e ovviamente coniugandosi alla “giovinezza” declamava il “Duce Duce! e  non poteva mancare un Inno a Roma, il celeberrimo “Sole che sorgi  libero e giocondo sul colle nostro i tuoi cavalli doma” ; e poi certo con il cambiare della situazione politica, l’abbandono della Società delle Nazioni quella antica Roma, quell’antica gloria, non poteva che rivendicare...rivendicare cosa? ma lImpero è ovvio!  e quindi ….“Roma rivendica l’impero, l’ora delle aquile suono’, squilli di tromba  salutano il vol dal Campidoglio al Quirinale” e quindi propositi, che insomma considerando poi certi fattarelli tipo la distruzione della marina a Taranto, la cacciata a mare da parte dei Greci, le centinaia di migliaia di prigionieri  fatta da gli inglesi che disponevano in Africa Settentrionale  di un contingente di soli 30.000 uomini e la stessa fine di quel tanto strombazzato Impero...bhe ! Come fare a non sorridere un po’ amaramente alla frasi successive della canzone  “terra ti vogliamo dominar, mare ti vogliamo navigar….mi sono chiesto spesso come gli fosse venuto in mente a Mussolini di rifarsi all’antica Roma nella scelta del nome del suo movimento, i fasci littori, le aquile, i gagliardetti, ecco questo c’era davvero poco nella prima guerra mondiale, a parte quel gladio che veniva portato dai reparti d’assalto, sulla manica in alto della giubba , certo è che quel proseguo della canzone “il littorio ritorna come segnale di forza e di civiltà suona davvero farsesco e non parliamo poi quel “dei Cesari il genio e il fato, rivivono nel Duce liberator” Con il 1934 l’Anschulss, l’uccisione di Dolfuss da parte dei nazisti e la mobilitazione al Brennero dell’Esercito, unica opposizione a Hitler in tutta Europa,  cambiano radicalmente gli equilibri europei (in questa stessa Rubrica Es-tasi  c’è un articolo del sottoscritto che analizza al dettaglio tale momento ) e cambiano anche le canzoni,  si fanno più volgari in risposta alle inique sanzioni con cui francia e Inghilterra intendono punire l’Italia del Duce (una canzone faceva appunto “si salva l’Italia , l’Italia del Duce” eh già perché dopo che Mussolini aveva avuto la prova della debolezza intrinseca della Società della Nazioni, aveva bruscamente cambiato rotta politica e paradossalmente si era avvicinato proprio a colui  che appena qualche mese prima gli  aveva mobilitato  contro l’esercito e costretto al dietro front. Dicevamo del volgare che si accentua eh bhe come la chiameresti voi una canzoncina  che rivolgendosi espressamente all’Inghilterra gli fa

“Sanzionami questo!  E se ancora ci fosse qualche dubbio aggiunge “lo so che ti piace, ma non te lo do!” 
Una nuova guerra, ammettiamolo  abilmente propagandata da motivi di rivendicazione, le “inique sanzioni” appunto di Francia e Inghilterra; una retorica verbale piuttosto d’effetto dello stesso Mussolini in un plateale discorso dal famoso balcone di Piazza Venezia “ io fino a prova contraria mi rifiuto di credere che l’autentico popolo di Francia possa indire  sanzioni economiche contro l’Italia! I  6000 caduti di Bligny, morti in un eroico assalto che strappò un grido di ammirazione dello stesso comandante nemico,  trasalirebbero dalla terra che li ricopre ;  e fino a prova contraria mi rifiuto di credere che l’autentico popolo di Gran Bretagna, possa unirsi a sanzioni economiche contro l’Italia, per difendere un Paese africano, universalmente bollato come paese barbaro e indegno di stare tra i popoli civili”, quindi il  celeberrimo “oro alla patria” con la giornata della fede, in cui tutti, davano qualcosa d’oro,  dalle  spose, a cominciare dalla Regina Elena,  la loro fede d’oro in cambio di una in ferro,  e poi senatori,accademici, persino antifascisti , in un momento che fu davvero di sincera aggregazione del popolo italiano sotto il fascismo ( Peccato che anche questo momento sia stato rovinato da scoperte successive : due damigiane piene di fedi d'oro furono difatti requisite  nei giorni della fine della guerra ai  gerarchi fascisti in fuga con Mussolini, che  stavano cercando di trafugare.) sono tutti elementi che producono nuovi spunti per canzoni . Sia comincia con  la canzone “Adua sei liberata” che si diceva fosse stata  composta in una sola notte, subito dopo la presa della città che nel 1896 era costata la vita a tanti nostri connazionali e al Paese la reputazione  “sei ritornata a noi, ritornano gli  eroi” dicevano le strofe successive “tra rulli di tamburo e bagliori” quindi tutta una serie di spunti su tema  “i legionari : “i morti che lasciammo a Passa Uarieu” “cara Virginia io vado in Abissinia!” “mamma ritorna ancor nella casetta sulla montagna che mi fu natale” che era l’unica canzone che nel film “Tutti a casa” il sottotenente Alberto Sordi riusciva a far cantare al suo plotone;  canzoni piuttosto note, ma nessuna da reggere il paragone con la celeberrima “Faccetta nera” la cui storia vale la pena di essere raccontata: anzitutto non è propriamente della guerra d’Etiopia, ma di alcuni mesi prima, ovvero della primavera del ‘35: difatti mentre fervevano la preparazione delle operazioni militari dopo l’incidente/scusa di Ual-Ual,  il Ministero dell Cultura Popolare, il famoso MINCULPOP aveva pensato bene di  pubblicare notizie relative alla schiavitù ancora vigente in Etiopia, al fine di sensibilizzare la popolazione ad un qualcosa che poteva essere di forte impatto, enfatizzando un tema di missione civilizzatrice (bhe!!! il già citato Littorio come segnale di forza e di civiltà!)  della futura campagna militare e occupazione. E’ questa dunque l’ispirazione della canzone, un tema di giustizia e civilizzazione, decisamente anti razzista e anzi ammiccante in merito a rapporti  di fratellanza data che una ragazza etiope, “faccetta nera”  veniva etichettata come “romana” ….faccetta nera sarai romana e per bandiera ti daremo l’italiana” diceva una strofa, della canzoncina scritta da due personaggi del mondo delle rivista e dello spettacolo Renato Micheli e Mario Ruccione che avrebbero voluto presentarla al Festival della Canzone Romana, una manifestazione canora in quel 1935 molto in auge, che risaliva al 1891 e che aveva avuto illustri partecipanti Leopoldo Fregoli, Ettore Petrolini, Gustavo Cacini (quest’ultimo un personaggio molto famoso e molto presente negli spettacoli-macchietta della Roma di allora che aveva ingenerato quel modo di dire “e chi sei Cacini?” ancora molto usato ai tempi in cui io ero ragazzino, cioè nel dopoguerra e negli anni cinquanta e sessanta). Al Festival non se ne fece nulla, forse perché la tematica era un po’ troppo ardita e avrebbe potuto urtare la ideologia nazista e del suo iper-razzista Fuhrer, Adolf Hitler  che proprio in quel periodo stava cominciando ad accreditarsi come alleato dell’Italia fascista, con forti promesse di aiuti economici per la futura campagna militare. Però poco dopo, la canzoncina con quella musica cosi accattivante e anche i versi freschi e spumeggianti avevano attratto l’attenzione nientemeno che di una stella di prima grandezza dello spettacolo italiano,la quasi mitica Anna Fougez, che l’aveva fatta cantare dalla sua compagnia:  Faccetta nera al teatro Quattro Fontane di Roma, intervenendo lei stessa  nelle vesti dell’Italia, che spezzava  le catene cui era avvinta la “piccola abissina” e la rivestiva con una camicia nera. Successo eclatante: Faccetta nera,  veniva  inserita in molte “riviste “  dell'epoca diventando popolarissima, specie sulla bocca delle truppe che nell’ottobre del ‘35 partivano entusiaste per la campagna d’Etiopia. Ulteriori perplessità, però dell’onnipresente MINCULPOP, che andava soppesando alcune frasi decisamente imbarazzanti del testo , quel “sarai romana” “ti porteremo a Roma” e per  bandiera ti daremo l’italiana ” ed anche alcuni passi che potevano essere travisati, ad esempio quel “ti daremo un altro Duce e un altro Re”, e che quindi cominciava a pretendere pesanti modifiche, un po’ più in linea con la volgarità ad esempio del  già citato “Sanzionami questo!” e di numerosi  ritornelli ripresi dagli antichi “bomba c’è”, ma permeati di ulteriore volgarità nei riguardi della popolazione abissina “il Negus chiese al Duce se poteva venì a Roma, il Duce gli rispose se c’hai la moglie bona!” “Il Negus chiese al duce se gli dava li leoni, il duce gli rispose nun me rompe li…..” Canzoni ancora canzoni, ma più retoriche, più melense, con l’affermarsi della alleanza con Hitler, e soprattutto con l’entrata in guerra, impensabili dei motivi un tantino più profondi  tipo il sotteso antirazzismo di Faccetta nera: “Camerata Richard”  esalta l’alleanza tedesca, ma lo fa in modo davvero sciropposo ed urtante “camerata Richard benvenuto, posa il sacco si scivola bada, il nemico è al di là della strada, parla piano che già ti ha veduto” Figuriamoci se il nemico, ovvero l’Inghilterra, perché dopo la fulminea sconfitta della Francia, era rimasta solo lei, poteva preoccuparsi della scalcagnata Italia: in pochi minuti ci aveva distrutto a Taranto una flotta, in Africa il Gen.Wavell con soli 30.000 uomini aveva fatto a pezzi l’intera Armata di Graziani che ne contava 600 mila, e persino i Greci ci avevano buttati a mare, rendendo davvero ridicolo quel plateale “spezzeremo le reni alla Grecia” di Mussolini, niente! la canzone insisteva citando la mitraglia di quella piazzola e su  melensissime raccomandazioni in caso di... “21 anni la stessa mia classe, questo vedi è il mio primo bambino...tieni a mente Salvetti Nicola, Vico Mezzocannone 50!”  Un po’ come la terrificante “Caro papa’, ti scrive la mia mano .. ” di cui conservo un gustoso aneddoto : un mio ex amico, non certo fascista, anzi, ma che in gioventù sui 15 anni, era stato missino, trovandosi a discutere appunto di canzoni del ventennio con una ragazza intelligentissima e impegnata politicamente, figlia di un famoso attore ebreo, morto recentemente ad oltre novant’anni, e che aveva avuto terribili traversie con le Leggi Razziali, tanto da confessare in una intervista che aveva pensato al suicidio, le aveva fatto “sai non erano tutte retoriche e false le canzoni fasciste, ce ne erano anche di sincere, ecco senti questa…” e lì in macchina si era messo a cantare appunto “caro papà ti scrive a mia mano, quasi mi trema lo comprendi tu….”Mario!” mi aveva raccontato dopo “mentre cantavo così di getto del tutto automaticamente, mi rendevo via via  conto dell’orrore di quella canzone, che mannaggia non avevo mai più cantato, avrei voluto fermarmi, ma quella sembrava come interessata  “le lacrime che bagnano il mio viso, son lacrime d’orgoglio credi a me, ti vedo che mi schiudi un bel sorriso, il tuo Balilla stringi al petto a te!” Fine! un silenzio di tomba, di profondo imbarazzo era calato in quell’abitacolo, fino al legittimo “ma è atroce!” della ragazza che si era dovuta sorbettare quell’orrore.  Lo vedi, perché, dico io, bisogna sempre sottoporre a revisione la storia? I fatti, i pensieri, le canzoni, anche le nostre emozioni, perché se non lo fai c’è il rischio appunto come questo mio amico di dimenticare e magari pensare che “bhe! Tutto sommato!....” La storia tutta la storia deve essere sempre ripensata e solo in quanto tale, eventualmente ri-assunta! Con il filtro della nostra ragione e di una conoscenza che deve essere sempre improntata alla critica, al relativo e alla “ri-messa in discussione!”
Mi pare superfluo elencare le ulteriori canzoni della parte finale e tristemente conclusiva de l’oramai superato ventennio: come la patetica “Vincere”  in cui anche il popolino ironizzava che il disco con la strofa successiva, ripresa dal famoso discorso del Duce della dichiarazione di guerra , “...e vinceremo” si era incantato e ripeteva ossessivamente quel “vincere, vincere, vincere” laddove prendevano invece corpo tutte le tappe della vergognosa sconfitta, quelle precedentemente citate e quella  sempre più incalzanti: la disfatta di El Alamein, la caduta del cosiddetto Impero, la ritirata di Russia, il “li fermeremo sul bagnasciuga”, il vergognoso otto settembre, con la fuga del re e di Badoglio  e l’Esercito, il Paese tutto, allo sbando, l’occupazione tedesca e la cupa terrificante atmosfera della Repubblica Sociale, dove il cosidetto Duce era oramai una patetica marionetta nelle mani non solo di Hitler, ma anche dei suoi sgherri, neppure di primo piano che lo trattavano come un cameriere.  Ecco per tutto questo, non ci sono più canzoni, neppure quelle terrificanti de “le donne non ci vogliono più bene, perché portiamo la camicia nera” o di “siamo belve assetate di sangue, siamo i fascisti repubblicani, abbasso il Re, viva Graziani!” perché queste non sono più canzoni, sono lugubri lamenti.

 

 

giovedì 22 luglio 2021

SCIENZA COME RELIGIONE : MICROBI COME UNTORI

 
“Nella scienza quella prevaricatrice e costruita a modello della Religione , i cosidetti scienziati considerano come loro propria proprietà personale quello che hanno imparato ed è stato trasmesso a loro dalle università e dalle accademie. Se qualcun altro arriva con nuove idee che contraddicono il Credo e di fatto minacciano persino di rovesciarlo, allora tutti gli sforzi vengono indirizzati contro questa minaccia e nessun mezzo viene lasciato intentato per sopprimerla. I Maestri accreditati  fanno resistenza in tutti i modi possibili: fingendo di non averne mai nemmeno sentito parlare, parlandone con disprezzo, come se non valesse nemmeno la pena di approfondire l’argomento. E così una nuova verità può avere una lunga attesa prima di venire finalmente accettata. "A dire queste parole è Goethe, due secoli dopo  uno studioso  Kuhn ne costituirà un paradigma e  sulle motivazione di tale resistenza, ma anche sul suo ineluttabile superamento, ne estrarrà delle vere e proprie sequenze con forza di legge. Veniamo alla nostra tanto strombazzata medicina :  Le concezioni erronee sulla salute sono radicate nella nostra cultura. La strada per capire il processo di mantenere e ripristinare salute è stata lunga e contorta. La scienza ha preso il sopravvento sulla conoscenza antica e intuitiva, ha fatto errori colossali, rimanendo aggrappata ad essi nel timore di venire sopraffatta. La saggezza e le scoperte scientifiche sono state rigettate a favore di un sistema più diffuso, conveniente, o politicamente desiderabile. Proprio come Socrate è stato avvelenato per le sue idee, e Galileo è stato forzato da un clero fanatico a ritrattare le sue dichiarazioni sull’astronomia, ignoranza e potere possono essere una combinazione pericolosa.
il terreno è tutto, il microbo niente
Noi non prendiamo malattie : le fabbrichiamo. Lavoriamo duramente per sviluppare le nostre malattie. Dobbiamo lavorare più duramente di quanto dobbiamo per ripristinare la salute. La presenza di germi non costituisce la presenza di una malattia. I batteri sono gli spazzini della Natura, riducono i tessuti morti agli elementi di base. I germi o i batteri non hanno alcuna influenza di alcun genere sulle cellule vive. I germi o i microbi prosperano facendo gli spazzini nelle aree malate. Vivono solo con i rifiuti metabolici non elaborati e con i tessuti malati, denutriti e deboli.

I Microbi non sono la causa della malattia, allo stesso modo che le mosche e i vermi non sono la causa della spazzatura. Le mosche, i vermi e topi non causano la spazzatura ma piuttosto si nutrono della spazzatura. Le zanzare non sono la causa dell’acqua stagnante. Vediamo sempre i pompieri vicino al fuoco, ma non significa che abbiano causato il fuoco. Le iene e gli avvoltoi ripuliscono la prateria e la savana dai cadaveri, non sono la causa della morte. La medicina occidentale tradizionale insegna e pratica le dottrine del chimico francese Louis Pasteur (1822-1895.) La teoria principale di Pasteur è nota come la Teoria dei Germi della Malattia . Tale teoria afferma che specie fisse di microbi da una sorgente esterna invadono il corpo e sono la prima causa di malattia infettiva. Il concetto che tipi di batteri immutabili causano malattie specifiche è stato ufficialmente accettato come il fondamento della medicina allopatica e della microbiologia verso la fine del 19º secolo in Europa. Chiamato anche monomorfismo , (condizione di avere una singola forma,) venne adottato dal complesso medico industriale, che iniziava ad affermarsi verso la svolta del secolo. Questo cartello si organizzò intorno all’Associazione Medica Americana (AMA), costituito da interessi legati al commercio di farmaci, con lo scopo di manipolare il sistema giuridico per costituire una nuova figura di medico. Controllato dalle società farmaceutiche, il complesso è diventato un colossale affare di interessi e mercimonio, includendo anche molte compagnie di assicurazioni, l’Amministrazione per gli Alimenti e i Farmaci (FDA), gli Istituti Nazionali della Salute (NIH), i Centri per il Controllo delle Malattie (CDC), gli Ospedali e le strutture di ricerca delle università, le varie associazioni sulla ricerca su qualsivoglia malattia, il Ministero della Sanità, quando il ministro è un medico che è stato messo lì dalla lobby delle case farmaceutiche: dal virus alla vaccinazione  i giochi sono presto fatti, la dottrina dei microbi ha dato origine alla tecnica della vaccinazione che è stata iniziata ciecamente nel 1796 da Edward Jenner. Jenner ha preso del pus dalla ferita purulenta di una mucca malata e l’ha iniettato nel sangue dei suoi “pazienti”. Così si diede inizio a una spregevole pratica (immunizzazione o vaccinazione) la cui forma è cambiata di poco ai giorni nostri, e la cui comprensione è ancora oscurata dalla teoria di Pasteur. Tale dottrina ha dato origine anche allo sviluppo degli antibiotici, di cui il primo è stata la penicillina nel 1940. Un antibiotico è materiale di rifiuto velenoso di germi, utilizzato nel tentativo di ucciderne altri. La penicillina è il veleno di un fungo. Questo ha causato la proliferazione delle forme aggressive e resistenti di microorganismi che ci perseguitano oggi.
Per avere un quadro generale della situazione presente è necessario conoscere il passato e precisamente quello che è accaduto nel XIX secolo.
Nel 1847 nasce infatti a Philadelphia presso l’Accademia di Scienze Naturali l’AMA, l’Associazione dei medici americani. Nel 1848 l’associazione inizia subito a criticare e attaccare tutto quello che non riconosce come «scientifico», stabilendo criteri per analizzare i ciarlatani e i rimedi miracolosi. Dopo pochi anni, nel 1906 l’AMA pubblica il «Medical Education Directory» di tutte le scuole mediche degli USA stabilendo i requisiti di ammissione. Passaggio questo epocale visto che da sempre tutti potevano professare e praticare l’arte terapeutica.Il periodo storico è molto interessante perché l’industria chimico-farmaceutica, chiamata oggi Big Pharma, è nata come conseguenza della  citata teoria dei germi di Pasteur e della cosiddetta «vaccinologia».Secondo la teoria dei germi, tutte le malattie sono causate da agenti (microbi) esterni che entrano nel corpo e lo avvelenano. La vaccinologia parte dalla stessa concezione: le epidemie e le malattie infettive sono causate da batteri e/o virus e si possono prevenire e sconfiggere immunizzando le persone con farmaci chiamati vaccini che stimolano la risposta immunitaria. Tutto il costrutto teorico e concettuale della teoria dei germi e quello dei vaccini sono imperniati sull’antagonismo dell’organismo nei confronti dei microbi patogeni e/o infettivi.Non è mai colpa dell’organismo, dell’ospite, ma solo dei microbi che devono essere cancellati dalla faccia della terra. Quindi da Pasteur in poi tutta l’intellighenzia accademica mondiale ha iniziato a vedere i microbi come una minaccia serissima.Tutto il mondo ricorda e celebra la teoria di Pasteur, ma nessuno conosce le scoperte straordinarie di Antoine Bechamp, un medico batteriologo suo contemporaneo. Bechamp si era reso conto fondamentalmente di due cose rivoluzionarie: quello che permette ai germi di proliferare non sono i germi stessi ma l’ambiente in cui essi vivono, e inoltre i batteri non compaiono spontaneamente come credeva erroneamente Pasteur. I germi per Bechamp sono pleomorfi, cioè in grado di cambiare forma e dimensione a seconda delle condizioni ambientali del terreno (pH, umidità, temperatura, ecc.), mentre secondo Pasteur esisteva solo il monomorfismo: i batteri rimangono sempre uguali a se stessi, e un germe causa una malattia.Due visioni contrastanti, come diverse erano le due personalità in gioco.Pasteur grande affabulatore, ammaliatore e trascinatore con il dono della dialettica, mentre Bechamp il classico ricercatore che pensava solo alla ricerca e alle scoperte.Un altro personaggio che entrò in gioco fu Claude Bernard. Mentre Bechamp aveva scoperto molte più cose sulla vera natura dei batteri più di quanto non fosse stato capito fino ad allora, Bernard colmò le lacune relative al perché i germi agiscono e funzionano in quel modo in diversi ambienti.Bernard si rese conto che i germi sono nocivi solo quando si trovano in un ambiente che permette loro di arrecare danno, per cui se l’ambiente viene mantenuto in una condizione ottimale le persone non dovrebbero preoccuparsi di entrare in contatto con i microbi. Oggi, e tanto più all’epoca, questa concezione della vita è eresia da bruciare al rogo.Il motivo è facilmente intuibile: all’industria chimico-farmaceutica che stava sorgendo in quel periodo andava bene solo la teoria di Pasteur, dato che il loro scopo era vendere farmaci.Se infatti la causa della malattia è un patogeno esterno, la medicina può intervenire con la chimica; se invece la causa della malattia non è il microbo ma il terreno allora i farmaci non servono a nulla. La situazione della medicina nel XXI secolo fa comprendere che la strada intrapresa all’epoca dalla medicina si basò sul vangelo canonico secondo Pasteur. Le scoperte di Bechamp divennero apocrife, come lo stesso medico, cancellato completamente dalla storia della medicina moderna.
Altri furono i passaggi importanti che modificarono la scena. 
Nel 1910 venne pubblicato il Rapporto Flexner, un lavoro che avrebbe cambiato in modo radicale il corso della medicina americana e mondiale. Tale Rapporto venne finanziato da alcune tra le più potenti organizzazioni industriali e bancarie: Fondazione Rockefeller, Fondazione Carnegie, JP Morgan, assieme alla stessa AMA. 
Abraham Flexner valutò i vari metodi di insegnamento utilizzati in ciascuna delle 155 scuole da lui studiate, allo scopo di impostare e preordinare il sistema standardizzato della medicina che i suoi committenti (paganti) intendevano realizzare. Prima del Rapporto Flexner, quella che oggi viene chiamata «medicina alternativa» era semplicemente la medicina antica, quella della tradizione. All’epoca vi erano tantissime scuole di pensiero e ogni sorta di approccio alla medicina, ognuna con i suoi risultati e benefici.
Le varie scuole di medicina (omeopatia, chiropratica, osteopatia, fitoterapia, ecc.) erano oltre 650 nei soli Stati Uniti. Il piano diabolico dei gruppi che finanziarono il Rapporto era di unificare la medicina in un unico sistema: il loro sistema, sottoposto ovviamente al loro controllo! Prima del lavoro fatto da Flexner l’industria farmaceutica era agli albori e si stava radicando, ma le cose per loro cambiarono molto rapidamente quando l’industria petrolifera (impero Rockefeller) si rese conto che grazie alla chimica organica si potevano alterare le molecole, trasformandole in ogni sorta di sostanze, anche farmaci. Un business fantasmagorico. Nacquero così i primi brevetti, i primi farmaci chimici.  Flexner e la sua squadra d’élite denominata Hopkins Circle crearono il terreno e in questo modo l’AMA assunse il controllo totale del sistema didattico, creando un monopolio ed eliminando tutta la concorrenza alla formazione medica basata sul modello petrolchimico. Il passaggio geniale è stato nell’utilizzo dei soldi e della soglia minima di finanziamento, garantendo così che le donazioni in milioni di dollari delle lobbies andassero solo alla formazione degli istituti di medicina «certificate» da loro. Questo provocò la scomparsa di moltissime scuole esistenti, perché gli studi universitari trovandosi nell’impossibilità di mandare avanti una facoltà, sospesero le loro attività. Dagli enormi forzieri di Carnegie, Rockefeller, JP Morgan uscirono centinaia di milioni di dollari per le scuole in cui si insegnava una medicina basata sull’uso di farmaci. In cambio dei finanziamenti – cioè in cambio della tangente – però alle scuole veniva richiesto di continuare ad insegnare materie esclusivamente orientate all’impiego di farmaci senza attribuire alcuna importanza alla medicina naturale.Le scuole (Yale, Princeton, Stanford, ecc.) che appoggiarono il nuovo insegnamento ricevettero milioni di dollari, mentre quelle che insegnarono qualcosa di diverso dal loro programma finirono per chiudere a causa delle pochissime iscrizioni e della mancanza di soldi. il numero delle facoltà di medicina passò da 650 a 50 e in qualche decennio la salute mondiale cadde nelle mani dell’élite! In pochissimi anni l’industria privò la medicina di tutta la sua linfa vitale, trasformandola in un vuoto meccanismo per la generazione di profitto. Oggi la medicina è stata fagocitata da un oligopolio chimico-industriale. Infine grazie alle consulenze di Edward Bernays padre della propaganda, venne realizzato un lento ma deleterio lavaggio del cervello delle masse, che in pochissimo tempo creò una società fatta di persone imbottite di farmaci. Il tutto avvallato dal nuovo esercito di medici indottrinati a spacciare solo medicinali. Esattamente quello che sta avvenendo oggi.I medici che si rifiutavano di accettare tali direttive venivano definiti ciarlatani. La pietra tombale alla libertà venne deposta dal presidente Roosevelt nel 1938 con la firma del Food and Drug and Cosmetic Act, la legge che diede origine alla FDA, l’ente sovranazionale che controlla farmaci e alimenti. La FDA ha l’aureola di ente governativo ma in realtà si tratta di una creatura propagandistica del meccanismo industriale. La cosa scandalosa è che ciascuna delle due entità, Big Pharma da una parte e FDA dall’altra, avrebbe fornito il proprio aiuto al mantenimento dell’altra. Le industrie farmaceutiche vendevano medicinali con il benestare delle scuole di medicina, dei mass media che pubblicizzavano i loro prodotti, e della FDA che ne garantiva l’autorizzazione, contribuendo a creare credibilità scientifica.Oggi è risaputo che la credibilità scientifica della FDA è stata creata ad arte per dare l’illusione ai sudditi di un ente che controlla e supervisiona la salute pubblica.La realtà è che tale ente controllore, che riceve finanziamenti miliardari dai controllati, serve solo ad autorizzare i veleni dell’industria…Questo è il brodo culturale e il terreno su cui è nata e cresciuta la struttura base della medicina moderna.Nonostante siano passati oltre cento anni da quando il Rapporto Flexner fece piazza pulita della medicina tradizionale, della concorrenza, instaurando un vero e proprio cartello o monopolio della salute, l’attuale situazione è drammaticamente più inquietante di allora. Se prima i tentacoli sempre più lunghi delle lobbies della farmaceutica avvolgevano le scuole, le università, oggi si sono insinuati perfino all’interno delle istituzioni e dei governi. Gli esempi sono nel cuore di ognuno, basta osservare per esempio il decreto Lorenzin convertito nella legge nr. 119/2017.Se in passato i medici che usavano i prodotti naturali al posto della chimica imposta dalle lobbies venivano tacciati di «ciarlataneria», oggi se solo mettono in discussione la pratica vaccinale vengono radiati. Ecco la differenza. Mai come oggi la medicina ufficiale è schiava e serva di quelle forze che l’hanno creata. 

mercoledì 23 giugno 2021

BIOGRAFIA SIMMETRICA DI STRINGA

 Gli orecchioni sono stati una malattia che mi ha reso evidente il sotteso simbolismo , che sarà oggetto della sconvolgente scoperta di Ryke Geerd Hamer  (le famose 5 Leggi Biologiche ) e che  si spera tra poco, quando si sarà esaurita questa buffonata del virus contagiosissimo,   qualifica nella più infima delle maniera l’attuale situazione della medicina (peggio del cerusico di secoli fa, dei cataplasmi e dei salassi)  

Gli orecchioni ovvero le orecchie più grandi per disporsi all’ascolto di storie e racconti per disporsi all’ascolto di storie, racconti, incentrate, nel mio personale caso  su di una persona identificabile con l’inconscio pochissimo abreagibile dei miei primi 31 mesi di vita, quelli appunto in cui fui in fortissima vicinanza e appunto familiarità con il mio omonimo e nonno paterno Mario Nardulli. La matrice dell’interesse, anzi per molti versi di una vera e propria identificazione proiettiva,  va analizzata nella fortissima affettività nonché assoluto riconoscimento da parte di tale persona verso me’ stesso come altro e come soggetto di desiderio . Non a caso la mia prima parola non è m-a-mmm-a, ma m-o-mm-o con la “o” al posto della “a” ed è appunto alla parola “mommo” che vengono associati i desideri appena le parole riescono a scandire un significato (juà mommo, mai mommo =  gelato nonno, andiamo al mare col trenino nonno)  e tante altre cose, praticamente tutto, dalle passeggiate appunto fino ad Ostia mare col trenino, a casa di zia Olga (la sorella del nonno) alle prese con la cioccolata calda, lungo via delle Fornaci alta sulla spalle della servetta per andare a cuocere le statuine che quegli faceva . Proiettiamoci dunque in quel novembre 1888 e andiamo  oltre al 1889, all’inizio degli anni novanta, sempre Cafè Chantant, la Belle Epoque, Paris e Wien, la Napoli del Salone Margherita e la Palermo di Donna Franca Florio, i quadri di Boldini a specchio italiano di Tulouse Lutrec e gli impressionisti , la guerra d’Africa il pieno dello scandalo della Banca Romana, la battaglia di Adua, il Negus Menelik e sua moglie Taitù, l’uccisione di Sissi a Ginevra ed il nostro compie 10 anni sempre in via Aureliana per affacciarsi al nuovo secolo e l’impressione dell’uccisione di Re Umberto a Monza, riportata a me in diretta col ricordo da ragazzina di 8 anni che giocava in piazza Vittorio che allora non era né il mercato, né la accozzaglia di cinesi e di arabi di oggi. Andavano anche a prendere il gelato da via Aureliana all’Acqua Acetosa attraversando tutte le colline dei Parioli (che ancora non c’erano) d’estate a prendere il gelato, o meglio “a vedere i figli dei ricchi che prendono il gelato!” diceva mio bisnonno Nicola che sebbene altissimo funzionario del Ministero del Lavoro era di una austerità e severità spaventosa (anche se in linea coi tempi) …la moglie Marianna raccontava che quando tornava dal lavoro, lei si nascondeva per prendere fiato e presentarglisi davanti : era un bel signore alto e imponente con baffi all’insù e barbetta, laureato il giurisprudenza all’Università di Napoli con Luigi Settembrini (avevo il certificato di laurea del 1872, fichissimo, ma in uno dei miei tanti traslochi l’ho perduto) commendatore dell’Ordine dei SS.Maurizio e Lazzaro, che fino alla morte di zia Olga  la croce con il nastro a collare era nella vetrinetta del salotto di casa di zia Olga a Via Novara, assieme ad altre medaglie, dei fratelli:  quella di bronzo fusa dai cannoni austriaci catturati nella Grande Guerra, quelle d’argento tutta annerite e il nastro azzurro sfilacciato, la medaglia della campagna d’Etiopia  con il gladietto sul nastrino, un pezzo della bomba che aveva affondato la nave di zio Nino nel 1916, lo spadino di questi dell’Accademia di Livorno,  il libro della tesi di laurea della sorella maggiore Caterina,  lo stemma del gladio fra fronde dei reparti d’assalto alpini (fiamme verdi) . Nino nel 1894 a 17 anni era andato all’Accademia di Livorno come cadetto, Mario era stato qualche tempo al collegio di Alatri e frequentava il Ginnasio era già molto alto, specie pei tempi,  e campioncino  di nuoto e di canottaggio, aveva vinto una gara di nuoto sul Tevere di 16 chilometri ( e zia Olga mi aveva regalato alcune medagliette che si erano in una scatoletta sempre in quella vetrina) ,  però quando li ebbe lui 17 anni ci fu un incidente sotto natale del 1905 , ovvero lui aveva risposto bruscamente al padre. Nottetempo il severissimo Nicola con l’aiuto dei due fratelli Nino che era in licenza dall’Accademia, lo legò nottetempo al letto e lo riempi’ di cinghiate. L’indomani mattina Mario prese il primo treno alla Stazione Termini (quella bellissima di allora) e scese in un paesetto dell’Alta Italia molto pittoresco dopo ore e ore di viaggio : Salò sul Garda. Trovò un lavoretto  in una pasticceria e caffè, ma siccome era un gran bel pezzo di ragazzo nel giro di poco trovò una piacente signora che lo prese sotto la sua protezione e lo fece impiegare da una ferrovia privata dell’epoca che faceva servizio da Peschiera a Riva del Garda . Quando il padre riuscì a ritrovarlo erano passati sei mesi e lui non ne volle saperne di fare ritorno a Roma , anche perché nella ferrovia guadagnava molto bene (mai saputo precisamente quale fosse il suo lavoro, comunque qualcosa che aveva a che fare con la presenza e la rappresentanza) Finì anche per fidanzarsi con una ragazza delle migliori famiglie del paesetto dopo un annetto e forse qualcosa in più dalla sua fuga, e il padre probabilmente per farsi perdonare del famoso gesto, si recò a Salò con un anello di fidanzamento - segno inequivocabile che la situazione richiedeva un nuovo cambiamento, anzi una seconda fuga ,andar via da Salò, trasferirsi a Como alla Direzione di quella ferrovia dove aveva conseguito anche una promozione e lasciar lì come un allocco il severo padre e quell’anello. Dopo minacce e  insistenze soprattutto della madre si decideva finalmente di fare ritorno a Roma nel 1908, dove era stato assunto con un contratto a temine dalle Ferrovie dello Stato, anche perché bisognava prendere in seria considerazione il fatto di riprendere gli studi : il fratello Nino era stato nominato Guardiamarina, la sorella Caterina era laureanda in  Lettere e filosofia all’Università di Roma, il fratello più piccolo Ugo si stava diplomando come ragioniere contabile  e la più giovane Olga era maestra giardiniera, ma contava di conseguire il diploma magistrale  solo lui era bloccato alla licenza ginnasiale che risaliva al 1904 e aveva abbandonato gli studi al 2° liceo classico, aggiungici poi che nell’ottobre  del 1908 era stato richiamato alle ami col terzo contingente dell’anno 1888, dove però era stato inquadrato nella 2^ categoria che contemplava solo un primo addestramento di tre mesi per poi venir dispensato dal servizio attivo fino ad un mese dal congedo che sarebbe stato nell’ottobre del 1911, il tutto nel reggimento di stanza a Roma, in Via Giulio Cesare:  l’81° fanteria della Brigata Torino.Quindi solo tre mesi di naja , ripresa della vita borghese con il 1909 e ripresa anche del lavoro sicchè impossibile far ritorno al liceo;  per l’anno scolastico 1909-1910 aveva quindi deciso di frequentare una scuola serale per il conseguimento del diploma di perito edile, dato che con il lavoro delle Ferrovie si era andato molto occupando di cose tecniche tipo costruzioni di casematte e sistemazioni di strada ferrata. Siamo quindi nel 1909 : a Roma il cosidetto Blocco Nathan e il Piano regolatore (eccezionale) dell’ing. Edmond De Saint Just che immetteva il principio della differenzazione edilizia per arginare e bloccare la cosidetta espansione a macchia d’olio della città che i due piani precedenti dell’Ing. Viviani (1873 e 1883) non erano riusciti ad impedire .Nel 1910 conseguiva a pieni voti il diploma e però lasciava il lavoro alle Ferrovie per impiegarsi in varie società di costruzioni private  che dopo la Grande Crisi edilizia, stavano ricominciando ad operare nella capitale. Rischiava  di partire per la Libia nel settembre del 1911 perché la Brigata Torino era stata destinata alla guerra e lui a rigore era ancora sotto le armi, ma a quel punto richiedeva che in caso di prolungamento della ferma allora avrebbe dovuto essere assegnato ad un corso allievi ufficiali, cosa un po’ complessa, che anche con un certo interessamento del padre che oramai era al massimo della carriera Ministeriale ed occupava uno dei posti di vertice, si riusciva ad annullare la mobilitazione per l’Africa  rimandando il congedo di una quindicina di mesi : l’ultimo mese di soldato di leva sarebbe stato espletato difatti nel maggio 1913 . Nel 1911 lavorava soprattutto nella zona di Piazza d’Armi dove si erano allocati i padiglioni dell’Esposizione per il cinquantenario dell’Unità;  viaggiava anche per qualche altra città Italiana, soprattutto  Napoli che gli entrava profondamente nel cuore, preferendola di gran lunga a Roma . La guerra di Libia la seguiva dai giornali e dalle copertine della Domenica del Corriere nelle tavole di Achille Beltrame, così come altri fatti di cronaca: il naufragio del Titanic, le corse automobilistiche, i voli sempre più arditi degli aeroplani, ma tutto sommato sempre nell’atmosfera del vecchio mondo della Belle Epoque dominato dalla rapprentazione Liberty, assurta oramai a vero e proprio codice non solo artistico del mondo contemporaneo; era anche il mondo del futurismo e delle altre avanguardie, mentre si diffondevano nuove idee davvero rivoluzionarie tipo la teoria della relatività di Einstein, la psicoanalisi di Freud e anche di altri suoi seguaci tipo Jung che divenivano rivali . Nel maggio 1913 c’era da espletare quell’ultimo mese di naja per ottenere il congedo con il richiamo presso l’81° fanteria non proprio  a Roma, ma nella vicina Manziana, quindi compiuti i 25 anni c’era da trovare un qualche lavoro meno aleatorio e provvisorio di quelli che finora aveva fatto. Avrebbe voluto iscriversi all’Università come la sorella Caterina laureata in Lettere e il fratello minore Ugo che con il diploma di ragioniere si era potuto iscrivere ad Economia e commercio, mentre il fratello Nino che aveva partecipato alla guerra di Libia con l’ammiraglio Millo, a 27 anni nel 1914 veniva promosso  al grado di Tenente di Vascello e insignito della croce di Cavaliere della Corona d’italia,ma niente, si impiegava con buone prospettive in una Società di costruzioni con sede nel nuovo quartiere di piazza Mazzini ex Piazza d’armi.1914 ultimo anno dell Belle Epoque la pistolettate di Gavrilo Princip a Serajewo, con la morte dell’Arciduca Francesco Ferdinando e sua moglie,  avrebbero frantumato il mondo più bello che l’umanità sia mai riuscita ad esprimere. Lui Mario la pensava in tutto e per tutto come Giolitti di cui era un grosso estimatore e non era per nulla tentato dalle smargiassate dei pochi interventisti, non parliamo poi dei voltagabbana di quel socialista Direttore dell’Avanti, che si capiva fin troppo bene che era stato comperato dai soldi dei Francesi che avevano cominciato ad intravedere che avrebbero potuto portare la indecisa e tutto sommato, fredigrafa  Italietta, dalla parte dell’Intesa e tradire senza troppa vergogna la Triplice alleanza con cui all’Austria e alla Germania eravamo alleati da  trentatré anni e l’ultimo rinnovo dell’Alleanza per ulteriori 10 anni, era stato firmato nel 1912;  se comunque guerra doveva essere – lui la pensava  così -  meglio con i vecchi alleati, senza bisogno di andare a macchiarci di una nuova figuraccia, tanto più che dai resoconti dei giornali, probabilmente se nella fase clou della battaglia della Marna nel settembre,  ci fosse stata,  come prescritto dall’alleanza l’invio di una Armata su tre corpi d’Armata  a rintuzzare l’intervento dell’Armata di Parigi di Gallieni, forse il capitolo guerra sarebbe potuto essere  messo nel dimenticatoio . Stante quella convinzione, oramai superata, rimaneva dell’idea che quel “parecchio” che era stato motivo di grosse critiche allo Statista di Dronero,  era probabilmente la cosa più saggia da farsi. Per natale la sorella Caterina che il padre aveva obbligato ad assumere una cattedra di insegnamento al liceo di Avezzano  dato che l’altra  destinazione Novara era troppo distante era tornata in famiglia, ma ai primi del nuovo anno era ripartita con la zia Carlotta sorella della madre, raggiunta qualche giorno dopo dal fidanzato…eh già, ma quel qualche giorno dopo significava 15 gennaio : il terrificante terremoto della Marsica con 45.000 morti che aveva letteralmente distrutto anche la città di Avezzano, dove  lei Caterina, la zia e il fidanzato si trovavano e che non furono mai più ritrovati, dispersi tra le macerie . Il fratello Nino fu dirottato al comando di una squadra della marina nei soccorsi, ed anche lui si presentò nelle squadre piuttosto improvvisate di volontari, che furono poi poste agli ordini di un Colonnello dell’Esercito di grande severità, un colonnello dalla fluente  barba bianca che incuteva un terrore reverenziale nei soldati, ma  soprattutto nelle bande di sciacalli che rovistavano nelle case distrutte e che lui, quando li coglieva sul fatto,  faceva passare per le armi seduta stante: ”meno male non essere sotto di lui “pensava rimarcando quella estrema severità non sospettando che se lo sarebbe ritrovato appena un anno dopo, oramai con la greca di Generale comandante della Divisione che difendeva il Pasubio, dove anche lui che con la guerra era stato assegnato negli alpini, data quella sua iscrizione nelle liste di leva del Comune di Como di 10 anni prima. “Certamente” osservo’ al ritorno dei due figli   la madre Marianna Fanizza che aveva perso una figlia e una sorella, ed anche un futuro genero  “è una tragedia, ma perlomeno sarà valsa ad evitarci la guerra “ Pia illusione, difatti nei mesi successivi  la situazione precipitava inesorabilmente: l’Italia firmava il Patto di Londra, nel marzo 1915 con l’impegno di entrare in guerra contro l’Austria, ma non contro la Germania, entro due mesi,   denunciava la Triplice e il 23 maggio tramite il presidente del Consiglio Salandra che operava  quasi un colpo di stato parlamentare essendo la maggioranza contraria all’intervento inviava la dichiarazione di guerra all’Imperatore Francesco Giuseppe  con inizio delle operazioni il giorno seguente, il famosissimo 24 maggio 1915.  Un mese prima Mario era stato richiamato alle armi, con gli incartamenti però della sua originaria iscrizione alle liste di leva nel 1905/06, e siccome servivano spasmodicamente ufficiali e avendo lui un titolo di studio, veniva il 27 aprile avviato al corso ufficiale reggimentale del 3° Alpini . Gli alpini? Ma che c’entro io negli alpini?” aveva protestato “io sono un marinaro, nuotatore, canottiere, e sono perfino astemio!” “stai pur certo “ gli fece il Capitano con forte dialetto lombardo “che astemio non lo resterai a lungo” ed eccolo raggiungere un paesetto vicino Varese dove iniziava questo nuovo periodo della vita, mentre la guerra dal 24 maggio, come abbiamo visto arrivava anche in Italia . Nominato Caporale dopo un mese e Sergente AUC il 18 giugno viene assegnato ad un battaglione operativo il Fenestrelle sempre del 3° reggimento alpini, di stanza su retrovie e sempre in istruzione  e fa parte della Divisione di cui ha assunto il comando un Generale che diverrà famosissimo: Antonio Cantore detto il papà delle penne mozze , ovvero degli alpini caduti. Si arriva al 23 settembre in cui va in licenza di attesa nomina e l’8 ottobre 1915 è nominato Sottotenente assegnato al btg.Vestone del 5° rgt° alpini. Si diparte quindi il mitologema più permeante della mia vita, quello dell’atmosfera della Grande guerra e con referenziazione degli alpini, proprio in virtù del fatto che di tale Corpo faceva parte nonno Mario, come tutto ricordava nella casa di via Nicolò V : la foto del 1915 su in montagna in posa scultorea  incorniciata tra due vetri verdini (le onde d vetro)  il cappello colla penna bianca, le medaglie d’ argento annerito e cogli stinti nastrini. Per la verità c’era anche lo scudo del guerriero Galla, la pistola spagnola Astra usata proprio nella campagna d’Etiopia nella Divisione Pusteria, il martelletto istoriato per spezzare lo zucchero del tè, un Naghilè, ma la Grande Guerra era senza dubbio il referente più rappresentativo “affido all’onore dei battaglioni…” “lei può contare su una medaglia d’argento al valore” parole seguite all’abbraccio del Gen. Andrea Graziani lì discendendo dal Col della Borcola, che poi era proprio quel Colonnello di Avezzano e che ora comandava la elefantiaca 44^ Divisione che aveva l’entità di un Corpo d’Armata a difesa e contrattacco della famosa Straf-Expedition della primavera estate 1916. Era passato proprio nel giorno del suo 27°  compleanno, il 25 novembre 1915, ad un battaglione costola del Vestone: il Monte Suello la cui  denominazione Monte   indicava la operatività di primissima linea e costituito da reparti di leva e comunque di età non superiore ai 30 anni , anche detti battaglioni “bocia” per  distinguerli da quelli con denominazione “valli” costituiti da classe più anziane richiamati e comunque oltre i 35 anni. Proprio agli inizi della Offensiva austriaca il 15 maggio 1916, il comandante interinale del Monte Suello Capitano Corrado Venini era morto in combattimento in una maniera che ricordava le note della celeberrima canzone Il testamento del capitano (a me lo racconto’ un commilitone di mio nonno che viveva a Napoli dove aveva fatto l’avvocato, ma che era piemontese di origine e appunto commilitone di Mario Nardulli al Monte Suello, una sera di dicembre del ’64 (per l’esattezza la sera in cui venne eletto Saragat a Presidente della Repubblica, che ricordo che mio padre aveva chiesto alla moglie di Bertoldi se poteva tenere  accesa la radio proprio per seguire lo spoglio delle votazioni,)  a casa sua in cui lo eravamo andati a trovare su mia pressante insistenza, io con mia nonna Lucia, mia zia Rita e mio padre e i nomi dei politici scanditi dallo speaker della televisione, mi rimbombavano  attraverso le enormi falde del vecchio cappellaccio di alpino, con la penna bianca tutta piena di segni di rossetto dei baci delle ragazze di cui quella di un vecio doveva essere piena “Fanfani, Merzagora, Saragat, Fanfani, Fanfani, Leone, Moro, Saragat, Fanfani, Saragat, Saragat, Saragat…..” mentre il vecio Bertoldi continuava a riempire i bicchieri di vino “bevi bocia, bevi…” Ecco tutta questa summa di ricordi, molto sul soggettivo, mitizzati sul personale, calcolati con infinitesimale sequenza sul flusso della memoria come quella famosa onda che dal vetro si sottrae e va verso il suo collasso, e’ struggente, esaltante ed anche nel suo prestare il fianco al paradossale, profondamente sfalsata: difatti a tutta quell’epopea non corrisponde un reale che lo alimenti al di là della forzatura ed anche sequel di inesattezze e bugie storiche, Nel calcolo  di narcisismo infinitesimale prende il sopravvento l’immaginario, laddove però non riesce a costituirsi come fatto artistico di un minimo di oggettività. Quella guerra che seppellirà per sempre il mondo incantato della Belle Epoque, come ho detto, con tutta probabilità l’epoca più meravigliosa che l’umanità sia riuscita a costruire in tutta la sua storia, e’ in verità il male assoluto, la pura negatività e non ha proprio nulla di bello né come reale, né come immaginario, né tanto meno come simbolico. Lasciamo quindi il nostro mentore lì all’Ospedale da campo sul Pasubio,
ferito piuttosto gravemente da schegge di Shranplels per ritrovarlo così fugacemente sul Piave e Montello  nei reparti d’assalto della Divisione Speciale “A”  per fare ritorno tra gli alpini del Monte Suello a comandare la compagnia mitraglieri d’assalto tra lo Spinoncia, il Monfenera, il Col dell’Orso durante la battaglia finale nell’ottobre/novembre 1918,  e non andiamo oltre, non passiamo a verifica tutto il riferimento, a cominciare da quella plateale maramaldica inversione di campo della primavera del 1915, e a continuare con le infinite cialtronerie di conduzione di una guerra sbagliata, razzaffonata con l’emergere dei personaggi più mediocri e incapaci che abbiano mai popolato la storia della nostra Nazione(CORREZIONE DEL GIUGNO2021: No! Oggi e’ ancor peggio! la farsa della pandemia col suo stratosferico tasso di falsi, manipolazioni e mercimonio con collusione quasi totale della classe politica, e soprattutto di media e spettacolo non ha eguali !!)sia politici che militari a cominciare dallo stesso Re Vittorio Emanuele III e a seguire nominandone solo alcuni : Salandra, Boselli, Orlando, Cadorna, Badoglio e si, anche Diaz . Non a caso la 1^ guerra mondiale è stata vista come prodromo di qualcosa di ancora peggio : il fascismo di Mussolini  che poi si unì al nazismo di Hitler per confluire quindi in quell’abominio di storia rappresentato da tutto quello che accadde nel periodo di una seconda guerra mondiale, che della prima ne rappresentò solo una logica conseguenza.
Niente Mitologema quindi per quella guerra, solo un tantino di affezione per una persona, di cui ho spiegato le composite valenze simboliche per il mio narcisismo infinitesimale, che la attraversò, anzi attraversò, pagandone però il fio, anche l’esiziale continuum, riportando le gravissime ferite che dovevano ucciderlo nel gennaio 1951, quando io avevo 31 mesi, quasi pronto a raccogliere questa particolarissima eredità emozionale, fatta di paradossi e contro paradossi. So poco, pochissimo, dell’incontro e matrimonio di Mario Nardulli che dopo la guerra nel 1921 era entrato a lavorare nell’Opera Nazionale Combattenti,(O.N.C)  un Ente parastatale fondato da Alberto Beneduce nel 1917,  che sarebbe stato in primissimo piano nella celeberrima bonifica dell’Agro Romano e Pontino negli anni venti e trenta,  con Lucia Siena mia nonna nata nel gennaio 1913 e quindi con quasi 25 anni in meno. Lui dopo aver lavorato per qualche tempo a Firenze e a Udine era stato trasferito a Napoli ed  era operativo nella zona di Licola,
Lago Patria con sede della Società appunto a  Napoli dove conobbe la ragazzina quindicenne che l’intrigo’ e che dopo la nascita di mio padre nel giugno 1929, sposò, e vissero tutti, anzi con spesso la presa in casa della  sorella di lei Rita che aveva 10 anni meno di Lucia (1933) : Nel 1929 lui era stato promosso 1° capitano e quindi nel 1934 era stato richiamato per un periodo di istruzione su nuove armi  presso il 40° rgt° ftr.  A  Cortona .” Io sono un alpino, non uno della buffa”  aveva protestato e così invece di essere congedato veniva trasferito al btg.Valvaraita e poi vice comandante dl Btg.Saluzzo nel 1935 . Gli è che quando era richiamato percepiva i due stipendi sia quello di impiegato, anzi funzionario della O.N.C. sia quello di Ufficiale, per cui la cosa era oltremodo conveniente, aggiungici poi che nell’ottobre 1935 era iniziata la Campagna d’Etiopia, ecco che nel febbraio 1936 veniva trasferito alla nuova 5^ Divisione alpini Valpusteria destinata appunto in Abissinia con l’incarico di Cte della X Colonna Salmerie. Riportava  moglie bambino e sorella della moglie a Roma, sistemandoli tutti da delle suore a Piazza Mazzini (riportato da Lucia che mi raccontava tutto di queste cose, si da addurmi nel marzo 1963 quella famosa malattia degli orecchioni a valenza fortemente simbolica e oltremodo sensata = orecchie grandi per sentire meglio tutto questo raccontare) . Tornato dalla guerra d’Etiopia nell’ottobre e congedato nel gennaio 1937 veniva promosso Maggiore e esplicitamente richiesto da S.E. il Governatore della Tripolitania Italo Balbo, che era stato suo commilitone di guerra nei reparti d’assalto alpini (uno del Monte Suello l’altro de Pieve di Cadore) , nonché amico e lo aveva nominato CTe dei Presidi avanzati di Giado e Gadames inquadrato nella Divisione Sabrhata, che poi era la vecchia Brigata Verona (84° e 85° ftr.) con la quale aveva combattuto di gomito nel 1916 sul Pasubio durante la difesa dalla Spedizione Punitiva austriaca. Questa volta si era portato moglie e figlio ed anche se il Cte del XXX Corpo d’armata lo aveva redarguito per quella risoluzione, di certo il fatto di essere intimo di Balbo lo aveva messo al riparo da qualsiasi provvedimento disciplinare che quel Generale aveva minacciato. Rimasero un anno netto lì in Libia per fare ritorno in Itala a Palermo  nel marzo 1938.
Quindi aveva preso la casa di Via Nicolò V (che diventò la mia casa) ed era passato a lavorare alla Direzione Generale dell’O.N.C. in via Ulpiano. Due anni di vita tranquilla, ma nell’ottobre veniva richiamato a Perugia in un Ufficio del SIM, di poi aggregato alla Divisione Cacciatori delle Alpi con la quale era previsto il suo impiego in quanto tale divisione era  passata nell’organico del CSIR. Nuova protesta che non gli aggradava per nulla lui “vecio” alpin troppo spesso rimandato nella “buffa” . Si aspettava quindi il trasferimento in una delle tre divisioni che costituivano il Corpo d’Armata alpino, ma all’ultimo momento nell’ottobre 1941 veniva invece destinato alla Divisione Pusteria (della quale aveva fatto parte nella campagna d’Etiopia) che si era dislocata in Jugoslavia dipendente dall’XI C.d’A. con sede a Lubiana  e quivi veniva promosso Tenente Colonnello. Nel  gennaio 1942 veniva nominato Responsabile dell’Ufficio Comando con sede in Lubiana, un incarico di grande responsabilità e prestigio, ma pur sempre d’ufficio. Il vecchio alpino de “affido all’onore dei battaglioni” dei tempi della Straf Expedition, della giubba aperta dei reparti d’assalto delle Fiamme Verdi, degli attacchi al Fontana Secca
e al Monfenera, mordeva il freno negli uffici e corridoi , con le finestre blindate, tipo quelle dei carceri dell’Ufficio Comando, e spesso e volentieri inforcava la sua Jeep e si spingeva nell’interno. Un giorno di fine febbraio del 1943, era arrivata la notizia che un convoglio proveniente  da Udine, si era perduto nella foresta slovena e probabilmente era attaccato dai partigiani di Tito che avrebbero potuto impadronirsi del materiale di approvvigionamento alimentare, ma anche militare  e di armamenti, sicchè senza indugio, montato sulla Jeep accompagnato dall’autista  personale ed un Tenente dell’artiglieria di montagna si era gettato nella sua ricerca tra i boschi e le asperità del terreno . L’aveva trovato in effetti accerchiato dai partigiani titini e utilizzando una mitraglia e un piccolo mortaio che il Tenente si era portato dietro si era messo a sparare all’impazzata lasciando credere coi movimenti repentini della jeep di essere dei sostanziosi rinforzi. Lui stesso che sul Montello nel giugno 1918 aveva comandato una compagnia  mitraglieri nella Divisione Speciale  d’Assalto “A” (Uno dei brevissimi periodi in cui nella Grande Guerra non aveva fatto parte degli alpini) sparava con la mitraglia puntando a fare un gran fracasso e impressionare il nemico. E ci era riuscito alla grande tant’è che lo stesso Tito che si trovava a partecipare a quell’azione  aveva mandato un emissario  per concordare una pacifica risoluzione della contesa : tutta una serie di autoblinde cariche di viveri erano rimaste imprigionate nell’assedio, ebbene i soldati fatti prigionieri sarebbero stati liberati , ma le autoblinde con vettovaglie no, se lui, il comandante intervenuto coi rinforzi (il bluff era riuscito)  che con tanta perizia stava conducendo la difesa, avesse dismesso il contrattacco sarebbe stato libero di uscire dall’assedio e raggiungere Lubiana. Detto fatto ma nel corso del rientro un gruppo di altri partigiani non dipendenti  da quelli, vedendo il lungo convoglio scivolare tra gli alberi lo aveva attaccato con veemenza sebbene le ombre della sera rendessero scarsa la visibilità. Nel corso dell’attacco la Jeep con lui sopra era stata colpita da uno Shranpel  e rivoltandosi aveva fatto  urtare violentemente la testa al nostro Colonnello oltre a produrre altre ferite. Tito in persona aveva bloccato il parapiglia mandando le sue scuse nei giorni seguenti per telegramma.
Intanto lui veniva trasportato privo di conoscenza all’Ospedale di Lubiana con un forte trauma cranico, che faceva tenere per varie complicazioni, per la sua stessa vita. Il Comandante del Corpo d’Armata Gen. Gastone Gambara che era stato tra l’altro un suo vecchio compagno d’armi proponeva la concessione della medaglia d’oro al valore militare per lui, quella d’argento per il tenente e quella di bronzo per l’autista.  Il trauma però era stato davvero forte e dopo oltre un mese di degenza a Lubiana veniva  portato prima a Udine e poi al Celio di Roma (giugno 1943) : si rimetteva in piedi solo nel luglio e veniva sottoposto a visita collegiale dove gli veniva concessa una licenza di convalescenza di 60 gg. (20/7/1943) . succedevano in quei 60 gg. Cose sconvolgenti: la caduta del fascismo il 25 luglio e anche l’8 settembre, ma il trauma cranico era ben lungi dal risolversi e le sue c ondizioni non erano affatto buone. Nel giugno del 44 ci fu l’episodio del carro armato tedesco  bloccatosi sulla via Aurelia all’incrocio con la via Nicolò V a ridosso della Villa dei Morelli, nel corso della ritirata della Wermacht da Roma e lui si rimetteva uniforme e con fiero cipiglio, assieme ai due giovani Morello Morelli sottotenente della Pai e  il figlio dell’imprenditore edile Sensi,  si recava dal capitano della Wermcht che stava già facendo brillare il carro . “si rende conto capitano che così distruggerà completamente la villa e produrrà ingenti danni anche ai palazzi circostanti?...lei non è una SS, lei è un signor capitano della Wermacht,….” Morale della favola , preso nel suo orgoglio di ufficiale, il capitano aveva fatto rotolare il carro lungo il dirupo che dava alla ferrovia, si che la ritirata delle truppe non fosse ulteriormente bloccata. Ovviamente i Morelli e un po’ tutti gli abitanti della via Nicolò V serbarono sempre una profonda e imperitura memoria di quell’episodio e della grandezza d’animo del vecchio e ferito Colonnello, anzi Tenente Colonnello, perché tale veniva richiamato presso il D.M. di roma per valutare la sua posizione nei gg. 5-8 ottobre 1944, con il giudizio di inabilità al servizio attivo, la qualifica di invalido di 1^ categoria e il collocamento in congedo presso la Riserva nel Ruolo d’Onore con il grado di Colonnello anzianità 9 ottobre 1944. Nel giugno 1945 riprendeva il servizio all’O.N.C. di via Ulpiano

martedì 15 giugno 2021

STORIA/BIOGRAFICA IMPERFETTA

 

Questo articolo è un po’ il seguito ma anche un punto di vista più personale del tipo di storia che ha portato alla crisi dei valori più che altro di razionalità prodotto dalla attuale farsa di pandemia, identificandola anche con un cedimento appunto della razionalita’ a scapito di una immotivata paura del proprio stato di salute. La famosa formula di Hegel “cio’ che è razionale è reale, ciò che è razionale è reale” che già eventi come le due Guerre mondiali , i Gulag di Stalin, ma soprattutto l’olocausto degli ebrei da parte del nazismo , avevano messo in crisi, si è definitivamente dissolta a fronte dell’impressionante aumento di farse e menzogne perpetrato da pochi magnati con la fissazione di un grande resettaggio di tutta la popolazione mondiale che si sono avvalsi dello strapotere dei cosidetti mass media per operare un convincimento appunto delle masse all’insegna di un terrorismo sanitario, avvalendosi altresi’ di una stretta cooperazione subordinata della cosidetta mentalità di sinistra erede del marxismo e anche altre istanze genericamente populiste.
Una mentalità che si è prestata ad assumere quel ruolo di volenterosa carnefice che era stato adottato per gli sgherri della piccola e media borghesia tedesca, in merito allo sterminio degli ebrei e che nel quadro più generale, addirittura mondiale dell’attuale contingenza, ha assolto con appunto tanta entusiastica partecipazione da far indurre il sospetto che non solo il marxismo, ma tutto ciò che attiene al populismo e a quei generici aneliti di giustizia sociali, nascondino, o anzi abbiano sempre nascosto in verità una profonda frustrazione di non far parte dei giochi di potere e quindi una incrollabile invidia per non essere ammessi al festino, sicchè quando per la prima volta ciò è avvenuto, sia pure in modalità di assoluta dipendenza ….ecco che…. Si è configurato lo scenario attuale del secondo decennio del terzo millennio. Come nel precedente articolo sul Blog capo testata Lenardullier.blogspot.com, qui su questo titolato “Preservativo imperfetto” la esperienza personale gioca da prim’attore e ha sempre un qualcosa che ben lungi da costituire un modello, come hanno fatto specie in questa pandemia consumismo, mass media e sinistra, ovvero coinvolgere il più possibile l’emozionalità delle masse, con foto false, filmati falsi, dati manipolati , manifestazioni truccate, censura di qualsivoglia idea o opinione contraria, si pone in termini , diciamo così divulgativi . Un mio ex antico amico, comunista viscerale che ogni giorno al suo compleanno invitando numerosi amici, prima della canonica torta metteva i dischi dell’Internazionale e dell’inno della URSS, urlando lui a squarciagola viva Lenin, andato in pensione e presa quindi una liquidazione era riuscito a comperarsi una villa a due piani con tanto di parecchi ettari di terreno, nei dintorni di Roma, ebbene la prima cosa che mi aveva detto era stato “Mario! Sono diventato padrone!” insomma il solito comunista col Rolex , politcally correct, buonismo manierato e impegno solo a paroloni sbeffeggiato in maniera esemplare dal film di Francesco Maselli del 1970 “Lettera aperta ad un giornale della sera “ Ecco proprio la persona di questo mio ex amico, da sempre un fideista dogmatico e quindi da ragazzino ex seminarista religiosissimo ed anche sui 15 anni (aveva un anno meno di me) fascista sfegatato che fu arrestato proprio in occasione di una manifestazione pro Barry Goldwater che noi di gruppi di azione del ’MSI di una associazione denominata La giovane Italia, facemmo in via Veneto davanti l’ambasciata degli USA, mi induce ad approfondire il tema di Barry Goldwater
come precedente storico ideologico e di quel fatidico novembre 1964, quando la delusione della mancata vittoria sia pure così spazialmente differita della destra che piaceva a me, mi portò come al compendio della delusione che era iniziata l’anno precedente. Gli è che gli Stati Uniti mi apparivano l’unico Paese dove potesse delinearsi lo spirito del mondo e quindi il fatto che le concezioni del mio credo nelle quali mi ero identificato con Goldwater, fossero state definitivamente bocciate, significava che dovevamo insistere su quella sorta di sordido compromesso, di vittoria della mentalità se non proprio spudoratamente di sinistra perlomeno nella sua perversa assimilazione nell’intellettualità così come ordito da Togliatti nel dopoguerra e anche prima; la mia idea che con tutta probabilità mi era stata inculcata da Evola in casa sua in corso Vittorio Emanuele, quella fatidica serata di quel fine novembre 1963 era che tra comunismo e consumismo non c’è alcuna differenza, sono solo due facce della stessa medaglia .
Va notato difatti che Goldwater arrivò alla nomination di outsider di Johnson in forza di un suo libro del 1960 “the conscience of a conservative” che rappresentava una vera e propria piattaforma programmatica di un diverso modo di intendere la realtà sociale, nel quale libro uno come me , dopo il trauma dell’uccisione di Kennedy doveva giocoforza identificarsi anche per quella convinzione che la partita di un futuro che riprendesse anche una certa tradizione , quello che uno psicoanalista come Lacan avrebbe definito “futuro anteriore”, si giocasse non più nella vecchia europa, troppo compromessa da fenomeni come il fascismo e il nazismo o nell’improponibile Russia per via del suo regime comunista, ma solo negli Stati Uniti con tutte le sue discrasie ideologiche ma anche pragmatiche che portavano ora nello scontro un personaggio estremo come Goldwater ed un personaggio fin troppo d’apparato come Johnson che lasciava sospettare financo delle collusioni nell’eliminazione di Kennedy, altro personaggio decisamente fuori da ogni schema e non riconducibile a percorsi stabiliti. Una operazione invero complessa da essere recepita da un ragazzo tra l’altro neppure americano, che doveva trovare la sua ragione e una spiegazione addirittura quasi sessanta anni dopo, un po’ come era successo per una cosa molto più in soggettiva , una malattia, vista come terrore puro con tanto di orpelli terrificanti lo sputare sangue, la consunzione, l’inibizione al respiro, la cui paura si era improvvisamente e misteriosamente innescata nell’autunno del 1959 per trovare una sua variegata motivazione solo trentacinque anni dopo, facendo un melange delle teorie di Ignacio Mattè Blanco sulle traslazioni simmetriche di un inconscio come insiemi infiniti, dei collassi di equazione d’onda di Schrodinger in fisica quantistica e delle sconvolgenti teorie su una diversa e molto più convincente nosologia medica da parte del medico tedesco Rike Geerd Hamer . La rielaborazione del conservatorismo che andava a suggestionare anche la mia essenza piu’ reazionaria, giustappunto alla Evola , alla Ezra Pound , si rifaceva ad una visione “fusionista”secondo i dettami fissati, giusto in quel 1964, dal filosofo Frank Meyer nel suo libello “What is Conservatorism?”
In verità questa visione, come d’altronde la stessa figura di Barry Goldwater erano un qualcosa in stretta chiave americana, così come il richiamo alla poetica di Edmund Burke che concepiva una modernità solo in virtù di un riferimento alla memoria e alla tradizione, e la pochissima gente come me era in attesa di una sorta di traslato di Piano Marshall, dato che le poche istanze simili in Europa appartenevano forse solo alla Francia di De Gaulle e da noi in Italia neppure piu’ nell’Italia con la sua destra sempre più emarginata . Ma l’america aveva deluso due volte nello spazio di un anno : ucciso colui che aveva pronunciato a gran voce in discorso pubblico “Ich bine eine Berliner” e liquidato democraticamente colui che si rifaceva a quel citato fusionismo che avrebbe potuto servire da guida per un modernismo tradizionalista, a questo punto non rimaneva che il ritiro da qualsivoglia istanza di politica militante, proprio perché non ci si voleva mescolare col sinistrismo manierato o peggio ancora con istanze popperiane alla “Open Society” Se non ci fosse stata questa duplice delusione, con relativa demondizzazione (un concetto Junghiano di non coinvolgimento con qualsivoglia sociale ) con tutta probabilità si sarebbe colta l’occasione Nixon della fine anni sessanta, che però a metà settanta avrebbe riservato altre cocenti delusioni , ma soprattutto si
sarebbe colta quella di 10 anni dopo di Ronald Reagan che al di la’ delle solite aggressioni preconcette del sinistrismo, in realtà è stato colui che ha ridato fiducia ad una America prostrata dalla sconfitta in Vietnam , dallo scandalo Watergate e dalla debole e indecisa politica carteriana . Con il 1980 che da noi sono gli anni di un vuoto e insulso yuppismo, l’america torna protagonista della scena mondiale e vede un vertiginoso rilancio delle sue peculiarità. Niente di simile si riscontra in Italia e la mia vicenda personale è all’insegna del proseguo di un totale distacco da tutti i temi della politica forse ancora superiore a quello della seconda metà degli anni sessanta e di tutti gli anni settanta . Diciamo che una destra americana quale si configura con Reagan e subito dopo con Bush non riesce a toccare nessuna mia corda, così come non la toccherà il ritorno dei democratici con il disgraziato periodo di Clinton (1992-2000) . E’ scontato che uno come me non riponesse alcuna fiducia nel buonismo sinistrorso dei democratici americani, che ha, da noi in Italia un altrettanto patetico correlato rappresentato da una pletora di orientamenti che vanno dall’Ulivo di Prodi ai DS di Occhetto e poi di D’Alema fino al PD di Veltroni D’Alema e come contraltare infine dalla scesa in campo di Berlusconi. L’operazione di quest’ultimo di ricreare un centro destra all’insegna di un moderatismo modernista, la ho, fin dall’inizio, trovata ributtante quasi come l’Ulivo di Prodi e i rispettivi squallidi tentativi di riesumare da una parte la DC e dall’altra il PCI. Lo vedi torna l’insegnamento di Evola :

capitalismo e socialismo, consumismo e comunismo, due facce di una stessa medaglia. Negli USA con l’entrare nel nuovo millennio si assiste ad una alternanza di Repubblicani e Democratici (Bush figlio e Obama)che però si somigliano in maniera inquietante nella scelta di politiche bellicose di interventi militari ed anche nell’avallo di sistemi finanziari e digitalizzati che finiscono per rivoltarsi contro ingenerando crisi economiche e soprattutto crisi di identità, tutto questo mentre in Europa si registra
probabilmente il più marcato disastro di tutta la storia della civilta’ : una innaturale, pretestuosa, falsissima Unione dei suoi principali Paesi membri all’insegna dello strapotere bancario e dei vari strumenti finanziari (2000-2016) . In tutta obiettività debbo riflettere : non è pienamente giustificato il mio totale disinteresse verso la politica ed anche la cronaca di questo mondo che insegue una sua globalizza zione all’insegna della mediocrità, fuori di ogni tradizione, di ogni cultura, e financo nell’adesione più che convinta ad un sempre maggiore estraneamento della specifità umana .? Torno a ripetere (come diceva Lacan a proposito dell’inconscio? : l’inconscio non parla, ripete, non ex-siste, ma in-siste). Si fa ritorno all’inverazione di quella Open Society, senza più regole, senza più identità, all’insegna del “tutto e’ permesso” che quella sottospecie di filosofo Karl Popper
aveva segnato per l’umanità e che un suo allievo George Soros sta ancora cercando di rendere realtà all’insegna di un sempre più informante principio “ciò che è irrazionale è reale “. Così perlomeno fino al novembre del 2016, quando ecco irrompere sulla scena la candidatura alla Presidenza degli USA di Donald Trump e alla sua strepitosa e inaspettatissima vittoria

L'INCONSCIO TRA SIMMETRICO E SIMBOLICO

  Trovo sul serio che tra simbolismo  dell'inconscio  e simmetria della fisica quantistica  ci sia una sorta di attrazione fatale. Le or...