mercoledì 17 marzo 2021

DA NICOLO' V A SISTO V

 

La nazione, la città, e spesso e volentieri anche il quartiere, la strada dove si è nati , hanno per lo più, una rilevanza particolare nella storia della nostra vita e ne costituiscono una sorta di paradigma a proposito delle “visioni del mondo” . Sembrerebbe a primo acchitto una visione strettamene soggettiva, contingente e particolareggiata, affettivamente coinvolgente e suscettibile di interpretazioni che possono essere sia positive che negative, ma come vedremo si carica, si può caricare di valenze che mettono “in gioco” elementi quanto mi oggettivi, a volte addirittura “universali” Di solito il rapporto col proprio luogo di nascita e dove si è cresciuti, in particolar modo nell’infanzia, ha un’ulteriore valenza di significanza, Jung ha parlato di “numinosità” e Freud..., bhe Freud ha definito l’infanzia il paradiso terrestre di ciascuno di noi, “somiglia all’eternità l’infanzia”...con il suo tempo dilatatissimo quando un giorno durava quasi all’infinito e il sole in cielo sembrava non voler tramontare mai… e non solo, ma topicamente, il mondo, tutto il mondo era lì sotto il balcone e bastava allungare una mano per afferrarlo tutto. Forse per questo tutte le cose che rientrano, che facciamo rientrare nell’infanzia, hanno un carattere quasi magico! Ecco!!!! ha ragione Jung … “numinoso” dove le cose, le immagini, le persone, i fatti, anche i nomi, sono come “numi”, un che di divino che assorbiamo dentro di noi e quindi si rivestono di entusiasmo “en Theos”.
Il nome della strada dove siamo nati e cresciuti e magari abbiamo vissuto la nostra infanzia, si carica di tale entusiasmo e anche quando quella è solo un ricordo sfumato: è sufficiente richiamarlo alla memoria per accedere a tutte le sensazione relative di entusiasmo e numinosità . Chiamare per nome, significa, diceva qualcun altro, “evocare, chiamare in assenza”: siamo cresciuti, diventati grandi, il sole non sta più la’ in cielo solo per noi, i caschi di glicine non si inchinano più al nostro passaggio , e il balcone, si il balcone non ha più l’altezza dell’Olimpo dove dimoravano gli antichi dei, però quel nome, con tanto di targhe toponomastiche, via dei matti numero zero, rue de l’ancienne comedie, zlata ulice, marienburger strasse, charing cross road, si caricano tutte di valenze di un fascino misterioso che si rivolge solo a noi. Succede a volte che il nome di tale strada è un nome che per una serie di circostanze viene ad assumere valenze più composite dove magari la suggestione propria della numinosità dell’infanzia si coniuga a questioni di conoscenza e interesse. E’ il caso dell’autore del presente articolo Mario Nardulli che la strada della sua infanzia si chiamava Nicolò V: mai durante l’infanzia ci si era soffermati su tale nome, forse a mala pena si sapeva che trattavasi di un Papa; via Nicolò era la strada dove la famiglia si era stabilita assai prima della sua nascita, nel 1938, quando il suo omonimo Mario Nardulli che era un funzionario dell’Opera Nazionale per i Combattenti (O.N.C.) l’Ente che si occupava delle Grandi Bonifiche, dopo anni di vagabondaggio per varie cittadine sulla scia di quei lavori, da Licola al Lago Patria, a Littoria, a Sabaudia, e anche i richiami da ufficiale superiore che lo avevano portato in Africa orientale durante la campagna del ‘35-36 con la Divisione Alpina Pusteria e anche in quella settentrionale (Libia) dove aveva comandato i Presidi di Giado e Gadames giurisdizione del XX C.d’A. Div. Sabrhata, colpito dal quadro di Picasso “Guernica” non si era fatto rassicurare dalla cosidetta “pace” salvata (si fa per dire) da Mussolini alla Conferenza di Monaco, e convinto che prima o poi una guerra sarebbe comunque scoppiata, aveva scelto di stabilirsi in una zona vicino al Vaticano “così staremo certi” aveva detto alla moglie e al figlio Lucio ”che nella città del Papa non bombarderà nessuno!” Proprio Guernica e anche certi raid sulle città dell’Etiopia, di cui aveva valutato “de visu” la distruttività sulle popolazioni civili, lo avevano indotto a tale risoluzione “la guerra non sarà come quella passata” diceva ” che il rombo del cannone lo si poteva sentire da Verona, da Marostica da Udine o Monfalcone, ma mai shranpels o i colpi di cannone erano arrivati a lambire il centro abitato….”la prossima sarà una guerra che coinvolgerà tutti, non solo i soldati al fronte”. Via Nicolò V aveva questa origine, di cui il nipote aveva sentito più volte, ma che per lui era la palazzina giallo ocra al numero 50 con la contigua gemella, interrotta da una discesa in sampietrini e fiancheggiata da caschi di glicine (quelli che idealmente accompagnavano i suoi passi quando si indentrava verso lo slargo dove c’era la casa di una ragazzetta di cui a mò di Dante con Beatrice, si era perdutamente innamorato all’età di 9 anni), c’ era, poi giù in fondo, la grande scalinata che costeggiava le antiche Mura e fiancheggiata dalla contorta e ripida salita detta “la Gajardona”, c’era la mole della Cupola di san Pietro che la mattina al risveglio riempiva lo scenario, appena venivano aperte le persiane, ed era anche gli amici con cui si giocava a “nascondarella” a “uno monta la luna”, ed infine quei personaggi dai soprannomi impossibili “zi ghe bake” il padre di un amico che aveva un taxi, ma se l’era giocato alle corse dei cani, Alvaro “er matto” Desiderio “il lupo mannaro” , “Maria Zozzetta”che era una specie di barbona che a cadenze mensili attraversava la strada “la pisellona” di cui non aveva mai capito il perché di quell’epiteto, ma soprattutto era il ricordo, luminosissimo del nonno ed omonimo, che col cappello colla penna bianca, gli stivaloni con gli speroni su cui si impigliava la grande mantella fuori ordinanza, si stagliava nell’abitato, ricordo non solo suo, ma di tutta la strada, specie dopo quel giorno di giugno del ‘44, in cui sebbene convalescente per ferite riportate in guerra, si era rimesso l’uniforme di Colonnello e si era presentato al comandante della Wermatch, che voleva far brillare un carro armato bloccatosi proprio a ridosso della “Villa” dei Morelli e pregiudicava la ritirata delle truppe tedesche lungo l’Aurelia, e con fare fermo, da vecchio soldato, alla Caviglia non certo alla Badoglio, ovvero che non si era strappato i gradi dalle maniche e gettato l’uniforme alle ortiche, ma con fierezza e piglio , la penna bianca sul cappello, la mantella che si impigliava sugli speroni ...“lei è un ufficiale della Wermacht, non una SS…” lo aveva convinto a farlo rotolare lungo la discesa che dava alla ferrovia, sì da non arrecare alcun danno alla Villa e alle costruzioni prospicienti.
Nicolò V, anzi con il nome con due “c” Niccolò V, lo aveva ritrovato quando si era iscritto in architettura e si era andato ad occupare dell’origine della Roma papalina , anche detta la “seconda Roma” e quale la sua sorpresa e piacere nell’apprendere che il papa Niccolò V al secolo Tomaso Parentucelli (1397-1455) era stato proprio lui l’iniziatore della complessa operazione urbanistica che dalla ristrutturazione della Basilica di san Pietro al Vaticano (quella che diverrà la “fabbrica di San Pietro”) aveva innescato tutti gli interventi nel corpo della città: da quelli iniziali di sistemazione delle strade di accesso nel quartiere detto alla tedesca “Borgo” in quanto sede di truppe mercenarie appunto di origine germanica, per indentrarsi nel corpo della città antica ancora di impianto romano, grosso modo concentrata nella grande ansa del Tevere, frontale al Colle Vaticano e all’antica fortezza dell’Imperatore Adriano, ovvero quello che diverrà Castel Sant’Angelo, percorrendola appunto tutta, con il recupero di antichi assi romani e innescando un vero e proprio sistema che fungerà da modello a tutta l’urbanistica dei secoli successivi e non soltanto a Roma. Niccolo’ V fu anche il prototipo del “papa-umanista”, sotto di lui difatti tale movimento ebbe uno sviluppo inusitato con la convocazione presso il Papato di importanti artisti e studiosi come Lorenzo Valla, Poggio Bracciolini , Flavio Biondo, Andrea del Castagno, Piero Della Francesca, Rogier Van der Weyden, e in particolare gli architetti Bernardo Rossellino, che legherà il suo nome all’unica città interamente progettata con il nuovo strumento della “prospettiva : “Pienza” e Leon Battista Alberti, uno dei più colti progettisti dell’epoca, equiparato al Brunelleschi come impostazione teorica , che dedico’ al pontefice il suo trattato “De re aedificatoria” . Furono proprio questi due artistiti che studiarono la “sistemazione dei Borghi” ovvero l’accesso alla Basilica di san Pietro che doveva diventare il faro e il simbolo stesso di tutta la Cristianità. Non è attestato con certezza, ma pare che l’Alberti avesse pensato a tre strade porticate che dalla Basilica puntavano al Castel Sant’angelo, per ribaltarsi dalla quinta prospettica del Ponte, oltre il fiume in altre tre strade che a ventaglio si aprivano sul corpo dell’abitato urbano concentrato nell’ansa del Tevere, l’esecuzione effettiva sembra però che fu relizzata dal Rossellino che si limitò a sistemare l’unico asse che collegava Basilica con il Castello, il cosidetto “Borgo Vecchio” facendone a sistema non due, ma una sola strada (il Borgo Nuovo) e dando così avvio a quella che verra’ denominata “la spina di Borgo” ; in quanto alle tre strade che dovevano come rispecchiarsi oltre il fiume nell’ansa del Tevere, anche se non porticate, rimasero e andarono a costituire il cosidetto “piccolo tridente” che sarà quasi a prodromo del “Grande tridente” quello che si verrà a costituire nel secolo successivo, con epicentro in piazza del Popolo.
Insomma alquanto esaltante, l’andare a scoprire che il nome della strada che aveva contrassegnato l’infanzia era quello di un personaggio che aveva per così dire avviato la formazione della Roma che tutti conosciamo e che come “forma urbis” è ancora, fatte salve alcune modifiche - la costruzione della Cupola di Michelangelo a ideale suggello di simbolo della Cristianità, il Colonnato del Bernini come apertura avvolgente dei due bracci, e molto dopo, la distruzione della spina di Borgo, la via della Conciliazione - perfettamente riconoscibile. Una prassi di intervento urbano che costituisce un vero e proprio paradigma, iniziata con l’Alberti e il Rossellino che ha una sorta di equazione algebrica “a+b+c = zero o infinito, di perfetta sequenzialità:
1° = sistemazione dei Borghi come primo anello di una catena significante a livello di una topica di sviluppo urbano;
2° = razionalizzazione dell’antico abitato su base del piccolo tridente di Ponte Sant’Angelo e la riqualificazione di antichi assi romani ( via del Governo Vecchio, via dei Banchi Vecchi, via dei Coronari);
3° = enfatizzazione dell’unico asse nord sud della Roma imperiale, quello che si prolungava nella “via sacra” ovvero l’originaria Via Lata;
4° = a sistema con questa un asse di penetrazione nel nucleo antico (la via Leonina, poi via Ripetta) ed uno invece di espansione per le salubri zone, verso i cosidetti “Monti”(la via Paolina Trifaria, poi del Babbuino) ed infine a perfetta concusione del paradigma e segno del “Tridente” un asse diretto che lo intersecava : la “via Trinitatis” ( via Tomacelli, via dei Condotti) che collegava vecchia e nuova città, confluendo su quella che ancora oggi è denominata “Trinità de’ Monti”;
5° = la sistemizzazione di tutto questo processo ad equazione, con il grande piano di un altro grande Papa che ha impresso alla città di Roma il suo segno più duraturo , ovvero grandi assi come vere e proprie direttrici di sviluppo, con il collegamento di quinte prospettiche di forte impatto e visività, attraverso lo strumento prospettico del punto di fuga. Stiamo parlando del grande “piano Sistino” modello di tutta l’urbanistica a venire e Sisto V, il Papa che lo ideò con il concorso dei più grandi artisti, non più dell’Umanesimo, ma del Rinascimento fu indicato in una pasquinata (la statua parlante di Roma, la voce del popolo), una volta tanto con un epiteto non di critica o sberleffo, ma di ammirazione “ER PAPA TOSTO”….“fra tutti ch’hanno avuto er posto de vicari de dio, nun s’è mai UN visto un papa rugantino, un papa tosto, un papa matto, eguale a Papa Sisto”

domenica 14 marzo 2021

IL CUORE E LE SUE EMOZIONI

 

Il libro "Cuore" di Edmondo De Amicis,c'è la tendenza in questo periodo di revisione buonista e sinistrorsa di considerarlo una summa di retorica patriottarda e indubbiamente un titinin melenso lo è ; sarà !!!!! però essendo stato il mio primo libro in assoluto, non riesco a dirne male, anzi..... probabilmente solo un romanzo di Thomas Mann o un saggio di Freud, ha avuto tanto impatto nella mia vita. Quanto ho pianto, di nascosto, leggendo le varie novelle, il piccolo scrivano fiorentino, dagli Appennini alle Ande, il tamburino sardo e quanto mi sono identificato con il protagonista Enrico, raccordandovi tutta la mia classe microcosmo di macrocosmo delle elementari, la Marinelli, bhe c'è da sottolinearlo, la maestrina dalla penna rossa, il più bravo che aveva anche un nome simile Di Legge invece di De Rossi, e Garrone, non c'era anche lui in classe? il più grande e protettivo Lunadei! Franti era Gnocchetti che una volta diede un morso sulla mano alla Marinelli, e c'erano tutti gli altri, uno per uno, come scolpiti e incarnati, Nobis che era Inzitari che veniva accompagnato
dall'autista, Precossi, uh se ce ne erano di simili a Precossi, il Muratorino che faceva il muso di lepre e che non posso non identificare in Scannavino, che anche a me sfotteva di sovente e poi c'era Votini con il padre che aveva combattuto nel famoso Quadrato di Villafranca e riconosciuto da Umberto gli aveva stretto la mano e quegli l'aveva subito porta al figlio per fargli sentire sentirne ancora il calore (una scena/immagine che per me è rimasta indelebile, perchè vedi, nei miei sogni iperproibiti, del tutto impossibili, c'è sempre l'immagine di un Re buono e giusto cui raccordarsi,e Umberto è quanto mai idoneo a ricoprire tale ruolo; poi magari ci mettiamo a leggere e ci documentiamo su quell'Ordine di Savoia dato al Gen. Bava Beccaris, ed allora l'incanto si rompe, ma non si rompe l'emozione che aveva suscitato quella scena. No non c'era la campagna del '66, il Quadrato di Villafranca, in realtà la criminale incompetenza dei due generali comandanti in capo Cialdini e La Marmora che propiziarono la disfatta di Custoza nella mia infanzia, però c'era la mia casa di Via Nicolò V che era un museo della prima guerra mondiale e anche in parte della campagna d'Etiopia per via di mio nonno, come me Mario Nardulli, che vi partecipò in entrambi come ufficiale degli alpini la prima nel battaglione Monte Suello del 5° alpini(Sottotenente, Tenente e Capitano) la seconda nella 5^ divisione Valpusteria (1°Capitano, poi Maggiore cte della X Colonna Salmerie ) e ci fu per poco tempo all'esterno nel '56-58 una ragazzo che abitava a fronte del mio palazzo n.50, di cui ricordo solo il nome Filippo che aveva un padre vecchissimo che portava sempre un copricapo tipo Garibaldi, tutto ghighirogato, per coprire il cranio su cui si diceva c'era la terribile cicatrice di una pallottola Dum dum che aveva ancora conficcata nella testa;
ebbene anche questo vecchissimo padre di un compagno di classe, aveva preso come Umberto a Custoza, la medaglia d'oro e fu portata in un cuscino da un drappello di Granatieri al funerale che passava per via Nicolò, quando morì (si disse, perchè un pezzo di quella pallottola Dum Dum gli era esplosa in testa). Dopo quel suggestivo funerale con la bara avvolta nel tricolore e la medaglia d'oro in un cuscino amaranto che portava un
sottotenente e che mi lasciò una duratura impressione. La madre di Filippo che era una specie di Governante del vecchio signore dalla quale si diceva che quegli aveva avuto un figlio, e che era stato indotto a sposare, se ne andò con quel mio antico compagno di scuola di cui non ho mai saputo più nulla.

sabato 13 marzo 2021

C'E' ANCHE UNA SOCIOFIA

 
Da Mario Haussman e dal suo MANIFESTO DELLA SOCIOSOFIA traggo queste note sulla farmacologia e la medicina allopatica trovandomi ovviamente pienamente d'accordo : "le aziende farmaceutiche, coadiuvate da istituzioni “rinomate e filantropiche”, hanno utilizzato qualsiasi mezzo per piegare la legislazione a loro favore. Spesso i disegni di legge in materia sanitaria vengono scritti direttamente dai colossi del settore. E la sanità pubblica sembra avere una porta girevole con gli interessi dei giganti farmaceutici, tanti sono i personaggi che si alternano sulle poltrone dei livelli dirigenziali di entrambe.
Dunque, lungi dall’avere a cuore la nostra salute, l’apparato sanitario ha tutto l’interesse che la gente sia ammalata e che alimenti i consumi dei prodotti della grande industria medicale. Comunque si voglia vedere la questione, rimane il fatto che l’ammalato è un affare lucroso e che la salute non è e non è mai stata il fine della medicina allopatica.
Ivan Illich affermava che la medicina moderna è “la negazione della salute”, e constatava che essa era organizzata in maniera da non essere al servizio della salute ma solamente di se stessa come istituzione. Il fatto che la sanità intera, a partire dallo studio della medicina, sia tutta un business, è una tragedia la cui portata viene normalmente sottovalutata.
Il matrimonio della finanza con la politica ha guastato l’integrità scientifica da molto tempo. Dirigendo la ricerca scientifica attraverso i finanziamenti, la logica conseguenza è che l’informazione divulgata corrisponda alle aspettative di chi paga. Anche gli scienziati “indipendenti” devono avere chi paga loro da vivere. E il cittadino medio a chi deve credere? Al medico che gli prescrive la cura, della quale egli percepisce gli effetti negativi e sente che, se da un lato fa bene, da un altro fa male, oppure a coloro che la propaganda medica del sistema ha sempre definito dei ciarlatani? All’opinione pubblica è stato detto di tutto, per esempio, prima che la margarina fa bene, e poi che fa male. Gli hanno raccontato che i dolcificanti fanno bene, e poi scopre che fanno malissimo. E quanti rimedi per abbassare il colesterolo sono stati proposti che poi risultavano inutili? Per poter giudicare, la gente deve poter comprendere. I media ripetono ai cittadini in continuazione che essi sono degli analfabeti scientifici e che quindi non potranno mai penetrare il misterioso mondo dei farmaci: l’unica possibilità che hanno i cittadini è di fidarsi degli esperti.
Ma se anche fosse vero che la comprensione del funzionamento dei farmaci è preclusa ai più, ognuno può cercare di comprendere come funzionano l’industria e il sistema che essa ha creato.
Ciò che il sistema sanitario plutocratico teme di più sono cure efficaci. Dove c’è salute non si fanno profitti. Solo la malattia induce gli utili.
La ricerca in questo campo viene finanziata soprattutto dai grandi interessi legati all’industria della malattia. Che cosa succederebbe se la ricerca trovasse qualcosa che riducesse notevolmente il numero di malati e di conseguenza i profitti? Infatti, decisamente troppi sono gli esempi di scienziati che realmente hanno fatto scoperte che potrebbero ripristinare la salute di un gran numero di malati, e che sono stati messi a tacere, boicottati, corrotti, ridicolizzati o addirittura eliminati.
Tra il mondo accademico e quello finanziario non c’è un confine netto e gli interessi commerciali determinano completamente l’insegnamento delle scuole di medicina. Una gran parte della responsabilità di questo ricade sulla politica, che ha permesso allo Stato di stabilire a propria discrezione quale fosse l’unico approccio medico “vero” e di imporlo per legge. Il potere dello Stato ha operato una scelta, tra le tante possibili, e le macchinazioni del capitale internazionale hanno fatto in modo che la scelta operata dallo Stato fosse unicamente a proprio vantaggio, anche se ciò avesse incluso la sofferenza dei cittadini. L’industria farmaceutica è nata all’inizio del secolo scorso, e da allora ha assunto il controllo di tutti i sistemi sanitari del mondo, eliminando sistematicamente ciò che non poteva porre sotto il proprio controllo, ovvero i rimedi naturali non brevettabili. Basata sui brevetti dei farmaci di sintesi, quest’industria è stata sin dal suo esordio un’iniziativa di investimento ad opera di un esiguo numero di personaggi enormemente ricchi e totalmente privi di scrupoli.
Le politiche corrotte dei governi ispirate dalle sovvenzioni delle lobby hanno manipolato i sistemi sanitari a vantaggio delle corporation e sono responsabili della sofferenza e della morte di un numero incalcolabile di persone. Il cartello sanitario mondiale è una vera e propria “industria” di sofferenza, e più persone soffrono, tanto meglio è, poiché chi sta bene non paga per le cure.
La medicina allopatica, insegnata nelle facoltà universitarie, è più dogmatica di quanto non lo sia mai stata la Chiesa nelle ere buie. Essa si ritiene l’unica depositaria della sola verità, completa, eterna, immutabile e indiscutibile. Al contrario della Santa inquisizione, la medicina non può mettere al rogo i dissidenti, quantunque si ritenga in diritto di bandire ogni idea, sostanza, procedimento o prodotto che possa minacciare il guadagno dei suoi padroni accusando semplicemente di ciarlataneria chiunque osi dubitare dei suoi dogmi. Ovviamente in nome della “protezione dei cittadini”, ritenuti ignoranti e stupidi per antonomasia.
Durante la sua formazione, al medico viene negato l’accesso a un’informazione sanitaria obiettiva e in nessun caso può apprendere tutti i tipi di terapie, in modo da poter poi scegliere la più adatta ai suoi pazienti. Lo studente di medicina apprende unicamente quanto stabilito per lui dall’autorità, e ciò dà al sistema il pieno potere sul pensiero del medico, che viene ridotto a un semplice strumento dell’apparato sanitario, una rotella nel grande ingranaggio. Il medico, durante lo studio apprende tutto sulla malattia e nulla sulla salute.
In poche altre facoltà la materia di studio è così vasta. Questo impedisce di fatto allo studente di medicina di avere il tempo o l’energia di occuparsi di propria iniziativa di qualche altro argomento. Ogni cosa, nello studio che porta alla laurea in medicina, è predisposta in maniera tale da concedere allo studente meno libertà intellettuale che in qualsiasi altro percorso accademico.
Il sistema perverso, controllato dall’industria farmaceutica, forma i medici riducendoli all’acritica passività intellettuale, mentre perseguita ogni terapia che non rientri nei suoi rigidi schemi. Scriveva nel 1949 il pubblicista Morris Bealle a proposito delle facoltà di medicina: «Queste istituzioni accademiche insegnano naturalmente ai loro studenti il folclorismo farmacologico che le aziende farmaceutiche della casa Rockefeller desiderano».
Il fattore decisivo che caratterizza tutto il sistema è il suo fine di portare profitto ai suoi ideatori. Lo scopo di far soldi dei banchieri che guidano le aziende farmaceutiche è in netto contrasto con l’obiettivo di guarire del paziente. Il medico di solito si trova a dover mediare tra questi interessi contrastanti e inconciliabili.
(da "Il Manifesto della Sociosofia")

domenica 21 febbraio 2021

HORROR E DISTOPIA IN MARY SHELLEY

 

Pioniera del racconto orrorifico, con probabilmente  il romanzo più famoso del genere Mary Shelley è anche una delle prime scrittrici di quelli che verranno definiti "racconti distopici" e che oggi sono tutto tranne che fantasia e fantascienza,  e lo diviene pubblicando nel 1826 un romanzo sulla fine dell’umanità a causa di una pestilenza scoppiata nel 2092, e lo fa traendo ispirazione dalle sue proprie perdite. Scrivendo del destino apocalittico dell’umano l’autrice piange i suoi morti, congedandosi da loro mentre li trasfigura nei protagonisti del libro. È la morte, vissuta come una presenza ineluttabile e individuale, a suggerirle la solitudine dell’ultimo della specie, L’ultimo uomo che intitola il libro.
Del resto Mary Shelley aveva già scritto Frankenstein, capolavoro in cui l’utopia diventa terrore nel tentativo di riportare in vita i defunti dando forma a una creatura tanto straordinaria quanto portatrice di sventura. Toccare il sublime, restituendo a corpi inerti un’identità vitale, significa infatti sostare nella traccia di ciò che è irrimediabilmente caduco. La violazione delle leggi naturali non causa punizioni divine, ma conoscenza del sentimento umano e dello stigma del diverso che, se non genera un eroe, genera un mostro. Ma in chi e dove? Nel redivivo assemblato da parti di cadaveri o in chi lo scaccia o deride, causandone l’ira omicida? Dirà la creatura:Non c’era nessuno nella miriade di uomini esistenti al mondo che volesse aver cura o pietà di me, dunque, perché provare benevolenza nei confronti dei miei nemici? .In quest’attesa, che è il tempo dello scrivere e dell’amare, Mary Shelley imparerà che dalla morte non si torna. Nella morte ci si può però addentrare da vivi, riportandone cicatrici: una prima che genera il mostro della natura umana; una seconda, più estesa, che iscrive l’umano nella violenza della natura tutta, contro cui è inutile combattere. Mary fu cresciuta dal padre, il filosofo radicale e libertario William Godwin, che celebrava la ragione sopra tutto, e sposò il poeta Percy Bisshe Shelley, a sua volta influenzato dalla filosofia di Godwin. Sono proprio la ragione paterna e gli ideali romantici con cui l’autrice infine è costretta a confrontarsi, delineandone la sconfitta nel disastro epidemico.L’ultimo uomo inizia come una profezia della Sibilla Cumana di cui, nel 1818, la prima voce narrante ritrova le foglie divinatorie. Quanto leggeremo è dunque la traduzione dei messaggi sibillini: non è ancora accaduto eppure è già stato visto. Perché i poeti e compagni che animano i personaggi sono di fatto già trapassati, Percy Bisshe Shelley affogato nel golfo di Livorno nel 1822; Lord Byron morto in Grecia durante la guerra d’indipendenza nel 1824. Con uno stratagemma dantesco la Shelley racconta a se stessa il lutto e ai lettori l’estinzione. Lionel Verney, protagonista della vicenda e trasposizione letteraria dell’autrice, ci parla dunque direttamente dalle foglie conservate per secoli in una caverna. Siamo nella seconda metà del ventunesimo secolo, l’Inghilterra è diventata una repubblica, governata da una élite di nobili: accanto a Lionel troviamo il figlio dell’ultimo re inglese, Adrian, dallo spirito umanitario e idealista, il più amato e fedele dei maestri e compagni, che riflette la figura di Percy Shelley e come lui morirà in Italia fra le onde, lasciando Lionel unico superstite al mondo; e Lord Raymond, leader anticonformista, ribelle e temerario, che morirà combattendo accanto al popolo greco, proprio come il suo ispiratore, Byron. Attorno a questi tre personaggi crescono famiglie e amicizie, che si consolidano e trovano riparo presso la tenuta di Windsor, luogo dove realmente Mary visse la felicità con Shelley. La piccola compagnia rappresenta un sogno, minacciato dalla guerra fra gli uomini e poi dall’incedere dell’epidemia. Viviamo l’uno per l’altro e per la felicità: cerchiamo la pace nella nostra cara casa, vicino al mormorio dei ruscelli, e al grazioso ondeggiare degli alberi, alla bella vegetazione della terra e allo sfarzo sublime dei cieli. Lasciamo la “vita”, per poter vivere. La peste appare non casualmente in Grecia, terra prima dell’identità europea e, ai tempi in cui scriveva la Shelley, di un lungo conflitto per la libertà:Ho sentito descrivere un quadro in cui tutti gli abitanti della terra sono in preda alla paura per dover affrontare la Morte. I deboli e i decrepiti fuggivano; i guerrieri si ritiravano, anche se continuavano a lanciare minacce durante la fuga. Lupi e leoni, e vari mostri del deserto ruggivano contro di lei: mentre la cupa Irrealtà aleggiava scuotendo il suo dardo spettrale, assalitrice solitaria ma invincibile. Proprio questo accade all’esercito greco.L’epidemia avanza assieme ad altri fenomeni come il sole nero che si alza a ovest e tramonta a est, segnando un totale sconvolgimento terrestre, alluvioni e ovviamente migrazioni di massa. I personaggi confidano nell’arrivo del freddo purificatore che plachi la virulenza della malattia, mentre l’astronomo Merrival, intrappolato nelle sue congetture sterili, resta cieco all’incedere della peste e continua a pronosticare un mondo felice, pacifico e armonioso entro… qualche migliaio di anni. La cecità umana e le speranze si infrangono contro la natura, unico volto del fato, che incede senza alcun intento giustizialista, ma perché così è e si rivela: meraviglioso mostro indifferente che ci abbraccia.Perché ululi così, vento? Per giorni e notti, per lunghi mesi, il tuo rombo non è cessato – le rive del mare sono cosparse di relitti, la superficie del mare, che un tempo accoglieva benevola le chiglie, ora è divenuta insormontabile; la terra, obbediente al tuo comando, si è spogliata della propria bellezza; la fragile mongolfiera non osa più navigare nell’aria agitata; i tuoi ministri, le nuvole, inondano la terra di pioggia; i fiumi abbandonano le loro sponde; il torrente folle distrugge il sentiero di montagna; la pianura e il bosco e la valle verdeggiante sono privati della loro bellezza; le nostre città sono soggette alla tua devastazione. Ahimè, che ne sarà di noi? Sembra quasi che le onde giganti dell’oceano, e vaste braccia di mare stiano per strappare dal loro centro la nostra isola radicata in profondità, e gettarla, come un relitto e una rovina, sui campi dell’Atlantico.Dice quasi in una supplica il protagonista. Ed è un passaggio commovente, per chi cerchi la storia personale dietro la trama: questo vento di devastazione è prossimo a quel vento occidentale di cui Percy Shelley veniva scrivendo presso l’Arno, annunciatore profetico della primavera. Mary, che dell’opera del marito fu curatrice, sembra sporgersi così sul fantasma del poeta, rovesciandone con pari forza visionaria le immagini. Chi si è amato non è più. Per tenerlo ancora un po’ qui occorre fare del desiderio un deserto, occorre arrendersi all’asprezza del vero.Cosa siamo noi, abitanti di questo globo, il più piccolo tra i molti che popolano lo spazio infinito? Le nostre menti abbracciano l’infinito; il meccanismo visibile del nostro essere è soggetto al più semplice accidente. Giorno per giorno siamo costretti a crederlo. Colui che è stato distrutto da un graffio, chi scompare dalla vita visibile sotto l’influenza delle forze ostili che ci attorniano, aveva le mie stesse facoltà – anche io sono soggetto alle stesse leggi. A dispetto di tutto questo, noi ci chiamiamo padroni della creazione, dominatori degli elementi, padroni della vita e della morte, e adduciamo a scusa di questa arroganza il fatto che, anche se l’individuo viene distrutto, l’uomo può continuare per sempre.Così, perdendo la nostra identità, che è quella di cui siamo maggiormente coscienti, ci gloriamo della continuità della nostra specie, e impariamo a guardare la morte senza terrore. Ma quando una qualsiasi nazione diviene la vittima dei poteri distruttivi di agenti esterni, allora invero l’uomo diventa piccolo fino ad essere insignificante, Sente diventare insicura la sua permanenza in vita, e negata la sua eredità terrena. La visione non antropocentrica di Mary Shelley ci ricorda che l’intelligenza umana non può nulla contro la natura fruttifera e mortale che ci contiene. Lette oggi queste parole hanno anche il sapore di una condanna verso l’arroganza stolta di chi innesca in loro un potenziale distruttivo inarginabile. Chi è infine l’ultimo essere umano? Alla deriva in un mare indifferente. Qualcuno che nonostante tutto non può dimenticare la sua umanità, in nome di chi ha amato. Nella sua solitudine trasforma il futuro in memoria. L’ultimo umano è ognuno di noi davanti al lutto, che è sempre la fine di un mondo. Nella sua resa può ricordare il breve sogno sognato con altri e così ancora trarne il bene, proteggerlo.

Frankenstein di Mary Shelley
L'angosciante storia di uno studente che conduce macabri esperimenti nel tentativo di restituire la vita ai cadaveri. Una favola terribile capace di imporsi con la forza delle immagini e la sua autonomia di mito universale. L'opera più celebre della Shelley

L'ultimo uomo di Mary Shelley
Come il primo libro di questa romanziera (Frankestein), questo romanzo singolare è considerato un antesignano della letteratura fantascientifica. Pubblicato nel 1826, viene ambientato negli anni 2090, quando una vastissima epidemia stermina la razza umana, accompagnandosi a tempeste straordinarie, maree superiori ad ogni limite, esondazioni di fiumi, e altre calamità.

sabato 20 febbraio 2021

KEYNES E GLI USA A BRETTON WOODS

 

Alla conferenza delle Nazioni Unite a Bretton Woods nel 1944, John Maynard Keynes mise sul piatto un’idea davvero eccezionale. Una volta respinta, Geoffrey Crowther – futuro editore della rivista Economist – ammonì che “Lord Keynes aveva ragione… il mondo si pentirà amaramente di aver rifiutato le suoi argomentazioni”. Ma il mondo non si pente, perché quasi tutti, incluso l’Economist, hanno dimenticato quello che aveva proposto. Una delle ragioni delle crisi finanziarie è lo squilibrio commerciale tra le nazioni. I paesi accumulano debiti che sono in parte il risultato del mantenimento di un deficit commerciale. 
Possono facilmente rimanere intrappolati in un circolo vizioso: più grande è il loro debito, più difficile diventa generare un surplus commerciale. Il debito internazionale logora lo sviluppo dei popoli, inquina l’ambiente e minaccia il sistema globale con crisi periodiche. Come aveva già intuito Keynes, non c’è molto che le nazioni debitrici possano fare. Solo i paesi che hanno un surplus commerciale hanno reale capacità di azione, quindi sono loro che devono essere obbligati a cambiare le proprie politiche. La sua soluzione era un sistema ingegnoso per persuadere le nazioni creditrici a spendere il denaro in surplus nelle economie delle nazioni debitrici.Propose l’istituzione di una banca globale, che chiamò ICU ( International Clearing Union). La banca avrebbe avuto una sua valuta – il Bancor – che poteva essere scambiato con valute nazionali a tassi di cambio fissi. Il bancor sarebbe diventato l’unità di conto tra le nazioni, vale a dire che sarebbe stato usato per misurare il deficit o il surplus commerciale di un paese.Ogni paese avrebbe avuto una possibiltà di scoperto sul conto bancor alla International Clearing Union, equivalente alla metà del valore medio del suo commercio nell’arco di un periodo di 5 anni. Per far funzionare il sistema, i membri dell’unione avrebbero avuto bisogno di un forte incentivo per azzerare il loro conto Bancor entro la fine dell’anno: cioè per finire senza né deficit né surplus commerciale. Ma quale sarebbe stato questo incentivo ? Keynes suggerì che qualunque paese accumulasse un grosso deficit commerciale ( pari a più della metà della indennità di scoperto sul proprio conto bancor ) avrebbe pagato degli interessi sul conto. Sarebbe stato inoltre obbligato a svalutare la propria moneta ed a impedire l’esportazione di capitale. Ma – e questa era la chiave del suo sistema – insisteva che le nazioni con un surplus commerciale fossero sottoposte alle stesse pressioni. Qualsiasi paese con un saldo bancor superiore alla metà della sua possibilità di scoperto sul conto avrebbe dovuto pagare un tasso di interessi del 10%. Sarebbe stato anche obbligato a rivalutare la propria moneta e a favorire l’esportazione di capitale. Qualora, alla fine dell’anno, il saldo avesse ecceduto il valore totale dello scoperto tollerato, il surplus sarebbe stato confiscato. Le nazioni con il surplus commerciale avrebbero quindi avuto un grande incentivo per sbarazzarsene. Così facendo, avrebbero azzererato automaticamente i deficit delle altre nazioni. Quando Keynes cominciò a spiegare la sua idea, su documenti pubblicati nel 1942 e 1943, essa esplose nelle menti di tutti coloro che la lessero. L’economista britannico Lionel Robbins riferì che “sarebbe difficile esagerare l’effetto elettrizzante sul pensiero di tutto l’apparato di governo rilevante… niente di così immaginifico e ambizioso era stato mai discusso prima”. Gli economisti di tutto il mondo avevano capito che Keynes aveva trovato la chiave. Mentre gli Alleati si preparavano alla conferenza di Bretton Woods, la Gran Bretagna adottò la soluzione di Keynes come sua posizione ufficiale per la negoziazione. Ma c’era un paese – all’epoca il più grande creditore mondiale – nel quale la sua proposta ricevette un’accoglienza più tiepida.
Il capo della delegazione americana a Bretton Woods, Harry Dexter White, rispose così all’idea di Keynes: “Siamo stati irremovibili su questo punto. Siamo assolutamente contrari”. Propose in alternativa un Fondo di Stabilizzazione Internazionale (Internatoional Stabilisation Fund), che avrebbe posto tutto il peso del mantenimento del bilancio commerciale sulle nazioni in deficit. Non imponeva alcun limite al surplus che gli esportatori di successo potevano accumulare. Suggerì inoltre una Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo (International Bank for Reconstruction and Development) che avrebbe fornito capitali per la ricostruzione nel dopoguerra. White, sostenuto dal peso finanziario del tesoro americano, prevalse. Il Fondo di Stabilizzazione Internazionale divenne il Fondo Monetario Internazionale. La Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo rimane il principale braccio di prestito della Banca Mondiale. Le conseguenze, specialmente per i paesi indebitati più poveri,sono state catastrofiche. Agendo per conto dei paesi ricchi, imponendo condizioni che nessun paese libero potrebbe tollerare, il FMI li ha prosciugati, il fondo peggiora le crisi economiche esistenti e le crea dove prima non esistevano. Ha destabilizzato i tassi di cambio, esacerbato i problemi di bilancio dei pagamenti, costretto i paesi all’indebitamento e alla recessione, ha distrutto i servizi pubblici, i posti di lavoro e i redditi di decine di milioni di persone. I paesi a cui lo ordina il fondo, devono porre il controllo dell’inflazione come obiettivo primario rispetto a tutti gli altri obiettivi economici; rimuovere immediatamente le loro barriere al commercio e al flusso di capitali; liberalizzare i loro sistemi bancari; ridurre la spesa dei governi su tutto tranne che sul pagamento dei debiti contratti; e privatizzare i patrimoni che possono essere venduti agli investitori stranieri. Queste sono politiche agevolano gli speculatori finanziari senza scrupoli. Hanno esacerbato quasi tutte le crisi che il FMI abbia tentato di risolvere. Potreste pensare che gli Stati Uniti, che dal 1944 sono passati dall’essere i maggiori creditori mondiali a diventare i principali debitori mondiali, avrebbero motivo di rimpiangere la posizione assunta a Bretton Wooods. Ma Harry Dexter White si assicurò che gli USA non avrebbero mai potuto perdere la partita. Gli assicurò poteri di veto speciali su qualsiasi decisione presa dal FMI o dalla Banca Mondiale, che significava non dover essere mai soggetti alle richieste troppo sgradite da parte del Fondo. Il FMI insiste che le riserve valutarie mantenute dalle altre nazioni siano tenute in dollari. Questa è una delle ragioni per cui l’economia degli Stati Uniti non collassa, indipendentemente da quanto debito accumuli. Sono gli Stati Uniti il vero centro di potere: nel nuovo regime monetario internazionale imperniato sul dollaro possono agire da fonte di liquidità per il mondo intero. E lo fanno, in effetti, con una generosità senza precedenti. Il Piano Marshall costitui' notoriamente il programma di aiuti internazionali più ingente della storia. Altrettanto noto è che non risponde solo a una logica di potenziamento economico, ma anche alla necessità politica di consolidare il blocco occidentale di fronte alla minaccia sovietica. Ciò che invece rischia di passare inosservato è che le generose donazioni americane sono rese possibili proprio dal regime di eccezione di cui godono gli Stati Uniti, in virtù dello status privilegiato del dollaro come moneta internazionale. 
Come la vedova di Sarepta, l’America può dare allo straniero ciò di cui ha bisogno, senza che nulla venga a mancare a lei. I miliardi di dollari che mette a disposizione degli alleati non riducono di un solo centesimo il denaro che le resta, poiché quei dollari sono creati dal nulla. Sono aiuti senza costo… ma non senza prezzo: ciò che si perde, tanto nel caso dei donatori quanto nel caso dei beneficiari, è il senso economico delle loro reciproche relazioni. Non c’è modo di distinguere fra dono, prestito e scambio, in un regime in cui tutti e tre possono essere praticati indifferentemente senza intaccare il potere d’acquisto di chi li effettua. Keynes aveva messo in guardia da un simile rischio: «Sarebbe altresì un errore sollecitare, di nostra iniziativa, un aiuto finanziario degli Stati Uniti a nostro favore dopo la guerra, che sia a titolo di dono, di prestito senza interesse o di ridistribuzione gratuita di riserve auree». Perciò aveva respinto ogni idea di «piano filantropico crocerossino, grazie al quale i paesi ricchi vengono in soccorso di quelli poveri».Cinque anni prima che fosse concepito il Piano Marshall, Keynes contestava la logica che lo avrebbe ispirato: era una logica di potenza che avrebbe sbilanciato irreparabilmente le relazioni economiche e finanziarie, consegnando al paese più ricco la fonte stessa della ricchezza, consentendogli di acquistare senza spendere, di prestare senza rinunciare, di donare senza perdere.

lunedì 15 febbraio 2021

Da 10 a 100 anni....TUTTO INDIETRO


Da una parte sono oltremodo contrariato per questa età così avanzata, "ma ti rendi conto settant'anni!!!" e chi se lo sarebbe mai immaginato di arrivare a questa estremissima vecchiezza!? il fisico non è certo più quello di una volta, ecco se faccio qualche giro in più di corsa e provo un pò le parallele, mi sconocchio tutto, i denti cominciano a cariarsi (bhe ho cominciato dopo l'onta degli -anta) e poi mannaggia i chili in più, al sesso sul quale però non mi pronuncio, perchè mai più avrei pensato che si potesse fare sesso dopo i sessant'anni, figurati a settanta. Sulle facoltà intellettuali però ecco, niente da dire, anzi...colla vecchiaia si diventa tutto di più, l'ho detto mille volte: più brutto, più stronzo, permaloso e brontolone, però anche più intelligente! in merito alla seconda parte, bhe ! c'è da dire che il tempo da me vissuto è un miliardo di volte meglio di quello odierno, l'atmosfera, le canzoni, le feste da ballo a casa, i primi night , le ragazze che non si depilavano, neppure le ascelle, le tette vere e se erano piccine, pazienza, vigeva la famosa coppa di champagne e poi niente ossessiva pubblicità, il massimo era Carosello ed era un'opera d'arte, prima poi del '68 c'era ancora la Festa della matricola e dagli a divertimento sfrenato, ma ecco prima del '58 c'erano ancora i casini e questo mi fa propendere che non sono abbastanza vecchio, sono nato un pò troppo tardi: meglio molto meglio dieci anni prima classe 1938, che lo dicevo l'altra volta ad un amico, appunto di tale classe "tu hai avuto la fortuna di goderti il periodo più bello del secolo" se vogliamo c'è ancora di meglio, ovvero basta andare sempre indietro, più indietro, fino magari ad una nascita non di 10, ma di 100 anni prima della mia e godersi tutta la "Belle Epoque " il periodo più fantasmagorico di tutta la storia dell'umanità : il Liberty, i cafè Chantant, le uniformi degli ufficiali, i landò, via Caracciolo a Napoli e il Salone Margherita, la Parigi de Le Moulin Rouge, di Tolouse Lutrec , la Vienna di Wagner e Camillo Sitte, Sissi , il bel Danubio blu, la Marcia di Radetzsky, l'Orient Express, la palermo dei Florio, donna Franca e i quadri di Boldini, i fili di perle della Regina Margherita, i baffoni di Umberto, il circo di Buffalo Bill .. Insomma , quanto mi sarebbe piaciuto nascere prima, da 10 a 100 cent'anni !

PAURA E MALATTIA

 LA VITA E' TUTTA UN TRAUMA!

"vacca boia, mi sono raffreddato!!!"dice il mio amico Simone, sempre un pò piagnone "ho la tosse e anche il catarro, forse pure la febbre!" "e ci credo" gli fa di rimando Fernando "co' sta pioggia e co' sto vento..." eh già ma vuoi mettere, in merito a chi bussa a sto' convento? la vecchiarella la possiamo equiparare alla paura, brutta, vecchia, sdentata, ma insomma se a bussare è la giovane verginella? Tutta un altra musica no? e voglio proprio vedere che fine fanno tosse e incimurramento !!!! insomma ogni affezione è sopratutto una questione di stati d'animo, certo c'è è ovvio, l'evento esterno , più o meno traumatico - LA VITA E' TUTTA UN TRAUMA! - per questo io consiglio sempre di prendere un TRAM, specie se c'è la vocina come nei tramwaji di Praga che ti fa "prrrisssscti sssasssstaffffka Poooodooolssssha Fffffodarna", sali su e non ti infreddolisci, ma poi dai, quando mai se c'è la bella gnocca vicina o senti la vocina del tram, ti ammali, e' un pò come i monatti della peste o il bacio al lebbroso di Principi e Re, mai sentito che uno di loro si ammalasse di peste o di lebbra???? A parte l'entità del trauma, dal massimo oggettivo di una tramvata frontale a bordo di una cinquecento, o di un volo da un grattacielo, ad appunto un qualcosa di affrontabile, come appunto un temporale, il vento, qualcuno che ti va uscire dai gangheri, la palla passa a noi stessi e a come siamo in grado, per storia personale, per vissuto, per credenze e opinioni, di gestire la cosa! Una questione sopratutto emozionale, già ed ecco spiegato il perche' detesto tanto la medicina e la classe dei medici, perchè l'emozione di gran lunga più imperante nel mondo è la paura, e questa cosidetta scienza, questi loro sacerdoti, hanno eletto la paura a modus vivendi e non solo, ma hanno anche scoperto che ci si può fare un sacco di soldi, eredi non di Esculapio, che quello aveva una diversa accezione dell'intervento e della cura, ma eredi dei Monatti della peste, che abituati a gestire pericolo e paura per propria natura e usi di vita(banditi, taglieggiatori, assolutamente privi di scrupoli) si erano accorti che il loro saper gestire la paura degli altri era la migliore occasione per sottrarre e accaparrare fortune (ne parla anche Manzoni " i monatti divennero i padroni delle strade e usarono il loro potere per derubare gli ammalati o minacciarne le famiglie per estorcere loro del denaro, venendo tra l'altro sospettati di diffondere ad arte il contagio per non far cessare la pestilenza che rappresentava la loro fonte di guadagno. Non erano pochi infine quelli che si fingevano monatti attaccandosi un campanello al piede (il contrassegno che indicava la presenza di questi tristi figuri) e ne approfittavano per commettere ogni sorta di ruberie" Insomma la malattia è sempre una questione di paura, chi ha un altro pensiero, appunto l'avidità dei monatti, o oggi delle lobbies farmaceutiche, della sanità privata, etc., è immune dal contagio. Attenzione anche noi se non ci lasciamo irretire dalla paura, se pensiamo ad altro, se buttiamo al macero tutte le stronzate sul colesterolo, sulle varie cose che fanno male su statistiche manipolate a bella posta e sopratutto su quello che dovrebbe fare bene (medicinali, interventi, prevenzione, etc.), potremmo non ammalarci mai, o perlomeno gestire con sicurezza il programma sensato che sempre sta sotteso alla malattia . Paura e malattia sono un binomio micidiale ed è su tale connubio che si dovrebbe operare il distinguo.

L'INCONSCIO TRA SIMMETRICO E SIMBOLICO

  Trovo sul serio che tra simbolismo  dell'inconscio  e simmetria della fisica quantistica  ci sia una sorta di attrazione fatale. Le or...