’inghilterra, nazione “bottegaia” per eccellenza secondo la definizione di Napoleone, e di fatto nel giudizio unanime di un po' tutta l'umanita' non asservita alla logica del denaro e del mercato, comincio' nel XVI secolo ad egemonizzare il mare e una volta costruito un vero e proprio impero marittimo e cioe’ fondato sull’elemento fluido, mobile per eccellenza, senza confini e senza quasi limite se non quello della sua assoluta predominanza, si è spasmodicamente adoperata per espandere questo dominio a tutto il contesto continentale europeo. Diciamo che in tale azione non si e' certo servita di mezzi diretti, tipici di tutte le compagini nazionali europee del calibro di Francia, Prussia, Austria, Russia, ma piuttosto abbia adoperato l’arma della diplomazia con peculiarita’ pero’ di pronunciata spregiudicatezza, quando non addirittura di vero e proprio raggiro e inganni di diversa portata sempre al fine di seminare zizzania tra gli Stati continentali e indurli a farsi guerra tra loro. Diceva l’Imperatore Vespasiano in epoca ancora non tacciata di spirito bottegaia “pecunia non olet” ebbene l’Inghilterra ha aggiornato tale frase con l’accezione di scambio, anzi di valore di scambio del denaro per incrementare commerci, quindi concepire il mondo intero come un grande mercato, raggiungendolo in ogni angolo, in ogni piu’ nascosto anfratto grazie al potenziale di movimento del libero scambio marittimo. Attenzione, pero’ tale liberta’ del valore di scambio, su questo l’Inghilterra e’ sempre stata ben determinata, non si applica con equita’ su tutti gli Stati, ma in forza del dominio del mare e di una tecnologia sempre piu’ concepita a proprio favore, cosa che diverra’ preminente a seguito della cosidetta Rivoluzione Industriale, fenomeno originariamente di chiara marca anglosassone, finisce per riguardare solo un Paese e cioe’ se stessa. V’e’ di piu’ : per operare al meglio con tale prassi e rimanere ancora piu’ nascosta, lo Stato, il potere reale, ma anche il governo, i diversi potentati che operano sempre sul lato economico, che si compiacciono di definirsi democratici non hanno operato direttamente, ma hanno utilizzato il meccanismodelle sette, rifacendosi, per convenienza e utilitarismo ancora piu’ mascherati, ad un antico passato molto poco verificato, e cioe’ al leggendario tempio di Salomone e alla confraternita della libera muratoria - cioe’ le persone abilitate all’esercizio della professione di architetto (archè – techne’ = tecnica del principio) nella impersonificazione del mitico Hiram appunto il costruttore del tempio, ucciso da alcuni suoi allievi per carpigli il segreto del fare edificatorio. Il nome di “setta” si tramuta in quello di “Loggia” e la Massoneria (anche il nome e tutta la simbologia ad essa correlata richiamano la Libera Muratoria di Hiram e del tempio di Salomone ) diviene di fatto una sorta di braccio operativo dello Stato che assume sempre maggiore rilevanza fino a incanalre lei la direttivita’ della politica e della stessa Casa Regnante, sempre piu’ subordinate al potere economico e al principio del libero mercato, pero’ a senso univoco. Tramite la Massoneria, lo spirito marittimo dell’Inghilterra, che un filosofo di geo-politica tedesco, Carl Schmitt ha individuato con precisione,smascherandone anche la trasmettibilita' e diciamo così una vera e propria discendenza negli ultra bottegai Stati Uniti d'America, si e' fatto sempre piu’ subdolo e ha teso a seminare zizzania tra gli stati continentali unicamente per conseguire vantaggi economici che alla fin fine vanno a coincidere con i propositi di dominio di tutta l’area europea. Come diceva Raleigh “chi domina il mare, domina il commercio del mondo e a chi domina il commercio del mondo, appartengono tutti i tesori del mondo e il mondo stesso” ecco questa potremmo definire la massima a mo’ di imperativo categorico della bottegaia Inghilterra e del suo braccio operativo: la Massoneria. Nell’ambito di quel seminare zizzania e provocare sempre piu’ scontri tra i popoli continentali, di certo grande piacere dovettero provare i nostri bottegai e loggisti con le guerre fratricide tra Austria e Prussia e l’emergere di nuovi effimeri campioni di quell’ancora non appannato del tutto carisma del prode guerriero come e’ il caso di Federico II di Prussia uno degli ultimi epigoni a essere qualificato dell’epigono di “grande”, ma ci sono altri ambiti che possono essere interpretati secondo canoni alquanto diversi da quelli ufficiali come quello ad esempio del “cui prodest” di una rivoluzione, ovvero un sovvertimento violento e improvviso di un certo “Statu quo “ la risposta e’ presto data : sempre a loro: bottegai e loggisti, gente che oramai antepone a tutto l’interesse economico, il denaro, il commercio, il mercato e ne ha fatto dei veri e propri parametri di misurazione della rilevanza della potenza di una intera civilta’ nel mondo. Cosi’ anche la cosidetta rivoluzione delle colonie americane di poco antecedente a quella in territorio europeo in Francia, denota quasi uno spirito di contro assicurazione si' da garantire una entita’ autonoma ma con spirito non terricolo bensi’ talassico (piu' che mai Schmitt) per scegliersi sempre una base operativa in grado di mantenere quella supremazia non territoriale, non militare, ma marittima e quindi continuare ad esercitare il potere commerciale. Non e’ quindi un caso che tutti i principali protagonisti della rivoluzione americana, sia dalla parte dei ribelli che da parte del governo inglese fossero dei conclamati massoni a cominciare da Washington ed anche dal famoso Marchese Lafayette, generale sia dell’esercito dei ribelli americani che successivamente della Francia rivoluzionaria. E lo stesso vale per tutti indiscriminatamente i protagonisti della rivoluzione in Francia: Lafayette, Marat, Danton, Robespierre. Saint Just, Barrat, Carnot, tutti framassoni a prescindere dalle idee politiche di destra o sinistra secondo la pseudo differenza che deve proprio al periodo della Rivoluzione la ben nota differenziazione nominalistica. Viene quindi da chiedersi, stante questa pronunciata presenza massone (anche la celeberrima presa della Bastiglia difatti fu guidata da drappelli guidati da noti massoni) se l’Inghilterra non ci abbia messo lo zampino sia nella sua preparazione che nella sua realizzazione, ovviamente l’Inghilterra tramite il suo braccio operativo della Massoneria che, proprio in virtu’ di questi due eventi che fanno seguito alla Rivoluzione Industriale, piu’ che un braccio abbia assunto il ruolo della mente. Si obiettera’ “ma come?” l’inghilterra nemica irriducibile di Napoleone, che addirittura sta dietro la rivoluzione francese? Suvvia….” Attenzione signori perche’ anche il Generale Napoleone Buonaparte fu originariamente affiliato alla Massoneria, anche per compiacere il suo piu’ indefesso padrino ovvero quel Paul Barras, che lo aveva favorito agli inizi della carriera a Tolone promuovendolo da capitano a Generale e quale membro piu’ influente del Direttorio non solo nominato qualche anno dopo comandante dell’armata d’italia, ma gonfiate in maniera abnorme le sue battaglie, era stato il vero creatore del mito del nuovo genio militare.Solo che Napoleone una volta raggiunte le inusitate e insperate vette della sua, diciamo un po’ fortuna, un po’ opportunismo, indubbiamente una certa scaltrezza, come aveva prontamente scaricato Barras, così aveva preso le distanze dalla massoneria e quindi anche dagli inglesi che anzi erano divenuti i suoi peggiori nemici. E’ successo spesso nella storia, che personaggi partiti da un certo contesto, lo abbiano poi abbandonato ed anzi si siano rivelati i piu’ strenui avversari di tale loro contesto: così ad esempio il principe Eugenio di Savoia che aveva chiesto un incarico da Generale a Luigi XIV e non avendolo ottenuto era divenuto il suo grande nemico, prendendosi anche la soddisfazione di sconfiggerne spesso i suoi eserciti così Benito Mussolini che partito da socialista massimalista e barricadiero era divenuto il Duce del fascismo e quindi il persecutore di tutta la sinistra, così perfino John Fitzgerald Kennedy dal pieno appoggio della mafia anche per la sua elezione, si era talmente emancipato da tale influenza, che per impedirne ulteriori ritorsioni la grande mafia statunitense (Carlos Marcello, Santo Trafficante, Sam Giancana, etc.) si era vista costretta a ucciderlo. La massoneria, e dietro di essa l’intero Paese dell’Inghilterra sempre piu’ asservito in ogni sua manifestazione al dio denaro, al commercio, al mercato e quindi all’elemento mare, entrambi sempre dietro ai disordini, alle sommosse, ad ogni piu’ piccolo turbamento dello “statu quo” di ogni singolo paese dell’europa continentale: Austria, nei suoi diversi domini, ma anche nel cuore della sua capitale, Regno delle Due Sicilie, financo nell’insignificante Regno di Sardegna, stimolando con tanto di generosi finanziamenti da parte di uno della piu’ potente famiglia massone i Rotschild, a intervenire a favore degli insorti di Milano e dichiarare guerra all’Austria. Lo si sara’ capito, siamo nel turbolento 1848, le feste per i bottegai cominciano in Sicilia nel gennaio e continuano per tutto l’anno a Milano, a Brescia, a Praga, a Budapest e come si e’ detto, nella stessa capitale dell’Impero Asburgico Vienna, con strascichi anche nell’anno successivo. Strascichi che per fortuna sono stati tutti ricomposti e le rivolte tutte sedate. Sembra una sconfitta per le forze di mare ovvero i bottegai e i loro garzoni, pero’ sono riuscite nel colpo piu’ grosso e piu’ saturo di implicazioni : l’ allontanamento del principe di Metternich, il garante di trenta e piu’ anni di pace e di tutta terricola, senza bisogno di andare a ricercare astrusi mercati e un commercio che in verita’ alimenta piu’ che altro se stesso. E’ vero che il grande statista era alquanto invecchiato (75 anni) ma la sua perdita, si fara’ inesorabilmente sentire di li’ a poco, quando contando sulla pochezza dei successori di Metternich e sulla giovane eta’ e quindi inesperienza del nuovo imperatore Franz Joseph (diciott’anni al momento dell’ascesa al trono nel dicembre 1848), ancora una volta Inghilterra e Massoneria erano riuscite a seminare zizzania tra i Paesi Europei convincendo il borioso nipote di Napoleone Luigi Napoleone autonominatosi anche lui imperatore, a impegnarsi in guerra contro Turchia e Russia per il possesso della Crimea e finendo anche per coinvolgere l’altrettanto velleitario Regno di Sardegna tramite il proprio Capo del Governo il Conte Camillo Benso di Cavour ovviamente fra massone anche lui e particolarmente asservito alla casa Rotschild, con la promessa di favorirne le ambizioni di sottrarre all'Austria il possesso dei territori dell'alta Italia Lombardia e Veneto.La accennata inesperienza del giovane Imperatore austriaco, tra l’altro, proprio nel periodo piu’ acuto del conflitto per la Crimea, infiammato dalla passione di un romantico amore (per la famosa Sissi), e la assoluta incapacita’ dei governanti imperiali, portera’ anche l’Austria dalla parte di Inghilterra, Francia e Piemonte finendo per mettersi contro l’altro grande impero di terra del continente difatti lo Zar di Russia infuriato per il mancato appoggio dell’Austria, che lui non aveva mancato di dare nel ’49 contro i ribelli Ungheresi, passera’ inesorabilmente dalla parte delle potenze succubi dell’Inghilterra e questo non solo non aiutando l’Austria contro Francia e Piemonte nella successiva guerra del ’59, ma mantenendo tale antistorica posizione ancora nel 1914 nella apocalisse della Grande Guerra. Come e' oramai noto anche tutto il nostro Risorgimento e' stato promosso, finanziato e anche condotto dalla bottegaia Inghilterra tramite la sua Massoneria e personaggi affiliati a tale Setta che non a caso, sono stati i principali attori del processo di unita' nazionale Cavour, Mazzini, Garibaldi , la cui famosa e gonfiatissima Spedizione dei Mille, fu interamente finanziata e condotta dalla Massoneria Inglese.Come si vede la bottegaia Inghilterra e la sua emanazione piu' informante la Massoneria, sono state la zizzania d'Europa e con un'ottica un tantino piu' allungata la disgrazia dell'intero pianeta che si e' trovato irretito in una spirale di violenza e mercimonio che ancora oggi ne costituiscono come una ragnatela
sembra una modalità di coniugazione spazio/temporale laddove ci si muove tra futuro anteriore e calcolo infinitesimale ove limiti, derivate e integrali sono proiezioni di numeri negativi (ovvero numeri immaginari)
mercoledì 23 ottobre 2024
sabato 19 ottobre 2024
ESTREMISTA E' SOLO IL CENTRO! DESTRA E SINISTRA, NO!
Hanno ragione sia De Benoist che Preve dalle loro rispettive originarie posizioni di destra e sinistra quando sanciscono che: “ quello che proprio non ha piu’ senso e’ uno scenario dicotomico Destra/Sinistra”: Ne’ e ‘ ipotizzabile per ciascuno dei due schieramenti, che poi schieramenti non sono stati ne’ ora, ne mai, distinguere quel qualcosa di dirompente tanto da poter innescare una “rivoluzione scientifica” secondo il senso dato a tale espressione dall’epistemologo Thomas Kuhn. Le rivoluzioni da esse innescate sono semmai quelle alquanto contraddittorie e/o risibili, tipo la massonica rivoluzione francese o quella da operetta delle Camicie nere fasciste, ed anche quella pilotata dallo Stato Maggiore Germanico di Lenin e dei suoi bolscevichi, per non parlare della democraticissima affermazione del Nazionalsocialismo di Hitler. La verita’ e’ che noi oggi uomini cosidetti post moderni, siamo ancora legati allo scenario costituitosi dopo la seconda guerra mondiale che con le pseudo grandi rivoluzioni e anche con quelle in forma sussidiaria (tipo il Messico di Pancho Villa, la Spagna falangista, la Cina di Mao Tze Tung, la Cuba di Fidel Castro piu’ i vari colpetti di stato in Argentina, in Grecia, a Cuba, in Cile e endemicamente in quasi tutti i paesi d’Africa e del Sud America) ha stabilito una sorta di equazione differenziale dove come il barone di Munchausen che non poteva salire in cielo tirandosi per il suo codino della parrucca, non possiamo piu’ tirarci fuori, ma siamo presi dai suoi elementi non riuscendo piu’ a distinguere tra numeri reali e numeri immaginari Fantasia o realta’ ? ecco lo scenario che si apre nel terzo millennio, o forse piu’ verosimilmente solo menzogna e manipolazione da parte di una piccola entita’ a svantaggio dei molti. Nel corso di questi ultimi vent’anni, dice De Benoist (nominalmente da destra quindi) che la sinistra ha aderito senza problemi e a volte anche con volenteroso entusiasmo al modello capitalistico del mercato, di origine e tendenza anglosassone e statunitense, quindi paradossalmente si e’ avuta una politica di destra economica, ma condotta da uomini di sinistra. Una evoluzione che non e’ poi così apocalittica e soprattutto ha ben poco del “tradimento” di ideologia, ma rientra a tutto tondo nelle premesse della diciamo così prassi, ma anche pensiero della sinistra il cui peccato originario e’ quello di avere sempre accettato i termini del dibattito della mentalita’ anglosassone e statunitense che potremmo anche definire sommariamente “bottegaia”. Se tu accetti come referente universale il denaro, il commercio e giustappunto il mercato con il suo unico valore che e’ il valore di scambio, e’ inevitabile che alla fine finisci per convenire sulle regole del gioco. Diciamo che siamo al cospetto di una confusione di cui arriva a concorrere anche la Destra che sempre paradossalmente si trova, perlomeno in una accezione piu’ filosofica (Guenon, Evola, Heidegger, Pound e giustappunto un De Benoist o anche un Dugin) , a rappresentare una critica feroce di quel capitalismo e mentalita’ bottegaia, che invece la sua prassi ordinaria medio e piccolo borghese si trova a condividere con fervore. Evoluzione quindi che non ha niente del tradimento, niente di ideologico, ma ha un carattere piu’ globale e sistemico nel senso che si e’ andato costituendo, appunto in questi anni del terzo millennio, un “estremismo del centro” governato dal pensiero unico e dal politicamente corretto, che portano ad un buonismo di maniera, caratterizzato dal fatto che tutto, ma proprio tutto e’ intercambiale, eh si ! anche Destra e Sinistra. D'altronde "pensiero unico" e "politicamente corretto" sono una cosa sola dice sempre De Benoist "il pensiero unico e' l'aspetto di destra di una unita' organica , mentre il "politicamente corretto" ne e' l'aspetto di sinistra , che poi i rispettivi attori di questa complementarieta' non se ne accorgano, e' solo un modesto episodio della storia delle ideologie. Per quanto riguarda il passato la dicotomia Destra/Sinistra ha significato qualcosa di reale per duecento anni (1789-1989) sia pure, abbiamo notato , spesso e volentieri contaminata da uno spregiudicato uso del registro immaginario, da parte delle classi di potere, vincitrici della tenzone alquanto Schmittiana tra potenze di Terra e potenze di Mare in una accezione tutta economicacommerciale e cioe' di trionfo bottegaio con Inghilterra e suo prolungamento Statunitense (il famoso "la storia la fanno i vincitori a discapito dei vinti, così' John Waine che non ha fatto un giorno di militare diventa il prode dei prodi, i Marines "il corpo degli eroi" tutto e' manipolato, tutto e' per finta, tutto e' recitare una parte : prima il mondo come una bottega, poi il mondo come dilatazione di Hollywood).
domenica 29 settembre 2024
NIETZSCHE E JAYNES : LA COSCIENZA GIOVANE
Nietzsche e' del pensiero umano un sorta di Nostradamus: le sue previsioni non hanno neppure l'ambigua incertezza delle sestine del famoso indovino, eccolo infatti dire la sua sulla coscienza "La coscienza è l'ultimo e più tardo sviluppo dell'organico e di conseguenza anche il più incompiuto e il più depotenziato. Si pensa che qui sia il nocciolo dell'essere umano: ciò che di esso è durevole, eterno, ultimo, assolutamente originario! Si considera la coscienza una stabile grandezza data! Si negano il suo sviluppo, le sue intermittenze! La si intende come unità dell'organismo! Questa ridicola sopravvalutazione, questo travisamento della coscienza hanno come corollario un grande vantaggio, consistente nel fatto che con ciò è stato impedito un troppo celere perfezionarsi della medesima. Perchè gli uomini ritenevano di possedere già la coscienza, si sono dati scarsa premura per acquistarla, e anche oggi le cose non stanno diversamente!" . In questo passo sembra, non solo anticipare Freud e l'inconscio, cosa che prima di lui avevano fatto in parecchi, Cervantes, Poe, Melville, ma addirittura delineare chiaramente Julian Jaynes e la sua mente bicamerale e quindi porre l'origine della coscienza molto ma molto più ravvicinata in quanto derivata del linguaggio e a questo posteriore (grosso modo tremila anni fa o giù di là). Ci pensi alla sconvolgente affermazione “La coscienza e’ posteriore al linguaggio” quante incredibili conseguenze determina nella nostra cultura e persino civilta’? significa ammettere che l’uomo ha fatto tutta una serie di cose, dal costruire paesi, citta’, monumenti, realizzare diverse civilta’, fare guerre, il tutto, senza esserne cosciente, ma semplicemente facendo leva su di un altro meccanismo neuronale, uno appunto non derivato dal linguaggio, ma su qualcos’altro. Beh e’ notorio che c’è stato un certo signor Freud che ha dato il nome a questo “qualcos’altro” perfettamente biologico, denominandolo “inconscio”. Ma e’ anche vero che da tempo immemorabile l’uomo ha sempre avvertito questo “esser-ci”- altro, molto molto prima di Freud e anche di Heidegger cui quel “ci” ha dato comunanza all’essere, e alquanto piu’ poeticamente l’aveva chiamato “eta’ dell’oro” Una età dell’oro, una denominazione comune un po’ a tutte le civilta’ del passato la cui peculiarita’ era quella di essere caratterizzata da voci ? Voci allucinatorie tout court identificate con le voci degli dei, anzi l’unica modalità di manifestazione di non meglio precisati dei. E per quanto tempo durarono queste voci, per quanto tempo questi dei abitarono qui sulla terra ? Di certo assai più dei tremila anni scarsi della coscienza, stante la sua dipendenza dal linguaggio articolato, diciamo una temporalità indefinita, fatta di decine, centinaia di migliaia di anni, chi può dirlo, mancante l’elemento di trascrizione di una data esperienza? Mancando quell’analogo-io in grado di mettere in situazione se’ stesso con uno scritto? Ecco che qui entra in gioco un pensatore piu’ recente di Freud o di Heidegger, un pensatore a noi contemporaneo che nel 1976 scrisse un saggio di fondamentale importanza “il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza" giustappunto il sopracitato Julian Jaynes. Cosa significa mente bicamerale?Significa un cervello ben distinto nelle sue funzioni: una funzione pratica adattiva per sbrigare le faccende del quotidiano con una certa rispondenza fondata sulla condensazione di un significato acquisito che prendeva in esame la modalita’ comunicativa degli esseri umani, quella appunto di un linguaggio articolato , in grado cioe’ di comprendere sempre piu’ dati e trasmetterli al proprio simile, quindi un codice metaforico un “cosa e’ questo?.... beh e’ come quest’altro….” Metafora e’ parola greca e significa letteralmente “portare nei pressi, nell’intorno“. avvicinare un significato ad un altro per effetto di rassomiglianza. Tale funzione eminentemente metaforica quindi si allocava nell’emisfero sinistro del cervello con tanto di specializzazioni nelle varie aree (Broka, Vernicke, etc). significa pero’ anche una diversa parte allocata nell’emisfero opposto dello steso cervello, preposta ad una funzione assai differente : sfruttare l’esperienza acquisita del singolo, del gruppo e trasmetterla alla comunita’ non per condensazione, non metaforicamente ma per spostamento, per trascinamento di quel significato letterale correlato ad un oggetto, che va anche caricandosi di tutta una serie di implicazioni correlate all’essere in una certa situazione e quindi, secondo la teoria di De Saussure diventa “significante”, una operazione che la retorica linguistica indica con il nome di metonimia e che resta compresa appunto dal meccanismo di trascinamento di significante quale puo’ essere una composita esperienza a fronte di un determinato evento di tipo eccezionale (l’attacco di una belva feroce, una alluvione, un incendio, altri tipi di eventi piu’ o meno naturali. Una mente bicamerale quale quella descritta da Jaynes può in effetti essere durata centinaia di migliaia di anni e lo stesso può dirsi se un tale paradigma viene applicato e adattato ad un qualcosa di così misterioso, così fumoso, per nulla documentato come la prima Era della Umanità quella dell’oro , quella degli dei, della quale non ci rimangono che illazioni e una forma comune a tutte le culture, di larvata nostalgia , quel “perché gli dei non ci parlano più?” Come dovettero essere tali voci, abbiamo detto, o meglio ci ha detto esaurientemente Jaynes nel suo saggio – stress, situazioni nuove, adattamento all’ambiente , modalità non discutibile della comunicazione auditiva, etc’- semmai , è il caso di andare a scoprire che fine abbiano fatto tutte queste voci, una volta che l’emisfero sinistro del cervello ha costruito quell’analogo io che ha consentito di mettere l’individuo “in situazione” e narratizzare la sua presenza e quindi di quelle prescrizioni non ha alcun bisogno? Sembrerebbe avallata l’ipotesi di zona muta, se difatti una voce non ha più nulla da indicare a livello comportamentale, a cosa serve l’emisfero destro? a niente! è un emisfero del tutto superfluo in quanto le zone corrispondenti a quelle del linguaggio articolato non rivestono più alcuna utilità. Così sembrerebbe se utilizziamo il referente della singola eventualità comportamentale, ma cosa succede se prendiamo in esame un qualcosa di molto più generalizzato? cosa succede se ci focalizziamo sul “desiderio” che della vita ne costituisce l’essenza? Succede che viene investito qualcosa di molto più complesso e articolato di una singola evenienza; la modalità allucinatoria delle parti dell’emisfero destro del cervello, preposte alle suggestioni/comandamenti, in correlazione a quella costruzione di analogo io, perde quella funzione di rapporto tra i due emisferi e si precisa in un qualcosa che assume una essenza a sè stante, quella appunto che informa il desiderio, tutto il desiderio come correlato sempre presente fin dall’apparizione dell’uomo e di quel suo distacco dallo stato animale, che attenzione non è la coscienza, ovvero l’analogo io, è un qualcosa che sta localizzata nell’emisfero destro che esaurita la sua funzione allucinatoria/prescrittiva, la evolve in una generalizzazione di quello che da sempre ha rappresentato l’istanza della presenza dell’uomo sulla terra, una sorta di pieno ritorno a quel “de-sidera” ovvero quel “venire dalle stelle”.Un’entità più o meno misteriosa, certamente ancora sconosciuta, che ha rappresentato l’inizio della vita, ovvero, come dice Freud in Al di là del principio del piacere, un turbamento in un qualcosa di preesistente alla sua apparizione, ovvero una fenomenologia irrelata dove è presente un corpo turbato (il pianeta, terra, lo stato inanimato) che tende incessantemente a ritornare nello stato precedente a tale turbamento e un corpo turbante (l’apparire della vita, non insita allo stato inanimato, ma proveniente da altrove) che ha invece una duplice istanza : quella di permanere nel proprio stato a tutti i costi (il famoso “la vita ama la vita), ma anche quella di tornare anch’essa da dove è venuta, una nostalgia, direbbe Freud “una coazione a ripetere” ovvero da altrove , lo spazio, il cielo...le stelle... e quindi ri-tornare tra le stelle (de-sidera). Della reazione della prima entità, la terra, che potremmo anche definire totale assoluta indifferenza, ne abbiamo continuamente esaurienti prove: terremoti, inondazioni, mareggiate, eruzioni vulcaniche, sconvolgimenti tellurici, cambiamenti climatici, caldo, freddo, gelo, diciamo che la terra è un ambiente quanto mai inidoneo all’ordine delle volontà e dei disegni umani, mentre per la seconda entità, avendo invece una duplice istanza, quella del permanere e quella del ritornare, si era reso necessario, nell’essere vivente maggiormente evoluto grazie allo sviluppo del suo cervello, suddividere appunto tale cervello in due distinte parti/funzioni, una preposta a tutti i problemi del difficile adattamento ad un ambiente ostile/indifferente, grazie ad uno strumento di aggregazione ovvero il linguaggio articolato che nominasse ogni cosa e provvedesse grazie ad un meccanismo di paragone/condensazione a nominarne sempre di nuove, un’altra invece che doveva giocoforza trovare in una diversa, anzi opposta localizzazione cerebrale, la sua manifestazione: non quella di nominare tutte le cose, ma di trascinarne più che il significato, il significante, ovvero il sentito dire, quindi una metonimia ovvero tutte le possibili eventualità che una certa azione comportasse, applicandovi una sorta di imprimatur rappresentato dalla somma delle esperienze in situazioni simili, che appunto si imponessero come assolute in termini di comportamento. Questi potrebbero essere stati i tempi di dominio degli dei, giustappunto l’età dell’oro, che non ha bisogno di spiegazioni, non ha bisogno di giustificazioni e meno che mai ha bisogno di temporalizzazione: essa si manifesta in sé stessa, giustappunto in una voce, informante nel suo stesso porsi “Va! Fa! Agisci!“ Le voci ovvero le manifestazioni degli dei, ad un certo punto della storia, che non è la banale storia evolutiva delle moderna società umana, questo è un giudizio di merito prettamente umano, si esauriscono per il banalissimo motivo che “non hanno più nulla da dire”, e quindi a quella mente che Jaynes ha denominato bicamerale si sostituisce la coscienza, ovvero quell’analogo Io, che prodottosi nell’emisfero sinistro del cervello, consiste nel mettere in situazione il proprio vissuto senza più aver bisogno di attendere l’allucinazione/prescrizione trasmessa dal corrispondente emisfero destro e che il gruppo, la socialità, l’evolversi della civiltà aveva arbitrariamente attribuito agli dei. L’evoluzione del linguaggio una volta consentito che tramite un analogo che aveva fatto di se’ stesso, l’uomo fosse in grado di mettere se’ stesso in relazione agli eventi, non abbisognava più delle antiche voci ammonitorie e prescrittive di fantomatici dei, e torna quindi imperiosa la domanda : che fine hanno fatto tali voci e più specificamente che fine ha fatto tutta una parte del cervello che per millenni e’ stata preposta a tale compito? Come anzidetto non si tratta di un banale giudizio di merito o demerito , di valore o di non valore, quale l’uomo, specie da Platone in poi con la sua invenzione del concetto (un uno che sta per molti) ha applicato praticamente ad ogni suo scibile, si tratta della stratificazione della tradizione, un qualcosa di eminentemente simbolico che non cataloga, non elenca, non giudica , e che noi in questa sede denominiamo inconscio una funzione vestigiale che non si è estinta, non è diventata un’area muta del cervello come vorrebbero ipotesi scientiste, ma semmai diciamo che si è andata ad occupare di un qualcosa di molto più generale, insita in quella seconda istanza che abbiamo visto appartenere all’elemento turbatore, ovvero assolte, diciamo al meglio o perlomeno autonomamente, le funzioni di adattamento ad un ambiente ostile o indifferente, quindi di condensazione della propria permanenza, si è andata ad occupare del trascinamento di quell’eterno ritorno nei dettami del desiderio, ovvero quel “de-sidera” che non si contenta di un semplice elenco con termini sempre nuovi, ma vuole il senso di quel suo operare in un contesto che non lo conosce, che lo avversa, che lo opprime e contro il quale deve sempre lottare: vuole ritrovare la sua più profonda essenza, quella che solo il ritorno da dove è venuto può forse spiegare e giustificare.Così se il “crollo della mente bicamerale”, prospettato tanto brillantemente da Jaynes ingenera giocoforza una “origine della coscienza” per logica associazione dovremo asserire che ingenera altresì una “ORIGINE DELL’INCONSCIO” Ammessa così una origine non solo della coscienza, ma anche dell’inconscio, Il desiderio non è più un singolo evento circoscritto e limitato da risolvere previa una voce allucinatoria e strettamente contingente, ma diviene il desiderio in senso lato, quello originario all’apparire della vita e del turbamento ingeneratosi nell’ambiente; ovvero è l’intera vicenda del genere umano che pervenuto al linguaggio ha specializzato tale strumento fino a coprire praticamente tutti o quasi i conflitti di attribuzione delle cose del mondo circostante, ha piegato il mondo ad una sua capillare nominalizzazione, ma ha tralasciato tutto quello che faceva parte del desiderio della sua stessa essenza, non solo adattarsi all’ambiente con la sua vita, con il suo “esser-ci” e quindi una condensazione/permanenza, ma anche fare ritorno da dove era venuta e quindi tornare intorno alle stelle (de-sidera) ovvero trascinare un significante nei meandri del proprio desiderio, non prendendo più in esame una singola conflittualità, ma il conflitto in sè: l’essere qui gettato in un mondo che non ci conosce e che ci osteggia con la sua totale indifferenza: insomma le eterne domande del genere umano ”chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo?”, che da tempo immemorabile sono sprofondate in una diversa accezione del linguaggio articolato, prerogativa di sciamani, auguri, indovini, ma anche artisti, poeti, musicisti, filosofi, e negli ultimi secoli anche studiosi, fisici, pensatori, che hanno costruito un linguaggio parallelo e alternativo a quello della cosidetta logica e che uno di questi ne ha individuato la struttura profonda e metodologica del suo manifestarsi, e qui facciamo ritorno a Sigmund Freud, che gli ha dato il nome di “INCONSCIO” e che noi in questa sede azzardiamo che, come la coscienza ha anche esso una origine e questa origine può benissimo trovare, come in un ulteriore estremo integrale sui cammini, una sua spazialità ed una sua temporalità del tutto indefinita si ma anche coincidente con tutto quello che l’uomo ha considerato comedesiderio e che non ha i dettami della localizzazione (vedi la fisica quantistica e la teoria degli insiemi ) e neppure della banale evoluzione a linea diretta da uno stato primitivo ad uno di cosidetto progresso, ma piuttosto la spezzata a zig e zag del ritorno, la teoria dell'eterno ritorno dell'identico nuovamente di Nietzsche che diviene il mito dell’eterno ritorno in Mircea Eliade, ma supposto dalle infinite voci della tradizione, un ritorno all'Eta' dell'Oro
sabato 7 settembre 2024
INDUGI RIFLESSI
"Dovremmo sempre indugiare sulla riflessione" ; lo diceva soprattutto Lacan che sull’oggetto concreto, il mezzo con il quale otteniamo la immagine della riflessione, ovvero lo specchio, ha fatto, per sua stessa ammissione l’ingresso nel mondo della psicoanalisi “ho fatto il mio ingresso nella psicoanalisi con uno scopino…”(si ha detto proprio così: uno scopino) “che si chiama stadio dello specchio” Nel l936, difatti nell’ambito del Congresso di Marienbad, Lacan aveva presentato un suo intervento intitolato “Le stade su miroir. Théorie d’un moment structurant et génétique de la constitution de la réalité conçu en relation avec l’expérience et la doctrine psychanalytique” e questo già di per sé rappresentava un tentativo di fare il punto sulle molteplici istanze a proposito della costruzione dell’identità personale, che in quel periodo con Freud ancora vivo, ma messo un po’ da parte nel consesso psicoanalitico per le sua ben nota revisione della teoria della Libido e la scoperta di un istinto o pulsione di morte, era alla ricerca di una qualche nuova concezione che potesse fare da contraltare alla seconda topica dell’inconscio e alle ultime conclusioni freudiane. Lo specchio in quanto luogo della riflessione era appunto uno di questi elementi e questo vale poteva valere anche quando lo specchio non era ancora stato inventato o per permetterselo ci volevano 7 anni di grandi sacrifici economici: la superficie di un ruscello, come ci rende fin troppo edotti Narciso, un vetro opacizzato, un pavimento tirato a…..eh si!!!!… specchio! ….“Specchio delle mie brame…” dice la matrigna di Biancaneve “chi è la più bella del Reame?””Lo specchio “riflette” ma lo fa assai spesso appropriandosi dell’altro significato semantico connesso a tale verbo: riflette si l’immagine, ma anche il pensiero, e quello si sa, va ben oltre quel che appare: gli anni che passano per l’odiosa matrigna e il paragone impietoso con la fresca nipotina, così come la linea del naso nel romanzo di Pirandello “uno, nessuno e centomila” Lo specchio riflette l’immagine, ma anche quello che fa seguito all’immagine, e questo può ingenerare conseguenze inaspettate. Logico e naturale che dello specchio se ne sono occupati in parecchi, trovandoci sempre qualche cosa di ambiguo, di estremamente pericoloso, come Narciso ci ha insegnato e tutto sommato lo stesso Freud sottende quando individua quella famosa e controversissima “pulsione di morte” - cosa c’è dietro l’ultima superficie della riflessione, cosa c’è oltre? Freud è stato il primo che non ha avuto il coraggio di andare quell’oltre: mancando di identificare la morte con la figura di Narciso, ha perduto l'occasione di trovare un ben diverso referente da quel forzato Edipo come estremo soggetto di de-siderio, sicchè le arditissime tesi di Al di là del principio del piacere rimangono sempre un po’ zoppe, claudicanti proprio sul tema cardine del desiderio: Da qui anche il fatto che alla parola “specchio” poeti, romanzieri, filosofi e soprattutto psicoanalisti, abbiano sempre avuto paura di indentrarsi in un sorta di campo minato, dove quello che è, non è sempre quello che sembra e viceversa: massima ambiguità e poliformità non solo di immagine, ma anche di pensiero, di idee, che spesso e volentieri sono parecchio al di là della riflessione. Lacan aveva un po’ aggirato il problema, facendo dello “stadio dello specchio” una sorta di epistemologia metodologica della identità umana, ovvero un qualcosa che consiste nel riconoscimento da parte del bambino nella sua immagine speculare, cosa che grosso modo si verificava nel periodo che va dai sei a diciotto mesi, quindi in un periodo in cui la formazione sia psichica che motoria è ben lungi dall’essersi definita. L’assunzione della propria immagine come propria, provoca nel bambino dice Lacan, uno stato di giubilo, tuttavia, quell’immagine, che nello specchio appare completa e unitaria, è discordante con lo stato d’insufficiente coordinazione motoria che caratterizza l’infanzia in quel periodo, nonché con la non padronanza del linguaggio. Il riconoscimento della propria immagine costituisce una vera e propria identificazione, nel senso che provoca una trasformazione soggettiva. Nella prospettiva di Lacan, la nozione di “stadio dello specchio” non ha niente a che fare con un vero stadio, nel senso di “fase”, né con un vero “specchio”. Lo stadio diventa un’operazione psichica, ontologica, a partire dalla quale si costituisce l’essere umano in un’identificazione In francese, “Io” si può dire Je oppure Moi. Per Lacan, il Je fa riferimento al soggetto dell’inconscio, il Moi, invece, allude all’istanza psichica che si costituisce a livello immaginario; In quanto poi alla gioia giubilatoria con cui il bambino riconosce l’immagine riflessa come sua, Lacan pone l’accento su questa illusione di completezza e unità, che non ha effettivi riscontri sulla realtà, e dice la famosa frase “”lo specchio dovrebbe attendere un tantino, prima di riflettere” perché come ci insegnano anche i più antichi testi dell’umanità, l’Iliade in primis, la originaria percezione che l’uomo ha di se stesso è divisa per parti e non unitaria “il piè veloce Achille, Atena dalle bianche braccia, il ceruleo occhio di Afrodite, financo il multiforme ingegno di Odisseo; quindi costituito in questo modo, l’Io è, di fatto, la sede di un misconoscimento, poiché l’immagine che lo specchio rimanda dà l’illusione di unità e di padronanza, ma di fatto ’Io si costituisce fin dall’inizio come identificazione di un Io ideale e come ceppo di tutte le successive identificazioni secondarie. Si capisce da queste succinte note, che tipo di importanza abbia lo specchio a livello psichico e anche comportamentale, tanto da poter essere considerato come un punto di inizio della struttura soggettiva di ciascuno di noi, non aliena però da problematiche legate appunto sia alla riflessione che all’identificazione, sicchè si fa ritorno sia a Biancaneve, che al naso di Pirandello e ben presto si passa ad investire non solo la struttura soggettiva, ma anche quella delle relazioni interpersonali, e questo anche nell’arte più moderna il cinema, che sullo specchio gioca molteplici dei suoi registri, dal sequel di spazi interni nel film di Resnais “l’anno scorso a Marienbad” forse solo casualmente con accenno al luogo dove la teoria di Lacan venne la prima volta enunciata o addirittura citato espressamente già dal titolo “come in uno specchio” dal grande Ingmar Bergman.Psicoanalisi, Il cinema e anche tutte le altre arti, sono tutte in qualche modo coinvolte nella definizione dello specchio, che quindi non è solo una fase, sia pure della rilevanza di quella quasi dell’inizio, ma investe tutto il nostro essere nelle varie sequenze della vita e soprattutto si pone a ultimo diaframma della morte andando a coincidere col desiderio
mercoledì 14 agosto 2024
VIGNETTE E DICERIE
Nel mio ultimo articolo su questo blog ho avuto modo di ripensare ad una vecchia vignetta di Forattini su Berlinguer che esprimeva alla grande la sostanziale ipocrisia di tale personaggio che oggi e' osannato dal popolo della sinistra come una specie di luminare. Luminare di che cosa, proprio non si riesce a capire in quanto come politico e direttore del suo partito non ha fatto altro che collezionare insuccessi e fallimenti a ripetizione (compromesso storico, Eurocomunismo, Sviluppo sostenibile, Austerita' e chi piu' ne ha piu' ne metta) - come uomo era rigido, sgraziato, palesemente presuntuoso e intollerante, frustrato e invidioso, quasi uno specchio dell'ideologia del suo partito, che come la storia ha dimostrato sono sempre i refusi di altre classi sociali che riversano tutta la loro rabbia e desiderio di distinguersi su una ideologia buonista e falsamente misericordiosa, facendone una sorta di missione: questo a cominciare da Paolo di Tarso a seguire ai vari convertiti Elena la madre di Costantino, san Francesco, Torquemada, Philippe Egalite', Engels, e piu' recentemente Feltrinelli .Lui Berlinguer era oggetto di feroci vignette e anche prese in giro come quelle di Noschese che sottolineavano questo carattere decisamente represso e invidioso, dipingendolo come un menagramo, magro, macilento, spiritato cogli occhi infossati che seguiva il carro dei vari Andreotti, Cossiga, Craxi canticchiando la canzoncina di Jannacci "vengo anche io " dove era sotteso il Governo, e ricevendone l'immancabile risposta del ritornello "No, tu no!" la vignetta con le pantofole l'ho trovata sul web, ma lo schetch no! sembra sia stata cancellata. Sono pochi i politici che sono riuscito a digerire da quando e' iniziata la Repubblica . Mi piaceva molto Ferruccio Parri che era stato il primo Capo del Governo del dopoguerra ancora in epoca monarchica, pur essendo di sinistra e con una ideologia del tutto opposta alla mia , come d'altronde mi piacevano tutti gli esponenti del Partito d'Azione (oltre Parri, Calamandrei, La Malfa, Bauer, Lussu e perfino Federico Caffe' il grande economista keynesiano che fu sottosegretario del Ministro Ruini nel Governo Parri) . Gli e' che io rispetto gli avversari, quando sono leali e uomini d'onore così anni dopo apprezzai molto Sandro Pertini, ma forse il politico che ha avuto il mio maggiore plauso e' stato Cesare Merzagora. Non amavo molto Bettino Craxi , lo consideravo davvero un po' Ghino di Tacco il Brigante a cui spesso veniva accostato e anche un po' Mussolini come lo ritraeva abitualmente Forattini con tanto di stivaloni e pose statuarie, e dato che neppure per Mussolini ho mai avuto questa grande stima, non posso dire che il capo del PSI abbia mai incontrato il mio favore. al contrario riponevo piuttosto fiducia in Claudio Martelli che forse ha rappresentato per tutta una serie di circostanze piu' o meno intenzionali, piu' o meno fortuite , un vistoso mancato nella storia della Repubblica, una storia che avrebbe potuto essere migliore. Non un solo esponente della Democrazia Cristiana ha avuto il benche' minimo riscontro nella mia schiera di politici illustri : forse mi divertiva un po' Andreotti per quel suo aspetto caricaturale, la gobba, le orecchie a punta, le mani giunte, tant'è che lo distinguo poco e dalle vignette (sempre di Forattini) ed anche dal film di Sorrentino Il Divo nell'interpretazione che di lui ne diede Tony Servillo. Passiamo quindi agli esponenti della Destra in primis il piu' famoso di tutti Giorgio Almirante che avevo conosciuto personalmente nel lontano 1963 : ebbene si non mi dispiaceva , ma niente di che, lo trovavo un po' troppo affettato, molto forse troppo educato e accomodante, diciamo che nel lontano 1963 avevo anche conosciuto personalmente Pino Rauti e lui si lo trovavo molto piu' rispondente ai miei canoni di merito e di valore,pero' lo ammetto ero forse troppo influenzato dalla enorme figura culturale di Julius Evola, che come filosofo, non per dare ragione a Hegel, superava alla grande qualsivoglia politico. Stesso discorso per Gianfranco Fini anche lui conosciuto personalmente anni dopo negli anni novanta quando concorreva alla carica di sindaco di Roma in contrasto con Rutelli, non repulsione, ma molta molta sufficienza striminzita il canonico "sei meno meno" Ecco ho appena menzionato Francesco Rutelli, con lui comincia la serie degli antipaticissimi, per non dire odiosi, un vero e proprio modello che ha fatto scuola : gli azzimatini e inconsistenti politicucci di fine secolo e di inizio millennio : i Letta, i D'Alema, i Renzi, fino allo scempio piu' assoluto dei Di Maio, Conte, Speranza conditi da veri e propri tromboni tenuti assieme da non si sa quale alchimia di collusione tra politica e economia i Prodi, i Ciampi, i Napolitano e a tutt'oggi il Mattarella Presidente della Repubblica. Non voglio neppure citare gli ultimi regurgiti di tale genia: la Schlein, Calenda, e ancora un Renzi che tenta sempre di fondare nuovi partiti e cercare alleanze o una Giorgia Meloni che promette bene stravincendo le elezioni nel 2022, ma poi fa marcia indietro su tutte le sue asserzioni e posizioni (dice il dialetto siciliano "se la rifardia" ) e si abbraccia con Biden, Zelensky, va a braccetto con Bill Gates e si fa fotografare persino con un Kissinger centenario poco prima della sua dipartita . Si dice "di tutti disse male forche' di Cristo, scusandosi col dir non lo conosco" Eh gia' ma io Belusconi lo conosco bene e come mai in questo inciso non ne ho parlato? Ho plaudito e addirittura esultato con enorme soddisfazione alla sua recente dedica dell'aeroporto di Milano Malpensa, piu' che altro pero', lo ammetto, divertito nel vedere la plateale "rosicata" di tutto il popolo della sinistra e comunque va da dire che io Berlusconi come politico non solo non ce l'ho visto mai, ma proprio non ce la faccio a considerarlo tale. Per me rimane l'imprenditore un po' piazzista di Milano 2, il padrone delle televisioni private, il trionfale Presidente del Milan, ma con la politica proprio niente a che spartire .Per carità divertente fino alle lacrime con le sue barzellette, i suoi slogan, i bunga bunga, persino la canzoncina davvero troppa "per fortuna che Silvio c'e' - sempre davvero troppo, ridondante , traboccante, un po' manigoldo, un po' birbante, sempre comunque divertente, indubbiamente sempre sopra le righe e per questo il suo posto nella storia l'ha conquistato eccome, per aver dato alla politica che con l'inizio di questo terzo millennio ha assunto le vesti di una tragica farsa, un aspetto meno truculento, un po' alla Trimalcione, un banchetto tipo grande abbuffata (come la vuoi chiamare il consesso della nostra attuale classe politica?) di cui non vanno dimenticati i risvolti comici, a volte esilaranti. Riassumendo non mi spiego proprio il motivo di una esaltazione oggi, sia pure limitata ai faziosi della sinistra, della figura di Berlinguer, una persona che come ho detto ha collezionato solo insuccessi e fallimenti mostrando una insipienza politica che ha dei paralleli solo con i peggiori politici della nostra storia. Debbo ammettere pero' che aveva una cosa che lo contraddistingueva : un certo decoro, che tutto sommato anche se velato di melanconia e un aspetto da menagramomanca del tutto ai nostri odierni politici, perlomeno dai tempi di Prodi e ci metto anche Berlusconi. Un decoro esteriore, direi un po' di rappresentanza, che pero' all'epoca avevano grosso modo tutti Moro, Craxi, La Malfa, Cossiga, Almirante, etc. quindi niente di rilevante, o all'epoca da costituire una differenza, tant'è che un giorno incrociandolo in via Arrivabene a Roma dove abitava mio padre, questi assieme alla sua seconda moglie Anna Zingaretti, entrambi comunisti e suoi estimatori, si precipitò a stringergli calorosamente la mano ." E tu ?" mi fece subito dopo "perche' sei rimasto li' impalato e non gli hai stretto la mano?" "A chi?" "Come a chi" gli fece eco Anna "A Berlinguer no!?" "Io stringere la mano a quell'anima trista?? Miei cari , io ho stretto la mano a Julius Evola, a Junio Valerio Borghese, a Pino Rauti e a medaglie d'oro come Giuliio Cesare Graziani, Gino Birindelli e Ulisse Igliori, non la vado a stringere ad un comunista con la faccia da menagramo!"
martedì 13 agosto 2024
SPROFUGARE
Devo il termine a Mauro Sartorio, che l’ha usato in un suo video su FB : “sprofugare” cioe’ il netto contrario del “Profugo” e del suo ben noto conflitto, uno dei piu’ famosi codificato da Hamer: la ritenzione dei liquidi che si manifesta a livello renale (quindi ritenzione d’urina) in un problema di correlazione con il territorio, che si riferisce al sentirsi spaesati “un pesce fuor d’acqua” e che rappresenta un programma speciale della natura escogitato grosso modo trecento milioni di anni fa, cioe’ quando l’uomo era ancora un organismo che viveva nell’acqua di mare ed ancora non si era avventurato a conquistare la terra ferma e l’aria. In tale particolare fase evolutiva poteva accadere che una improvvisa emersione di terre o anche una semplice onda, sorprendesse appunto l’organismo vivente lasciandolo inerme e abbandonato in un contesto sfavorevole alla sua sopravvivenza, impedendogli di recuperare l’elemento liquido. Ecco allora che la natura gli rendeva possibili trattenere i liquidi senza disidratarsi e sopravvive vere magari fino all’arrivo di una nuova onda che lo ritrascinasse in mare o magari aspettando l’arrivo della successiva marea. Siccome le cose della vita nella loro logica di programmazione esistenziale non e’ di fondo cambiata, ma si e’ solo adattata a nuovi ambienti, nuovi contesti, nuove situazioni, ancora oggi si reagisce a livello viscerale con questo antico programma speciale e sensato, per dirla coi termini Hameriani, che configurano appunto un vero e proprio conflitto : il sentirsi persi “un pesce fuor d’acqua” appunto, anche se non siamo piu’ in presenza degli elementi primordiali che ne provocarono (oggi potrebbe essere assimilato a quell’onda o a quel flusso avverso di marea, una diagnosi di malattia grave, oppure un incidente debilitante che non ci consente di essere in sintonia col proprio vissuto, con il proprio ambiente, con il proprio territorio, e che quindi come in quell’organismo primordiale ci lascia soli, abbandonati a noi stessi senza piu’ punti di riferimento, come un profugo appunto, da cui il nome scelto da Hamer per questi tipo di fondamentale conflitto dell’esistenza. Ora come osserva Sartorio da dove viene il neologismo “sprofugare”? elementare Watson “dal non sentirsi profughi", anzi il netto contrario, sentirsi a casa, a proprio agio, tranquilli, come dice l’etimologia del verbo abitare che deriva dal sostantivo abito ; sentirsi a casa e’ dove poter deporre l’abito e cioe’ abbandonare tutte le preoccupazioni, tutti i conflitti e potersi finalmente rilassare, in pantofole (eh si proprio come la famosa vignetta di Forattini su Berlinguer), in mutande e anche liberi di fa fluire i nostri liquidi e cioe’ orinare a piacimento, senza impedimenti, senza la preoccupazione di trattenere alcunche’ . Detta in questi termini l’orinare abbondantemente e’ quindi indice di soddisfazione e di tranquillita’ di sentirsi a proprio agio in un determinato ambienti, di sentirsi davvero “a casa” Sono d’accordo con Mauro su tale assunto al quale pero’ mi sento di fare non dico delle obiezioni, ma insomma, delle precisazioni, avendole vissute in prima persona: la prima e’ quella diciamo della medicina ufficiale che sulla base della mia eta’ piuttosto avanzata (superamento della settantina) e di analisi sul funzionamento della prostrata, mi dice che non e’ proprio del tutto normale (meno che mai soddisfacente che tale vocabolo ha ben poco diritto di cittadinanza nella medicina allopatica tradizionale) che io orini frequentemente, specie nelleore notturne, c’e’ poi il fatto della marcatura del territorio da parte degli animali che potrebbe avere qualche correlazione con noi umani in ispecie quando si perviene in nuovi territori, ambienti, case. In tal senso ricordo che quando fui costretto a lasciare l’Italia per l’imperversare delle costrizioni (green pass, museruole, distanziamenti, caffe’ in piedi e non seduti, etc) della farsa pandemica (2021) e mi ritrovati a Tenerife dove indubbiamente le misure erano molto meno invasive, ecco si, specie nei primi tempi, l’andare in bagno per fare pipi’ era diventata una ossessione, anzi diciamola tutta una vera e propria compulsione . Così parimenti per altri posti in cui nel periodo successivo mi sono trovato a frequentare (Andalusia, Romania, Stati Uniti e anche ritorno a casa a Roma, quando la classe politica responsabile delle restrizione era finalmente caduta e rimandata a casa (Conte, Draghi, Renzi e compagnia) con le elezioni del 25 settembre 2022 : sempre questo problema del “pisciarmi – quasi – sotto” Quindi aumento della prostrata o territorialita’ da marcare oppure questa tesi di Sartorio della felicita’ e serenita’ che forse potrebbe spiegare perche’ il problema sembra ancora invariato oggi in merito al perpetuare della compulsione nelle ore notturne – ogni ora debbo alzarmi durante la notte per fare pipi’ - Ovviamente alla fredda diagnosi nosologica preferisco pensare che in realta' o vogliamo dire simbolicamente, nelle ore notturne io mi senta particolarmente soddisfatto del mio rapporto con il sogno e quindi con l'inconscio e per questo, solo per questo, sia indotto ad ogni piccolo risveglio e interruzione della funzione onirica, via regia per l'inconscio, a correre in bagno per fare pipi'
domenica 11 agosto 2024
DUE PAROLE PER LA PSICOANALISI
Due parole bastano due parole, o meglio basterebbero due sole parole per sintetizzare tutto il percorso della psicoanalisi, dagli esordi di fine ottocento e la ratifica del primo anno del secolo con "l'interpretazione dei sogni" fino al capovolgimento epocale della Grande Guerra o meglio della fine della Grande Guerra e il saggio "Al di la' del principio di piacere" … ovviamente siamo in accezione freudiana, ma non freudiana tutta, bensì quella degli ultimi 20 anni di vita del Maestro, antitetica a quella dei precedenti 20 anni fondata sul principio del piacere, e appunto iniziata con un saggetto de 1921 titolato Al di la' del principio di piacere". L’esortazione di Lacan “leggere e rileggersi Freud”, va non solo presa alla lettera, ma se possibile integrata con qualche appuntino, magari per tentare di dire qualcosa fuori dal coro o per puntualizzare qualche passaggio. “Freudiana-mente” dunque! ma quale Freud? Quello canonico, a volte caricaturale, che lo fa apparire come un fissato col sesso, uno che ogni obelisco, ogni guglia equipara all’organo sessuale maschile e ogni cavità, ogni rientranza, ogni fessura, a quello femminile? Per intenderci il Freud della teoria della Libido, il “panta-sesso”? Oppure quest’altro Freud di cui andiamo a fare la conoscenza tramite un breve ma intensissimo saggio e due paroline /chiave, come indicato nel titolo. Il cosidetto immaginario collettivo, e per immaginario collettivo si intende anche una certa opinione generalizzata, un qualcosa che spesso e volentieri si avvale di impressioni violente, ma che a buon bisogno non sono state mai più aggiornate, tipo ad esempio il Girolimoni del mostro di Roma, che forse proprio il film di Damiano Damiani con Manfredi ha avuto il grande merito di cambiare la diceria molto diffusa a Roma di indicare con tale nome tutti quelli che mostravano interesse
verso ragazzini o ragazzine: nel film citato difatti si rende finalmente e forse per la prima volta, che si trattava invece di un marchiano abbaglio fomentato dallo stesso Mussolini che su quel nome, su quel termine “giro” ci aveva intessuto un qualcosa di perverso e quindi era bastato per il canonico “sbatti il mostro in prima pagina” senza che poi, una volta appurato che il signor Gino Girolimoni era platealmente estraneo ad ogni implicazione con gli efferati delitti, si avesse il coraggio di ammettere l’errore. Si è citato un film, un semplice banale film, sufficiente per mutare una opinione sclerotizzata e inesatta, ma per quel che mi risulta, su Freud non c’è stato nessun film, nessuna precisazione di facile presa, e quindi di grande diffusione, che abbia avvertito l’opinione pubblica che quell’immaginario collettivo sulla figura e sul pensiero di Freud andava aggiornato, e aggiornato mica a ieri o l’altro ieri, macchè!!!! addirittura a subito dopo la fine della 1^ guerra mondiale, quando proprio sull’effetto dei traumi e dell’impatto di un simile evento, Freud aveva scritto quel saggio ove anche dal titolo si capisce che intendeva liquidare la teoria della Libido, fondata sul principio dl piacere. Va subito detto che le conclusioni sconvolgenti cui questo breve libello perviene sono di una portata così enorme, che nella stessa psicoanalisi ben pochi furono quelli che ne accettarono le conclusioni. Si ipotizzava infatti, proprio dalla esamina deicosidetti “shock da granata”, cui tutti i reduci in qualche modo soffrivano, un meccanismo psichico particolarissimo la cosidetta “coazione a ripetere” che portava detti reduci non a dimenticare ciò che aveva loro arrecato disagio e sofferenza, come il principio del piacere avrebbe imposto (“l’uomo fugge il dispiacere e cerca sempre il piacere”, aveva sentenziato lo stesso Freud), ma al contrario a ricordarlo ossessivamente, sia consciamente, raccontando mille, milioni di volte l’episodio traumatico, come tutti noi abbiamo avuto modo di verificare se abbiamo avuto modo di frequentare dei reduci di guerra, sia inconsciamente, nei sogni, nelle fantasie. Di tale coazione a ripetere, anche e soprattutto la sofferenza, Freud in quanto medico aveva avuto modo di appurare durante tutto il lungo periodo della guerra e questo lo aveva portato a cominciare a mettere in serio dubbio le sue certezze sul principio del piacere, fino ad essere spettatore, oramai a guerra finita, di un episodio di una banalità quasi disarmante : in visita ad un suo nipotino, aveva visto che questi si entusiasmava in maniera esaltante, gettando un rocchetto oltre la spalliera di un divano sicchè non fosse più visibile e a quel punto si produceva in lamenti accorati, che cessavano solo quando attraverso il filo dello stesso rocchetto lo ritraeva di nuovo a sé, producendo a stretta correlazione con le diverse fasi delle azioni, opportune vocalizzazioni precedute da un “Oooohhh”: la prima “Fort” che andava inteso come“ va via” e la seconda “Da” che invece significava “rieccolo”. Beh ! ragazzi… sono certo che nessuno di noi avrebbe cambiato lo stesso modo di intendere il mondo da una banalità simile, cui a buon bisogno avremo anche assistito tantissime volte, ma nessuno di noi si chiama Sigmund Freud! Solo Freud difatti, da quel giochetto apparentemente banale e da solo quelle due parole "Fort"e "Da" doveva arrivare a dedurre che il bimbo, lanciando il rocchetto lontano da sé, simboleggiava la perdita della madre e, ritraendolo poi attraverso il filo dello stesso rocchetto di nuovo a sé, ne rappresentava il ritorno. Piacere e dispiacere intessuti insieme, non contrastanti, ma un tutt’uno, quindi come logica conseguenza: profonda revisione di tutta la sua precedente teoria della libido fondata sul principio del piacere e individuazione proprio attraverso il meccanismo della coazione a ripetere, di un principio non solo contrastante con il piacere, ma addirittura composito e anzi più potente, che però a questo punto non poteva essere denominato tout court di dispiacere, ma di un qualcosa di molto più profondo e di arcaico, che Freud individuò in una “pulsione di morte” Ovvero proprio in virtù della coazione a ripetere, l’uomo come tutte le cose del creato, tende a voler tornare da dove è venuto, ovvero dal nulla. Per dare maggior corpo a tale teoria Freud trovò correlati col 2° principio della termodinamica (in un sistema chiuso tutte le forze tendono allo stato di quiete) e col fatto che ogni nascita comporta la rottura di uno stato di quiete, quiete che il sistema “turbato” tenderà a ristabilire; la famosa legge dell’entropia, ovvero l’aumento del disordine che potrebbe benissimo venir equiparato alla vita stessa e quindi alla forza che lo anima “Eros” mentre lo stato di quiete cui si tende a ritornare avrà il suo fine nella forza, non-forza, che solo apparentemente èantitetica “Thanatos” una eterna insopprimibile pulsione di morte. Come fatto cenno, questa teoria, sconvolgente fino alla vertigine non solo non è stata mai accreditata nell’immaginario collettivo e generale, ma gli stessi addetti ai lavori, e cioè gli psicoanalisti, fatte salve poche eccezioni (Ferenczi, Melanie Klein, Lacan, Fagioli) l’hanno profondamente avversata, questo soprattutto perché con l’introduzione di una pulsione di morte, per ammissione dello stesso Freud (Analisi terminabile e interminabile) viene meno ogni illusione terapeutica, proprio per l’individuazione nella psiche di un nucleo patogeno fisso, qualcosa che non è possibile mai scaricare per intero, che continua a ripetersi sempre identico a se stesso al di la’ di ogni teleologia vitalistica. Va notato che al di là dei luoghi comuni su Freud, che lo ritraggono ancora come un pantasessista, legato solo al piacere, dal 1920 anno della pubblicazione di Al di là del principio del piacere, fino alla sua morte nel 1939, e quindi per un periodo equivalente a quello in cui aveva diffuso la sua teoria della Libido, mai e poi mai Freud ha messo in discussione la sua teoria della pulsione di morte, sancendo in tal modo l’inguaribilità del disagio psichico e tutto sommato l’inutilità della terapia. Sarebbe pertanto il momento di confrontarci, anche a livello di opinione pubblica, così come tutto sommato vienecodificato in uno dei suoi ultimi saggi "Analisi terminabile e interminabile" con questi secondi vent’anni della sua vita, ricchi peraltro di saggi e teorie, non certo meno profondi di quelli dei primi, facendo leva su di un pensiero e su una teoria che sono l’esatto contrario di quelli del precedente periodo
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