lunedì 5 febbraio 2024

I CAMMINI PER I MOLTI MONDI (WHEELER _ FEYNMAN)

 

Potremmo anche provarci ad andare un po' a zig zag, a mo'  di quell’integrale sui cammini di Feynman che in quanto a infinitesimale di possibilità,  una volta mi fa percorrere il tragitto fino alla galassia di Andromaca e una volta non mi fa superare il tavolino del secretaire dove sto qui sul computer; La rivoluzionaria idea espressa da Feynman nel suo dottorato, ossia l’integrale sui cammini  a cui avrebbe poi dato forma visiva con i celebri diagrammi e che gli valse il premio Nobel, si fondava sulla concezione di una realtà in cui tutte le possibili opzioni possono esistere in contemporanea.  L’ampiezza di probabilità che definisce l’indeterminazione intrinseca di un sistema quantistico fu infatti immaginata da Feynman come l’insieme di tutti i possibili percorsi (“cammini”) che una particella può assumere andando da un punto A a un punto B in un dato lasso di tempo. Tutti quei sentieri,
come nel racconto di Jorge Luis Borges, 
Il giardino dei sentieri che si biforcano, sono reali “in potenza” nel reame quantistico. La formulazione matematica di Feynman prevedeva di tenerne conto nei calcoli. Ecco questo integrale sui cammini entusiasmo' John  Wheeler, un fisico statunitense che si convinse sempre più che quell’idea nascondesse una concezione più profonda della realtà fisica. Il suo allievo Hugh Everett l’approfondì con l’interpretazione a molti mondi della meccanica quantistica (pudicamente ribattezzata, nella sua tesi di dottorato, “formulazione degli stati relativi”).In quella concezione, il giardino dei sentieri che si biforcano diventa reale e ogni singolo cammino della particella assume esistenza fisica in un altro mondo (o universo).  Sulla base di questa idea, Wheeler sviluppò col suo collega Bryce DeWitt l’equazione che porta il loro nome e cerca di descrivere la dinamica dell’intero universo in chiave quantistica: scoprendo che l’equazione di Wheeler-DeWitt non prevedeva la funzione “tempo”, come se l’intero universo fosse congelato in un unico istante, Wheeler concluse che le interpretazioni tradizionali della meccanica quantistica, come quella difesa dal suo maestro Niels Bohr, che assegnano un ruolo essenziale all’osservatore esterno al sistema, erano sbagliate perché se si assume l’intero universo come un sistema quantistico, non può esistere un osservatore esterno a esso (a meno di non prevedere l’esistenza di Dio).   I “molti mondi” di Everett, che fanno a meno di un osservatore esterno al sistema per il passaggio dall’indeterminazione quantistica al determinismo classico, risolvevano il problema, sebbene a prezzo di una continua, infinita scissione della realtà. Eppure, l’universo immaginato da Wheeler non fa a meno dell’osservatore, anzi gli attribuisce un ruolo che nessun altro fisico sarebbe stato disposto ad affidargli, tanto meno Feynman, che davanti a queste idee alzava entrambe le sopracciglia. L’idea di un “universo partecipativo”, una delle più radicali ed eterodosse di Wheeler, presupponeva proprio questo: l’universo è un circuito autoeccitato, in cui l’osservazione retroattiva del suo passato da parte di esseri intelligenti (come si suppone siano gli scienziati e in generale gli esseri umani) ne fornisce le peculiari caratteristiche che osserviamo. Di tutti i cammini possibili, l’universo assume quello in cui la vita intelligente può esistere perché noi esistiamo: il celebre esperimento della scelta ritardata, un esperimento mentale immaginato da Wheeler e poi confermato dagli esperimenti, sembrò dargli ragione. È possibile, sfruttando i paradossi della meccanica quantistica, dimostrare che la scelta di quale cammino intraprendere venga effettuata retroattivamente in base al sistema di rilevamento scelto dallo sperimentatore (l’osservatore). Ma l’osservatore non è un soggetto esterno al mondo. È parte del mondo stesso, partecipa del mondo. Questa convinzione non lo abbandonerà fino alla morte, nel 2008, a 97 anni: “Un tempo pensavamo che il mondo esistesse «là fuori», indipendentemente da noi, gli osservatori, nascosti al riparo di una lastra di vetro spessa trenta centimetri, che ci limitiamo a osservare senza venire coinvolti. Però, nel frattempo siamo giunti alla conclusione che non è così che va il mondo. Piuttosto, dobbiamo rompere il vetro, infilarci lì dentro” .    Beh tutto questo, e le due straordinarie menti di Wheeler e Feynman ci autorizzano a fare  ulteriori passi  passi avanti, o meglio indietro,  fino alla Mitica età dell’oro, per la quale potrei agevolmente servirmi di una ipotesi di teoria quale quella di Julian Jaynes della mente bicamerale, detta anche “la mente degli dei” come precedente assai lungo e indistinto (probabilmente svariate decine di migliaia di anni),  della coscienza umana ascrivibile al linguaggio, e quindi identificata  tout court con la storia conosciuta (con una certa larghezza facciamo gli ultimi tremila anni ) Detta così sembra un’affermazione un  po’ pretestuosa, per cui mi rendo conto che prima dovrei fare un lungo inciso giustappunto sui punti salienti di tale teoria, ed è quanto conto di fare su questo sequel di articoli su tutti i miei  blog che si dipartono dal confronto e particolare ri-assunzione del saggio di Evola “Rivolta contro il mondo moderno”  e quello similare di Guenon "la crisi del mondo moderno" Tra gli oramai parecchi riconosciuti vantaggi secondari (che poi tanto secondari non sono) di questa attuale contingenza distopica, che tra virus e pandemia inventati, terrorismo mediatico, creduloneria e pecoronismo delle masse, disgustosi interessi particolaristici di lobbies farmaceutiche e ipertecnologiche,  sembra aver sospeso del tutto il normale raziocinio umano e affossato l’intelligenza ed anche le altre più nobili peculiarità umane tipo la dignità, la cultura, la fratellanza, la ricerca della verità, ed infine la stessa la libertà,   vi sono tutta una serie  giustappunto di ri-assunzioni che riguardano aspetti di questa nuova modalità di esistenza, sui quali occorre far leva se si vuole controbattere a questa terribile offensiva del…. “male” - lo ammetto un tempo non avrei neppure per ischerzo usato un termine  simile, per non passare da invasato complottista, quasi un affiliato  del Dottor No della Spectre dei romanzi di Jan Fleming con  protagonista e irriducibile nemico  il mitico James Bond agente 007, ma oggi, oggi l’ho detto:  siamo tutti stati costretti ad una profonda revisione del nostro “sapere” ed anche del nostro operare, che ci ha anche costretti a prendere atto che il mondo così come l’abbiamo conosciuto e come oggi ci si è drammaticamente rivelato, non è affatto quel mondo tutto sommato “giusto e razionale” che uno dei peggiori filosofi della storia ci aveva lasciato intendere; lo si sarà capito , intendo quel falsissimo e risibile “ciò che reale è razionale e cio’ che è razionale è reale” di Hegel, che, per così dire, ha fatto da battistrada a tutte le menzogne di questi ultimi duecentocinquanta anni. Non è assolutamente vero che il merito, la giustizia, l’onore, la lealtà e anche l’intelligenza, il raziocinio sono stati protagonisti della storia del mondo, anzi è vero il netto contrario: incompetenza, cialtroneria, menzogne, falsi a ripetizione, corruttela e collusione sono stati loro gli assoluti protagonisti della storia e non è un caso che sempre quel sedicente filosofo, Hegel si compiaceva di aver ravvisato l’incarnazione dello spirito della storia in Napoleone Bonaparte uno dei più marchiani 

l'incontro Hegel Napoleone dopo Jena
rappresentanti di tale cialtroneria, incompetenza e falsità nonché
  totalmente asservito ai dettami di un copione di parte, fatto di vergognosi compromessi e sempre, specie ai primordi dell’apparire sulla scena del mondo di tale individuo, costantemente monitorizzato e pilotato, previ controlli e indicazioni dell’apparato politico che lo proteggeva (Il Direttorio post Terrore   diretto da Barras - l ’uomo che aveva  appunto eliminato Robespierre) ed anche provvidenziali aiuti dei sottoposti, ma molto più esperti Generali che gli avevano in gergo “parato il culo” nei suoi disastrosi interventi militari a Cairo Montenotte, a Ceva,  sul Mincio, persino al Ponte di Lodi e ad Arcole (vedi in tal senso i miei numerosi articoli sul blog capotesta di questo set di articoli Lenardullier.blogspot.com.  sulla campagna d’Italia del 1796/97 titolati “Recitare una parte” ) La rilettura di tali testi  testi molto ostracizzati dalla cultura ufficiale e quel continuo integrare ulteriori conoscenze recuperati appunto con quell’integrale sui cammini di Feynman, ha sfrondato anche il riferimento temporale dei 250 anni a questa parte, identificandolo grosso modo con la Rivoluzione Industriale e quindi con l’avvento della “macchina” sostituibile, assemblabile, ripetibile,  quale nuova essenza dell’essere al mondo. Difatti con l’adottare un diverso e  inusitato punto di vista,  molte delle credenze sulla storia dell’umanità vanno valutate in tutt’altro modo: un esempio proprio classico e’ sulla nascita dell’ordine classico, ovvero Umanesimo e Rinascimento, che non sono stati affatto quello squarciare le tenebre dell’ignoranza e della superstizione con cui la storia ufficiale ha bollato il Medioevo, anzi semmai è vero il netto contrario. Sostituire la coralità delle esperienze quale appunto perseguiva la concezione medioevale con un codice arbitrariamente desunto da una serie di parziali ritrovamenti di un passato non verificato e adattarlo ad un fare costruttivo generalizzato, significa difatti operare una “reductio” laddove sono persi tutti i grandi riferimenti simbolici per adottarne di nuovi non poggianti su alcuna tradizione, ma solo su un giudizio individuale di ipervalutazione egoica e poggiante come unica verifica di uno strumento tecnico anticipatore come la prospettiva. Un qualcosa di simile ravvisiamo nel concetto platonico ovvero “quell’uno che sta per molti”  che inaugura il principio dualistico di giudizio sul valore, leit motive della cultura occidentale : non il simbolo proprio delle antiche comunità ove una cosa era quello , ma anche altro:  l’albero ad esempio era si’ la pianta, ma anche la forza, la resistenza, la temporalità, e così una roccia, un fiume od anche lo stesso individuo;  oggetti, cose che si fanno altro,  assumono a loro sostegno sempre il fare metaforico del simbolo per ri-mettere insieme una composita esperienza: dal greco antico appunto “sum-ballein = ri-unire, ri-mettere insieme”, ma il dividere tra una cosa che ha valore  da una che non ne ha , giustappunto quel mondo delle idee su cui riposa il concetto platonico sempre dal greco antico “dia-ballein= dividere, separare:  crolla il mondo “simbolico” della coralità delle percezioni e delle esperienze, si inaugura quello “diabolico” del giudizio e della differenza nei valori e che porteranno, molto prima della Rivoluzione Industriale, ma ecco a cavallo del trecento, con la piena entrata dell’età del ferro, l’età dei mercanti e la fine dei regurgiti dell’età degli eroi, al metallo che non è più tale, ma solo una mescolanza , una lega : il ferro,  dove nessuno dei valori di un tempo possono essere scambiati e dove rimane  un solo valore : quello di scambio, ovvero di merci e di danaro. I mercanti si vanno appropinquando all’ultima era,  quella dei Servi, come giustamente rileva Evola e il mondo che sorge dall’avvento della macchina lo rappresenta in toto. Anche Guenon aveva scritto un’opera sulla crisi del mondo moderno di cui Evola ne aveva redatto l’introduzione: un’opera che a somiglianza di quella di Evola, che perseguiva il medesimo intento. ovvero dimostrare che l’Umanesimo  non aveva rappresentato affatto quella uscita  dalla ignoranza e dalla barbarie del medioevo, ma semmai il netto contrario, ovvero una netta involuzione di cui la teoria delle quattro età del mondo ne era significazione. Più di Evola Guenon faceva riferimento alla cultura indiana e all’ultima delle grandi età, quella del Kali Yuga corrispondente alla Età del ferro o dei servi. Guenon e Evola, e un po’ tutta la cultura di destra, esoterica ed elitaria  vanno a braccetto nell’individuare nella storia dell’umanità una costante tendenza involutiva, fatta di continue perdite di centro e di riferimento, proprio il contrario della cosidetta cultura moderna  che invece ha posto Umanesimo e Rinascimento alla base  di ogni concezione di progresso e civiltà. Logico e naturale, pertanto che tali autori e tutta la cultura di destra elitaria, aristocratica nel senso pieno del termine ovvero  “potere dei migliori”, quindi non populista, non democratica, ma neppure falsamente individualista, peculiarità questa che l’Umanesimo porrà come costitutiva del suo affermarsi, sia stata sistematicamente ostracizzata: abbiamo guadagnato una individualità che però non è quella dell’antica Ellade che perseguiva il filosofo Eraclito alla continua ricerca del suo Logos, o anche Protagora nel suo indicare l’uomo come misura di tutte le cose, ma è una individualità fittizia fondata su di un io egoico, incentrata in tutta una serie di sintomi che vanno dal manifestare sempre una dipendenza da fattori esterni, merceologici, spesso e volentieri ripugnanti, quale l’affermazione sociale e soprattutto il denaro, creando e moltiplicando bisogni che hanno la caratteristica di non poter mai essere soddisfatti. Per Guenon è la “crisi”del mondo moderno, Evola sottende una “rivolta” che come dice Risè nel suo saggio introduttivo  alla sua grande opera “non finirà così!....l’uomo dopo l’esperienza disseccante della modernità…” e vi aggiungo io …“ durante  il trauma della distopia estrema, come trasposto di sana pianta  dalle maggiori (e anche minori) letture di fantascienza e fanta politica (Orwell, Huxley, Breadbury, Matheson, Dick, etc)  e vissuto sulla propria pelle dai primi mesi del 2020 “vuole tornare ad appartenersi, a darsi forma, a riconoscersi in una trascendenza….Si profila dopo questa ultima offensiva apparentemente trionfante  della modernità, della iper tecnologia, del mercantilismo oramai dilagante e quindi del consumismo e di un relativismo di societa’ ad apertura totale come teorizzato dal sedicente filosofo Karl Popper  e pragmatizzato dal suo allievo più sponsorizzato dalle lobbies multifinanziarie, George Soros , più vari compagnucci (Bill Gates, Schwab, Fauci e varie magnati di famiglie che hanno fatto del lucro e del mercimonio il loro modus vivendi), questa famosa “RIVOLTA” contro il mondo moderno, questa re-azione alla massificazione nella modalità servile dell’età del ferro. Un qualcosa che la teoria delle età del mondo ancora non contempla, ma che sta a noi uomini davvero moderni nel ritorno all’antico, inverare,  con il rivolgersi alla tradizione delle proprie culture , la tensione a   risalire ai ceppi originari  delle diverse civiltà, e quindi abolire la plurisecolare esperienza  subumana della società dei consumi e dei bottegai.

E’ il “Nouvel Enchantement” di cui parla  Gilbert Durand , che dovrà sostituirsi a quel disincanto descritto da Max Weber che ha prodotto il mondo moderno, col suo  richiamo grossolano al “sarò”, “avro’ “ della modalità temporale di un semplice futuro che non riposa su niente,  e adottare nel suo esplicarsi la modalità composta di una diversa coniugabilità verbale : il “sarò stato “ del futuro anteriore.

lunedì 29 gennaio 2024

GLI ALPINI E LE LORO CANZONI

 

“…e mi farò soldato nel mio reggimento”   la canzoncina allude al diverso tipo di arruolamento del nuovo tipo di militari, regionale e non nazionale, così come caldeggiato dalla relazione del Capitano Perrucchetti nel lontano 1872:  nessun coscritto difatti avrebbe potuto dire e tanto meno cantare  una cosa simile, dopo tale anno  se non fosse stato  inquadrato appunto nel Corpo militare degli alpini che potevano parlare del loro Distretto, del loro Reggimento fin da bambini, sapendo che proprio  lì’ ci avrebbero fatto la naja; la canzone è “sul ponte di Bassano” una delle più famose e anche tra le prime canzoni degli alpini, certamente precedente a quella Grande Guerra, che segnerà come una apoteosi nella ideazione e composizione di un numero impressionante di canti e canzoni, infinitamente superiore a quello di qualsiasi altro Corpo militare italiano  e forse di tutto il mondo. Canzoni  che sono entrate  a pieno titolo nel patrimonio di tradizioni musicali del Paese. Certo ha sempre giocato la tradizione montanara, cui ovviamente gli alpini hanno fatto riferimento fin dall’inizio, canzoni ecco come “il ponte di Bassano” che dà quell’indicazione del “mi farò soldato” si da non retrocedere la data della composizione a prima del decennio settanta dell’ottocento, canzoni  che si
cantavano nelle valli, per i boschi, soprattutto nelle escursione tra i monti e che erano legate alle diverse località cui quasi sempre le musiche fanno cenno,  non solo Bassano e il suo celeberrimo Ponte…“quando saremo fora, fora per la Valsugana….”  “la Montanara, che si sente tra boschi e valli  d’or…” “quel mazzolin di fiori” che, ovviamente è  ben precisato, “vien dalla montagna “. E’ una impronta che  si sente anche nei canti prettamente militari, che in effetti per lo più parlano pochissimo di guerra, assalti e roba del genere, ma vi fanno  semmai un  sotteso e mai troppo entusiastico riferimento.  Il curioso, come è stato detto,  è che quasi tutto  tale  patrimonio si sia composto quasi integralmente durante la Grande Guerra del ‘15-18; quattro anni a stretto contatto con la morte, tra sacrifici e privazioni, debbono aver stimolato la vena poetica, ideativa e canterina  dell’anonimo compositore alpino, che anche questo è da rimarcare, difficilmente  si possono trovare gli autori specifici di questa o quella canzone per bellissima che sia; sembra quasi che l’atmosfera  della guerra, tra l’altro molto poco  compresa, specie tra le classi popolari, montanari, contadini, anche contrabbandieri, abbia cementato quel certo spirito di appartenenza  ad un sostrato comune facendo emergere del tutto naturalmente  e spontaneamente inusitati talenti musicali. Prima della  grande guerra gli alpini non risulta che avessero questo poi sterminato parco musicale: per lo più cantavano le canzoni delle loro Valli e dei loro Monti e magari qualche musichetta ripresa dall’apparato militare  nazionale, quale ad esempio l’allegra marcetta della Bella Gigogin, che risaliva a prima dei moti Risorgimentali, difficile che intonassero  musiche un tantino più ufficiali, tipo “addio mia bella addio” “l’inno di Garibaldi””la bandiera di tre colori”. Durante la prima guerra d’Africa  la canzone più in auge  era  pure una sorta di marcetta che faceva riferimento ad un “africanella Cassera” per ribadire un po’ spocchiosamete “italia resta in Africa” cosa che, causa la battaglia di Adua, cui anche gli alpini presero parte,  andò alquanto diversamente. Sembra però che il canto della Grande Guerra “e Cadorna manda a dire…” avesse un precedente,  proprio in tale periodo, dove  invece di Cadorna ad avere “bisogno degli alpini” fosse il Generale Baldissera, il che magari può far argomentare se tale canzone risalisse proprio ai primi tempi della vicenda africana e cioè sul finire degli anni ottanta dell’ottocento, dopo le spedizioni “Di San Marzano e Orero” quando appunto Baldissera fu il massimo grado militare in Eritrea, oppure dopo Adua,  sette anni dopo, quando appunto lo stesso Generale vi fece ritorno, per cercare di  porre rimedio al disastro che aveva combinato Baratieri. In Libia  la canzone più diffusa era senza dubbio la famosissima “Tripoli bel suol d’amore”  che la cantante Gea della Garisenda intonava con tanto di tricolore, vestita da marinaretto e spesso e volentieri anche  calcando il cappello di bersagliere, ma mai  quello degli alpini. Certo  c’erano anche canzoni tipiche della Naja, come “macchinista del diretto” che i soldati già prima della Libia cantavano, così come probabilmente altri canti del genere che hanno fanno parte dell’armamentario di quello che fu il militare di leva, dai trentasei mesi di quei primi del secolo “trentasei mesi di pastasciutta, mamma che brutta a fare il soldà” “manda i soldi caro papà, che qua mal si sta”,  ai 12 mesi di  prima dell’abolizione, canti, dove si parla sempre di disagi, di soprusi dei  superiori e relative vendette, magari solo cantate “si scende in piazza d’armi con tutti gli ufficiali, sergenti e caporali che se li …., diciamo …“fila”…. più?.. ma ancor più,  si va sulla falsa riga dei Canti Goliardici, dove imperituro e ricorrente è il tema erotico/sessuale  in un’accezione  scollacciata, sul triviale, diremmo oggi, esclusivamente maschilista. Non si contano  i vari “figlia ti voglio dare per sposa, un Generale, un Colonnello, un capitano, financo un semplice caporale”   e tutti a conclusione scontata : niente!per ognuno c’è sempre il suo correlato a palese defaillance sessuale, l’unico che avrà l’entusiasta beneplacito della fanciull sarà il congedante  e sul perché, superfluo sottolineare che è sempre  dominante la più marchiana coloritura sessuale: con “congedante” fa rima difatti un certo capo di abbigliamento femminile, che questi senza troppi complimenti provvederà a strappare. Con la Grande Guerra gli alpini, come abbiamo osservato, diventano gli assoluti protagonisti della canzone militare;  è scontato che  vanno usufruendo sempre più di un patrimonio  di tradizioni regionali a carattere montano di sempre maggiore entità, canzoni che parlano di Monti, di Valli, di belle morose, ecco! Sempre di morose “Il 29 giugno” quando che si taglia il grano, già ma è anche il giorno in cui nasce una bella bambina con una rosa in mano” “la Paganella” “Dove te vet Mariettina” “all’Ospedale di Genova” “la Smortina” “ai pret le biele stele””o ce biel Chieschiel a Udin” canzoni che costituiscono la tradizione, al pari  di altre specifiche militari di alpini, a cominciar dall’inno stesso  del Corpo “trentatré” al celeberrimo “sul cappello che noi portiamo”  quindi “mi sum alpin, me piace el vin”, e quelle dove la guerra comincia timidamente a fare capolino come “Oh Dio del cielo se fossi una rondinella …” dove  allo struggimento della “morosa” lontana c’è prima l’invito a raggiungerla “prendi la secchia e vattene alla fontana, là c’è il tuo amore che alla fontana aspetta” ma subito dopo  un ben ordine ben più crudo: “prendi il fucile, innesta la baionetta e vattene alla frontiera, la c’è il nemico che alla trincea ti aspetta”  Probabilmente la prima canzone specifica che parla non solo di militare, ma di guerra è “Monte Nero” che racconta musicalmente appunto una delle prime imprese militari dei  battaglioni Fenestrelle, Pinerolo, Susa ed Exilles del 3° reggimento alpini, battaglioni che sotto gli occhi di un Colonnello che piangeva “a veder tanto macello” conquistarono appunto la cima del monte all’alba del 16 giugno 1915. Le cose cominciano a farsi dannatamente reali, il Colonnello in questione è un personaggio reale, Donato Etna, che già aveva avuto un momento di celebrità per essere stato il comandante del battaglione Morbegno, quello in cui fu fatto l’esperimento del plotone grigio, che doveva introdurre il grigio verde in tutto l’Esercito.
Donato Etna coi suoi baffoni paciosi che diverrà Generale d’Armata e che tutti sapevano essere un figlio illegittimo del Re Vittorio Emanuele II. Comunque sia, di poi è tutto un susseguirsi di canti e canzoni, sembra quasi che la dura vita di trincea, gli allarmi, gli assalti stimolino la verve musicale, come detto di tutta una miriadi di compositori “Bombardano Cortina” “Era una notte che pioveva” “Dove sei stato mio bell’alpin, ghe ti ga cambià colori” con l’alpino che si mette ad elencare tutti i motivi che gli hanno appunto fatto cambiare colori, il Pasubio, l’Ortigara, il Grappa; ancora la struggente “Ti ricordi la sera dei baci” dove una ragazza che ha perso il fidanzato ventenne in  guerra si rivolge alle sue coetanee con un quanto mai melanconico invito “ragazzette che fate all’amore, non piangete, non state a soffrir, non v’è al mondo più grande dolore che vedere un alpino morir” Un’altra delle più belle è il famosissimo “Testamento del Capitano” che non è però un canto spontaneo e del tutto improvvisato: ha difatti un antecedente nel Canto Funebre del Marchese di Saluzzo, un condottiero cinquecentesco di cui Costantino Nigra ne aveva riportato una versione in piemontese arcaico, che appunto ne narrava la suggestiva morte, dove prima di spirare aveva voluto radunare tutti i suoi uomini e giustappunto fare un originale testamento., con parti del suo corpo Si !!! Il testamento del Capitano è probabilmente la più bella canzone degli alpini ed ognuno, magari ci ha costruito una storia personale : mio nonno Mario
Nardulli che militava nel 1916 nel battaglione Monte Suello ai diretti ordini del Capitano Corrado Venini che, gravemente ferito in battaglia, doveva morire dopo ore di agonia tra il Monte Maggio e il Colle della Borcola, nei primi giorni della Straf Expedition austriaca, diceva sempre che per lui il quel Capitano era proprio  il Capitano Venini! Stessa vicenda, stessa storia e non è affatto improbabile, magari con un piccolo aiutino della fantasia, che tale Capitano, che ebbe la medaglia d’oro alla memoria e che era un appassionato di musica e si dilettava di composizione di canzoni (aveva composto l’inno degli alpini sciatori) abbia in effetti aumentato un po’ di suggestione della scena, facendo riferimento a quell’antico episodio “ e io comando che il mio corpo in cinque pezzi avete a’ taglià!” Un’altra canzone della Grande Guerra  che non può e non deve essere tralasciata è “Di qua di là del Piave” …qualcuno però forse in una versione  un po’ precedente  la chiama più genericamente “di qua di là del Ponte”. La vicenda è ultra famosa e informa
quell’immaginario tipicamente alpino, del poppante che butta il latte e beve il vino, questo in virtù del fatto di essere figlio “del vecio alpin” e della bella mora che stazionava appunto “di qua, di la’ del Piave o di un qualsiasi ponte” laddove, la storiella  che fa svolgere il tutto, dismette alquanto l’armamentario guerriero e battagliero, per assumere quello di un vicenda anche un tantino boccaccesca (dipende anche dalle varie versioni - ci hanno fatto pure un film  nel secondo dopoguerra ), dove sulla prime la fanciulla quando il vecio le fa a bruciapelo “ ohi bella! vuoi venire questa sera a far l’amore con me?” fa un po’ di storie “mi si che vegneria per una volta sola, però ti prego lasciami stare che son figlia da maritar”…e quello proprio  senza un minimo di tatto…. (eh la guerra! Che fine avevano fatto le buone maniere?) : “se sei da maritare dovevi dirlo prima, ma molto prima, sei sempre stata coi veci, alpin, non sei figlia da maritar!” Punto e basta! Andiamo comunque a precisarla un tantino questa  bella mora  del Ponte, futura madre  del bambino che “buttava il latte, beveva il vino!”: tramite lei si contraddice una delle due versioni  del titolo della canzone  e proprio quella più conosciuta ovvero “di qua di là del Piave” perchè la ragazza lo si ribadisce chiaramente, anzi lo si canta proprio in una strofa, è a ridosso del Ponte di Bassano, e quindi sul Brenta, non sul Piave : “sul ponte di Bassano ci sta una bella mora, tutte le sere che la va fora, cogli alpini la fa l’amor”

giovedì 11 gennaio 2024

LA RUSSIA CONTRO IL GRAN RESET

Lo abbiamo ampiamente visto; a parte la guerra con l'Ucraina e lo scontro oramai frontale con gli USA, la NATO, la UE  e tutte le ipocrite ideologie buoniste e pseudo democratiche, per i Russi il Covid 19 non è mai stato il “virus-assassino”, ma anzi e' proprio in casa loro oltre ovviamente in quei pochi di noi occidentali che non hanno perduto, o venduto la ragione non credendo alla panzana del virus, del contagio, che si e' cominciato a ritenere che proprio da una idiozia del genere può cominciare la terza guerra mondiale, magari passando per un riassetto del mondo intero, uno sconvolgimento globale che ha l'imprimatur della piu' falsa delle pandemie. Non sono mancate nel corso di questi anni di falsa e indotta emergenza, le prese di posizioni statunitensi (tipo Rand Corporation) e le vere e proprie ingerenze negli affari Interni e Esteri della Russia, ma non e' solo da corporazioni che il Presidente Putin ha avvertito che bisogna guardarsi, un esempio di male alternativo puo' essere anche individuato in un libro come quello di Klaus Schwab, il principale ideologo dei globalisti, e presidente esecutivo del “World Economic Forum” di Davos, detto anche “Forum di Davos”, un Club dove amano andare anche i nostri ministri italiani tipo Draghi, Monti, perfino dei sempliciotti come Renzi o giornalisti di raccatto tipo la Gruber , un Club che forma la posizione di quei circoli che adesso salgono al potere in America, e che giustappunto raccomanda a tutti di studiare a mo' di novella Bibbia questo suo libro che si intitola “ COVID-19: The Great Reset”, ovvero COVID-19: Il Grande Riassetto”.

Il libro contiene rivelazioni scandalose, dove si apprende che Schwab e i suoi soci considerano il Covid come un proprio progetto, ma non basta, dichiarano senza mezzi termini che non permetteranno il ritorno al mondo prima del Covid. Costoro, che per capirci meglio altro non sono che le corporazioni sovranazionali, dicono anche che faranno pressione sui politici perché non allentino le misure di contenimento e controllo. Da ciò ben traspare che la principale minaccia non è il Covid ma quelle misure di limitazione che vengono adottate in tutto il mondo. Nell'agghiacciante mondo futuro di Schwab, dove, come scrive a chiare lettere, a comandare saranno le corporazioni, a cui saranno trasferiti il potere e le risorse, non ci sarà posto per gli Stati Nazionali, essi spariranno e questo succederà in breve tempo secondo la concezione dei globalisti. Cito dal libro letteralmente: “Se la democrazia e la globalizzazione si estenderanno, per lo stato Nazionale non ci sarà più posto”. Ovvio che non ci sarà più posto in primo luogo per la Russia sovrana. Adesso cosa ci dobbiamo aspettare? Dobbiamo saperlo, perché non ci troviamo ad agire sempre di conseguenza: Il loro progetto Covid ha indotto il terrore nella gente, ha sconquassato le economie nazionali, il sistema sanitario. Bisognerebbe precisare “en passant” che la formula “da combattimento” del virus, virus che come sanno tutte le persone di una certa intelligenza e che non si sono fatti comprare la ragione, non è ne' assassino, ne' letale, per la verita' non e' neppure esistente, e' una mera invenzione, relizzata per uno scopo preciso che e' appunto quello di Schwab e i suoi compari Per continuare a smontare il vecchio mondo i globalisti hanno bisogno di piattaforme aggiuntive. Quali? Prima di tutto la piattaforma per la “desovranizzazione” della Russia. Questo assunto passa sopratutto per il campo militare . Cosa possono fare oggi gli USA, ora specie che la guerra in Ucraina la hanno decisamente perduta ? Possono ricorrere al il Comando Cibernetico, una decisione presa ancora ai tempi della presidenza Obama, il “Cyber Command Usa” (US CYBERCOM) che ancora fa parte dei servizi segreti militari USA. Si tratta di truppe informatiche che, secondo i dati ufficiali, sono composte da 6000 “baionette intellettuali”, ma in realtà, secondo dati piu' attendibili, sono più di 18.000. Lo Stato americano spende per ciascuno di loro 100.000 dollari all’anno. Queste “baionette intellettuali” si stanno organizzando per attaccare la Russia e tutti coloro che la sostengono. Questo perché, secondo la loro analisi, “la raccolta delle informazioni e le azioni militari nello spazio cibernetico sono missioni indipendenti ma legate tra loro. Le operazioni cibernetiche, per avere successo, devono avere la prerogativa dell’attacco, e ciò richiede una dirigenza indipendente, più creativa e attiva”. Quindi il potere decisionale verrà abbassato dal presidente in giù, per non avere più l’obbligo di rapportare e non riferire affatto delle operazioni speciali. Loro si preparano con tutte le forze, finanze e strutture ad attaccare la Russia. Anche le tecnologie dell’intelligenza artificiale sono armi attive della guerra cibernetica per scalfire la sovranità della Russia. Parlando del problema della sicurezza cibernetica, fra poco al Parlamento verrà presentato un progetto di legge per l’uso della banca dati e dell’intelligenza artificiale. Secondo il progetto a gestire i dati saranno la Sberbank, il Ministero dello Sviluppo Economico, il Ministero dello Sviluppo Digitale e Skol’kovo (Centro Innovativo per le tecnologie), non c’è il Ministero della Difesa e il FSB, il Servizio Federale per la Sicurezza della Russia. Bisogna però capire che dobbiamo lavorare come un fronte unito, perché contro di noi è in atto una guerra ibrida, che comprende misure economiche, informatiche, politiche e tecnologiche. Negli USA la Rand Corporation e altre strutture lavorano con i Servizi di Sicurezza e gli organi del Governo e dettano la strategia,, questo problema e' ben presente nei propositi di Putin che difatti ha piu' volte messo in guardia da una simile eventualita' "se noi non studieremo i loro documenti quando escono e, cosa più importante, far uscire i nostri documenti e formare la nostra posizione, se non lavoreremo per anticiparli, per prevenire, se non colleghiamo tutto al denominatore comune che è la sicurezza nazionale, non concluderemo nulla - La sicurezza nazionale della Russia deve diventare priorità." Da questa denuncia si diparte quindi la considerazione che la Russia va celermente annoverata tra gli alleati degli oppositori a questo famigerato Great Reset, e se la fortuna e anche l'ultima possibilità per un mondo libero e non asservito ai dettami dell'iperturbocapitalismo consumista/informatico che ha trovato un insperato alleato nella ipocrita falsissima mentalità buonista della sinistra internazionale, sarà sbaragliato sarà perche ' tali fattori vorranno favorire l'ultimo vero grande baluardo a questa Jattura epocale e cioè lui il Presidente Russo Vladimir Putin e subito dopo coloro che possano affiancarlo, non escluso un provvidenziale ritorno di Trump alla Presidenza degli USA. con tutti gli altri che
vorranno aggiungersi quando la situazione evolverà a favore della luce e non delle tenebre e aggiungiamoci anche una forte struttura culturale e geo politica di Aleksander Dugin di un Mondo Multipolare ed una quarta Teoria Politica dopo liberismo, comunismo e fascismo . Eh si ci troviamo sul serio, in un reale che di certo non possiamo più chiamare razionale, coinvolti in uno scontro epocale di civiltà con implicazioni da libro di fanta/politica alla Orwell, alla Huxley , alla Breadbury , dove ancora non è detto quale fazione uscirà vincitrice

giovedì 28 dicembre 2023

CRISI E RIVOLTA CONTRO IL POST MODERNO

 

E' oramai assodato che tutto questo post progressismo abbia fatto precipitare l'umanita' in un tale stato di declino e di decadenza  che contraddice vistosamente tutte le ottimistiche considerazioni sul progresso e su una  quanto mai illusoria evoluzione del genere umano . Avevano ragione gli antichi che  vedevano piuttosto nel progresso e nell'incalzare dei tempi una vera e proprio caduta di tutti i livelli di umanita', socialita' e anche civilta' . Il punto e' vedere da quando e come e' cominciiata questa irrefrenabile corsa  verso l'abominio: Forse ha  ragione Guenon che correlandosi agli Yuga indiani ovvero i cicli in cui tale cultura suddivide la storia umana, assegna gia’ una durata di 6000 anni all’ultimo ciclo quello che grosso modo corrisponderebbe all’eta’ dei Servi o del ferro , nominata anche da Esiodo nel suo Opere e Giorni? oppure e’ piu’ abbordabile Evola che fa capire che per lui l’ultimo ciclo quello appunto dei Servi forse non e’ ancora cominciato e ci troviamo nel momento attuale (per lui ancora il pieno del XX secolo) in una estrema manifestazione dell’Eta’ dei mercanti, ovvero quella eta’ del bronzo contrassegnata dal prevalere del fattore economico e dalla importanza centrale assunta dal denaro? (probabilmente se Evola fosse vissuto un altro cinquantennio e avesse potuto assistere a quello che e’ accaduto con il secondo decennio del XXI secolo – falsa pandemia, terrore sanitario generalizzato, bottegai e loro servi egemoni delle sorti del mondo – avrebbe senz’altro scandito l’inizio di tale ultima eta’, di totale decadenza e prevalenza del fattore servile, magari anche riprendendo la famosa equazione di Hegel del padrone e del servo come dialettica della storia. E' un argomento che ho piu' volte affrontato parlando si di Hegel, ma soprattutto dell'interpretazione che un pensatore russo Alexandre Kojeve' ha dato alla sua opera in particolare alla "fenomenologia della storia" 

prospettando una sorta di concetto di di «allineare le province», estendere cioè i principi dello Stato liberale o comunista che sia, questo perché l’obiettivo della lotta per il riconoscimento è raggiungere un equilibrio fra morte e vita. Equilibrio inquieto, che si realizza con la formazione delle due figure di signore e servo. Il primo è la coscienza disposta a rischiare la propria vita. Il secondo, avvinto dalla paura per la morte, cede la propria libertà, rifiuta di mettere a repentaglio la propria via, abbandona il proprio desiderio di desiderare, accetta di cedere al signore, riconoscendogli il titolo, o il diritto, di pretendere il soddisfacimento dei propri bisogni pur di riuscire a soddisfare minimamente i propri di bisogni. Detto altrimenti, allo stato nascente, l’uomo non è mai semplicemente uomo. Sempre, necessariamente ed essenzialmente, egli è o Signore o Servo. Se la realtà umana non può generarsi se non come realtà sociale, la società non è umana – almeno alla sua origine – se non a condizione di implicare un elemento di Signoria e un elemento di Servitù, esistenze “autonome” ed esistenze “dipendenti” Quest’equilibro inquieto che è la lotta per il riconoscimento è, secondo Kojève, il motore della storia. Il desiderio di poter desiderare e il desiderio di farsi desiderare innescano e contraddistinguono il rapporto sociale. Se non c’è desiderio non c’è azione; se non c’è azione non c’è rapporto sociale; senza scelte diverse e asimmetriche da parte delle due autocoscienze implicate non c’è conflitto. Questo conflitto è alla base della nascita della storia umana. Rinunciando a rischiare la propria vita, il servo vota la sua esistenza alle dipendenze di un signore perché accetta di accontentarsi del soddisfacimento dei propri bisogni primari; accetta di barattare, per così dire, la propria libertà con la propria sopravvivenza. Al contempo, il signore, per conservare la sua autonomia, non può uccidere l’esistenza che gli si è volontariamente asservita, ma facendo leva sulla paura della morte, induce e costringe il servo a lavorare. Il lavoro nasce perciò da un atto di violenza perpetrato dal signore sul servo e consente al primo di mantenere costantemente vivo il mezzo attraverso cui avviene il suo riconoscimento. Tuttavia – questo è il momento cruciale, che segna un punto a favore dell’interpretazione di Kojève – nel lavoro il servo non fa altro che agire sulla natura, trasformare l’oggetto naturale in un manufatto che gli consente di guadagnare l’appagamento dei propri bisogni primari, e di assicurargli quindi la vita animale. Trasformare la cosa naturale in prodotto di un lavoro significa però rendere umana la natura. Hegel afferma che la coscienza servile sopprime il suo attaccamento all’esistenza naturale in tutti i suoi elementi particolari e isolati, sino a eliminare mediante il lavoro quest’esistenza: e lavorando, il Servo diventa signore della Natura. Ora, egli è diventato il servo del Signore solo perché – all’inizio – era servo della Natura, visto che solidarizzava con essa e si subordinava alle sue leggi accettando l’istinto di conservazione. Liberando il Servo dalla Natura, il lavoro lo libera dunque anche da se stesso, dalla natura di Servo: lo libera dal Signore. Nel Mondo naturale, dato, bruto, il Servo è schiavo del Signore. Nel mondo tecnico, trasformato dal suo lavoro, egli regna – o, almeno, regnerà un giorno – da Signore assoluto. È questa Signoria che nasce dal lavoro, dalla trasformazione progressiva del mondo dato e dell’uomo dato in questo Mondo, sarà tutt’altra cosa dalla Signoria “immediata” del Signore. Dunque, l’avvenire e la Storia non appartengono al Signore guerriero (nella fattispecie del nostro ragionamento che segue questa suddivisione in varie eta' del mondo, non all'argento, ma al bronzo e in ultima analisi al ferro vanno assimilati gli ultimi secoli di non piu' evoluzione, ma vera e propria decadenza), il signore che fondava la sua stessa identita' sull'essere guerriero o muore o si mantiene indefinitamente nell’identità con se stesso, ma la palla del cammino (integrale) passa non solo al mercante bottegaio, ma al Servo lavoratore. Se l’angoscia della morte, incarnata per il Servo nella persona del Signore guerriero, è la condizione sine qua non del progresso storico, è unicamente il lavoro del Servo che lo realizza e lo perfeziona il motore di questa storia, non-storia Ma Hegel,a nostra opinione, era uno che non aveva capito nulla ne’ della storia, ne’ dello spirito, a cui pure spesso aveva dedicato il suoi scritti, e così tutti i suoi seguaci a cominciare da Marx; Evola al contrario e’ un filosofo vero, uno di quelli il cui pensiero scorre lontano e questo non solo in avanti, ma soprattutto indietro, e’ cioe’ un filosofo al “futuro anteriore” ovvero uno che non si accontenta del generico “sara' ” ma prima di formulare un qualsiasi piano per l’avvenire riesamina punto per punto tutta la tradizione le esperienze di uno “stato” ovvero un participio passato ove il tutto viene rivisitato come possibilita’. Non si tratta piu’ di trarre flussioni o derivate da un calcolo che si configura come infinitesimale con uso di numeri sia reali che immaginari, ma piuttosto di integrare queste in una prospettiva futura, comporre cioe’ un integrale, un integrale sui cammini, del tutto simile a quello ideato da Feynman nel 1948.
Quindi se ora, lasciando Kojeve' e lasciando sopratutto Hegel e pensatori del tutto inconsistenti come Marx, Darwin, torniamo al nostro Evola e  si ritorna giocoforza a questa prospettiva di alternativita' al mondo come lo abbiamo studiato, come lo abbiamo conosciuto e purtroppo come lo abbiamo vissuto, quando vogliamo utilizzare o meglio quando vogliamo cominciare a cambiare uno dei tanti possibili cammini e integrarlo in maniera del tutto differente , secondo le possibilita' di una sorta di "slinding doors"

giovedì 21 dicembre 2023

IL SIMBOLICO DI FUNZIONE D'ONDA E SUPER ES

La funzione d'onda potrebbe anche avere un compito  inusitato : nel suo collasso comporre diverse realta'  in contemporanea . Per farlo ci sara' bisogno di alcune premesse, diciamo così, metodologiche.  La Funzione d’onda è un numero complesso, ovvero caratterizzato da una parte reale e da una parte immaginaria con la peculiarità quest’ultima di essere restituita alla sua parte reale previa moltiplicazione per il suo coniugato ovvero il numero negativo cambiato di segno, che però perde la sua implicazione razionale, assorbendo anche l’irrazionale e quindi andando a comprendere il simbolico che come hanno osservato parecchi filosofi e psicoanalisti (Freud, Lacan, ma con più precisa formulazione Mattè Blanco) è la modalità di funzionamento dell’inconscio o Es, come forse più correttamente dovremmo denominarlo (alla Groddeck) . Va notato difatti che questo allargamento al simbolico dei numeri complessi consente di interpretare le funzioni d’onda al massimo come le intendeva Heisenberg ovvero “tendenze” a trovare il sistema di riferimento in una certa posizione ad un dato istante; ma ecco che sorge subito il problema che tali funzioni d’onda in quanto esperienze senzienti non possono essere valutate perchè le tendenze così riflesse nella coniugazione di un negativo con un positivo sono equiparate al reale, ma un reale che accoglie nella sua accezione non più solo il razionale ma anche l’irrazionale, per cui con buona pace di Hegel, la realtà partecipa, deve partecipare, di quell’irrazionale che va comporre il simbolico.
Dobbiamo a questo punto pervenire all’ipotesi davvero geniale cui è pervenuto Hakwing : la funzione d’onda di un grande oggetto come un pianeta e persino dell’intero universo può essere paragonata alla funzione d’onda o tendenza riflessa di un qualcosa di abbastanza familiare : un gruppo in una città; ecco dato che siamo in questo periodo in cui ciò tende ad avvenire frequentemente stante la situazione distopica che impone a gente ancora dotata di intelletto e ragione di radunarsi per protestare e manifestare il proprio dissenso a tutte le imposizioni liberticide e di terrorismo mediatico sanitario di una sorta di individui che fanno leva sulle più ancestrali paure dell’umanità – terrore della malattia, senso di conformismo e uniformità di massa, dipendenza dai cosidetti media che oramai stravolgono impunemente qualsiasi informazione – Il gruppo che andiamo a prendere in esame è giustappunto quello, molto determinato e molto attuale, di tali persone che, potremmo anche immaginare che  tendono a radunarsi in un dato punto della città a forte impatto emozionale, ecco ad esempio a Roma Piazza del Popolo, piazza della Bocca della Verità, a Parigi Place de la Concorde, a Vienna la Hofburg, a Londra Trafalgar Square, per diffondere con maggiore forza le loro intenzioni ….la funzione d’onda è questa tendenza a trovarsi in un dato punto in un dato tempo, analogamente la funzione d’onda per un insieme di pianeti è la tendenza a raggrupparsi in una certa zona dell’Universo che potrebbe avere anche essa una determinata caratteristica di opportunità: la descrizione della tendenza a trovarsi in un certo posto e in un certo istante è appunto la funzione d’onda che altro non è che la tendenza di una certa circostanza a verificarsi , quando viene coniugata con la riflessione del segno cambiato (quindi una simmetria) che ci dice dove è più probabile trovare le proprietà consensuali di un oggetto, di una persona, di un elettrone, di una particella, di un pianeta, di una folla, e alla fin fine dell’intero universo. Ecco è proprio su questo ultimo passaggio che Stephen Hawking ha compiuto il suo vero “balzo” intellettuale,  ha sostituendo l’entità più piccola – la particella o anche il flusso con quella più vasta:  l’Universo intero. Invece di pensare ad una particella o ad un flusso la cui funzione si estende ovunque , ha pensato ad un Universo dove la funzione d’onda è dappertutto. Il ragionamento si presta quindi a dilatarsi ulteriormente andando a comprendere non più un solo Universo , ma una pluralità di Universi, tutti con un loro inizio e quindi una loro origine; se a questo punto ci disponiamo, facendo leva su di una buona dose di fantasia e quindi di quel connubio tra razionale, irrazionale, ed anche scorrendo i ben noti registri del  reale, dell'immaginario e del simbolico, ecco che possiamo pervenire ad un racconto di volta in volta diverso, dove tutti i cammini che si possono scegliere portano ognuno ad un integrale  ben calcolato sotto un aspetto davvero infinitesimale, perche' coniugandosi con il possibile, l'infinito diventa davvero una sorta di possibilita' di racconti sempre cangianti .  Lo abbiamo fatto con lo spazio , immaginando persone che si radunano in un dato posto per manifestare contro certe imposizioni, possiamo farlo anche con il racconto della storia immaginando di cambiare alcuni eventi base si da percorrere differenti cammini e quindi comporre diversi integrali, per una sorta di simmetria tra tutti i cammini molto simile a quella dei multiuniversi delle ipotesi di Hawking e degli altri fisici che si sono occupati di tale eventualita' . A livello microscopico, la materia appare composta da particelle, come abbiamo
visto con l’esperimento della Doppia Fenditura  diventano onde , che in realtà risultano aggregati di cariche energetiche. Ad una dimensione di analisi crescente, queste particelle si presentano composte da energia e quindi il costituente primo della materia si può ipotizzare come  stringhe di energia  che vibrano ad una determinata frequenza o lunghezza d’onda caratteristica. Gli infiniti universi paralleli potrebbero coesistere nello stesso continuum di dimensioni, vibrando a frequenze differenti. Il numero di dimensioni necessarie è indipendente dal numero di universi, ed è quello richiesto per definire una stringa (al momento 11 dimensioni). Questi universi potrebbero estendersi da un minimo di 4 a tutte le dimensioni in cui è definibile una stringa. Se occupano 4 dimensioni, queste sono il continuo spazio-temporale: nel nostro spazio-tempo, coesisterebbero un numero infinito o meno di universi paralleli di stringhe, che vibrano entro un range di lunghezze d'onda/frequenze caratteristico per ogni universo. Coesistendo nelle stesse nostre 4 dimensioni, tali universi sarebbero soggetti a leggi con significato fisico analogo a quelle del nostro universo. La novità di questa teoria è che gli infiniti universi non vivono in 
, e non necessita di postulare l'esistenza di più di 4 
dimensioni di spazio-tempo. Ciò che consente di definire una pluralità di universi indipendenti non è un gruppo di 4 o più dimensioni per ogni universo, ma l'intervallo di lunghezze d'onda caratteristico. L'intervallo teorico di frequenze/lunghezze d'onda per le vibrazioni di una stringa determina anche il numero finito/infinito di universi paralleli definibili - ovviamente sulla base di questi studi più o meno fantastici ma con un sostrato di plausibilità dovuto alla lusinga di calcoli matematici  trasferiti nella categoria  dell’immaginario/simbolico dovuto alla coniugazione di numeri complessi ecco  che ciascuno di noi può immettere nel calcolo infinitesimale serissimo ed accreditato da quel pop o di scienziati e filosofi,  le proprie fantasie che sono della stessa materia dei sogni ovvero quell’equivalente di materia oscura che  compone il simbolico e quindi il funzionamento dell’inconscio o ES, suscettibile anche questi di appropriarsi dell’epiteto di Super. Le indicazioni di simili esperienze sono molteplici e costellano tutta la storia della letteratura e della creazione artistica: dalla poesia  alla prosa, alla pittura, alla scultura, all’architettura e  con forse maggiore frequenza  nell’ultima delle arti la settima ovvero il cinema. Quanti film abbiamo visto con la trama del cambiamento alternativo, del salto di stato: Frank Capra, Ernest Lubitsh, Billy Wilder, Ingmar Bergman, Louis Bunuel? Uno degli ultimi che si è impresso nell’immaginario con una certa forza anche per il particolare fascino della protagonista  Gaynor Paltrow, è “Slinding doors” , dove un
quotidiano banalissimo evento determina  due  differenti destini della stessa persona che viaggiano appunto su due universi  paralleli, ma  su contesti di cui uno è alternativo all’altro proprio in virtù di quell’evento banale.  Quanti eventi più o meno banali abbiamo riconsiderato nella nostra vita “ah se non avessi fatto questo, ma invece quello? Oppure il canonico “non ti avessi mai incontrato! La mia vita sarebbe stata tutt’altra cosa!” Abbiamo detto che le fantasie, così come tutti i processi creativi artistici e letterari sono della stessa materia dei sogni e in passato abbiamo ipotizzato che un sogno da svegli guidato alla maniera di Desoille, magari riveduto e corretto, potrebbe essere equiparato al collasso dell’equazione d’onda  così come supposto da Schrodinger  e portare ad un nuovo integrale sui cammini di Feynman, quindi pervenire a qualche cosa di inusitato che merita ovviamente l’epiteto di “Super”  proprio in considerazione di un inconscio (Es) 
che  si nutre del simbolico dei sogni, con  la simmetria che guida il suo funzionamento, laddove tutto diviene super, anche  le stringhe che si compongono di quell’energia vibrante che potrebbe dare origine al tutto. 

mercoledì 13 dicembre 2023

BOTTEGAI E TURBOCAPITALISMO

 


Come possiamo definire tutto il disgusto per i tempi moderni? Forse con il termine di globalizzazione che e' una vistosa imposizione aggressiva dell'ideologia liberale di estrazione "bottegaia" ....non mi stanchero' di utilizzare questa parola  "bottegaia"  che e' espressione della mentalita' mercantile di stampo anglosassone e ha trovato  la sua inverazione piu' assoluta  nell'iperconsumismo americano, che ha assunto oramai la dicitura di turbocapitalismo. Gli americani non si sono limitati a raccogliere il testimone della bottegaia Inghilterra che per piu’ di tre secoli aveva spadroneggiato per il mondo forte dei suoi commerci e del suo motore : il denaro - hanno con il loro avvento, dopo la seconda guerra mondiale, al vertice del potere mercantile, commerciale, e tecnologico, affinato metodi e modalita’, sviluppando la cosidetta “guerra della rete” ovvero una guerra condotta non solo in termini di mercato e di valore di scambio, ma di una informazione globale , basata su di uno spregiudicato uso giustappunto della nuova rete informatica globalizzata e della risonanza dei cosidetti “media”, e cioe’ giornalismo, televisione, pubblicita’, social e computer, tutti aggiogati al carro dell’iperconsumismo del neo-liberismo, ( o probabilmente piu’ attinente la definizione Duginiana di post-liberismo). Contro questo post-liberismo di oramai gretta individuazione statunitense che si e’ imposto come comun denominatore di tutto il mondo occidentale, qualificandosi come iper modernismo,si erge l'uomo differenziato nella tradizione. Ecco perche’ ogni possibile conservatorismo da parte di una sia pure esigua minoranza dovra’ sempre estrinsecarsi in un perentorio “NO !” al modernismo, e dovra’ sempre riferisi ad una tradizione, anche se non espressamente manifesta nel contesto della realta’ circostante.  Si riconosce subito quell’individualismo differenziato espresso dal grande e ovviamente ostracizzato dalla cultura modernista vigente, filosofo Julius Evola in special modo nel suo saggio “Cavalcare la tigre” ovvero una sorta di manifesto di un “tradizionalista senza tradizione “. E’ questo tradizionalismo l’unico atteggiamento perseguibile appunto dall'uomo che non si riconosce in nessun aspetto del post modernismo. ma cio’ nonostante si affida al piu’ totale e assoluto rifiuto di qualsivoglia parametro della Societa’ attuale, che dopo aver esaurito il moderno gia’ da mezzo secolo a questa parte e’ oramai in quella fase di post modernismo che non esprime null’altro che negativita’ e nefandezza. La parola d’ordine di tale atteggiamento, che ha i suoi araldi in pochi personaggi di cultura e spessore: Evola in prima istanza, ma anche Guenon, Eliade, Cioran, Drieu de la Rochelle, Ezra Pound, Heidegger, Schmitt, Jungher. Spengler in una qualche maniera Freud, Jung, Pauli, Heisenberg, Schrodinger e piu’ recentemente, Matte’ Blanco, De Benoist, Freund, Dugin, persino i nostri Agamben e Cacciari: “IL MODERNO E’ IL MALE, IL POST-MODERNO E’ IL PEGGIO". Ribadiamo che l’uomo differenziato di Evola ovvero il tradizionalista senza tradizione, deve trovare all’interno di se (in-sistere) i motivi piu genuini per opporsi con tutte le sue forze al mondo di oggi post-moderno che propugna solo motivi di interesse e profitti (ex-sistere) , in sostanza deve fare una sorta di calcolo infinitesimale del tutto simile a quello che fece Leibniz rispetto a Newton , tradizionalmente indicati come i due ideatori di tale procedimento matematico: preferenziare quella “vis viva” interna indicata dal primo in opposizione al secondo che la ricercava invece all’esterno nelle leggi e cose del mondo, e farlo assumendo numeri del campo reale ma con connotazione negativa, identificandoli con mancanze, debiti, interruzioni, distruzioni e facendoli tornare positivi ma con connotati immaginari, tramite proiezioni per stabilire quindi un nuovo registro, giustappunto quello dell’immaginario dove possono rientrare le nuove interpretazioni di un mondo che non sia quello che ci si presenta oggi con caratteri di quasi esclusivita’ e che e’ stato recentemente in grado di imporre un vero e proprio fermo alla ragione, alla liberta’, ad una umanita’ che non si e’ ancora fatta irretire dalla paura e che appunto deve trovare la sua “proiezione immaginaria” per uscire dal tunnel della post modernita’ che non solo ha dimenticato la tradizione (compito eseguito questo gia’ dal moderno) ma la vuole del tutto annichilire in nome di una feticizzazione estrema del movente economico per una debacle di ogni traccia di umanita’ e l’affidamento assoluto ad un nichilismo fatto di merci, di mercato, di denaro e della loro proiezione sotto veste virtuale ed informatica (paradossalmente un netto processo inverso di quello che deve fare l’uomo che si differenzia nella tradizione). Sotto il profilo meno individuale, ma piu' collettivo, si potrebbe fare proprio la controversa ed anche abbastanza navigata teoria dell'unione eurosiatica rivisitata e elaborata recentemente da Aleksander Dugin  in ispecie nei suoi  due saggi 

La quarta teoria politica e La teoria del   Mondo multipolare, di cui ho gia' parlato e di cui conto di parlare in maniera sempre piu' approfondita, perche' dismettendo quella "ubris" che fino a pochissimo tempo fa , prima che questa distopia recente , mi svegliasse dal mio sonno dogmatico a proposito dell'occidente, (risibile no? una pandemia equiparata a Hume!) vado anche io alla ricerca di una nuova direzione in cui incanalare il mio desiderio di liberta' , di giustizia, di vera umanita' e magari scoprire un nuovo Eldorado non fatto di oro come equiparazione di beni materiali, ma di quel vero purissimo oro di cui erano intessuti i tempi che nessuno e' mai riuscito a raccontare, se non come Mito, un Mito dell'eterno ritorno a cui tutto sommato un tradizionalista senza tradizione, scandita da precise metafore, deve sempre tendere: una Eta' dell'Oro per una tradizione che la coscienza umana non e' ancora riuscita a condensare, e che puo' solo intenderne un senso trascinando il suo significante che e' sempre altrove, sempre un tantino piu' in la' o un pochino piu' in qua, perche non e' una metafora : e' una metonimia e a parlare non sono piu' gli uomini, ma gli dei o perlomeno l'idea che di tali dei, se ne e' costruita la mente umana. Tre sono i principi di questa, diversa e nel contempo antica, visione politica, che potrebbe davvero rappresentare l'oro sociale e politico di un diverso Eldorado: il primo e' ovviamente costruire questo nuovo mondo dove ci sia l'accettazione di tutti i punti di vista delle diverse civilta' mondiali e non preferenziarne una a scapito delle altre, così come ha fatto la odiosa mentalita' bottegaia inglese, e hanno ulteriormente accentuato gli iper consumisti Stati Uniti con l'avallo di una iper tecnologia. Tra le varie civilta' mondiali una particolare rilevanza assume lo spazio post sovietico che costituisce il nerbo di una futura unione euroasiatica e questo rappresenta il secondo principio, cui ovviamaente Dugin assegna una rilevanza speciale, ma a cui le forze migliori di una certa Europa (di certo non quella della UE) ammaestrati dal totale fallimento della cosidetta civilta' europea ( perlomeno dal seicento in poi, nei primi forti contrasti con la potenza di mare dell'Inghilterra fino alla sconfitta definitiva con la seconda guerra mondiale e l'avvento della forza economica degli USA che sono subentrati agli inglesi) debbono anche dare un loro spassionato apporto. Il terzo principio e' quello appunto di una transizione dal modello liberal/democratico espressione dell'Inghilterra prima e degli USA poi, con l'ausilio di una iper tecnologia di tipo virtuale (informatico/digitale) ad un modello altro che sia anzitutto espressione di multipolarita' e quindi di varie aree di civilta' di cui trainante quella euroasiatica. Ovvio e naturale che l'atteggiamento degli USA e dei suoi alleati (la vecchia Inghilterra, ma anche l'intera coalizione della UE, che non ha piu' nel suo seno le fiere opposizioni degli antichi imperi teutonici e meitteleuropei, ma ha adottato in pieno le valenze e i valori degli oramai ipertecnologici bottegai) sono di ferocissima avversione verso le idee contenute nella concezione multipolare ed anche euroasiatica - la sua stessa proposizione difatti contrasta platealmente con tutta la strategia USA e company che punta invece ad un mondo unipolare. Concezione di multipolarita' e teoria Eurosiatica significa dunque perseguire una quarta teoria politica (dopo le tre del Liberismo, del Comunismo e del Fascismo) significa dunque rifiutare l'egemonia americana e tutta la sua carica eminentemente bottegaia, ereditata dall'Inghilterra e suffragata da uno sconsiderato avallo di tutta la teoria informatico/digitale. Una nuova teoria di multipolarita' politica e la concezione di un eurosiatismo che sia di piu' pronunciata alternativa al modello unico rappresentato dagli USA , rappresenta solo l'ultimo nemico della atavica mentalita' mercantile che ha preso possesso del mondo occidentale con l'occasione di una presunta grande pandemia (quella del 1348) e che  ha recentemente tentato , nuovamente con un'altra grande presunta pandemia (2020),  di portare alle conseguenze estreme il programma di asservimento  della totalita' dell'umanita' , a beneficio di una ristrettissima elite fondata sul denaro e sulla servile complicita' di scienza, tecnica e persino cultura. 

lunedì 11 dicembre 2023

C'ERA UNA VOLTA IL CAPPELLO E LA PENNA

E’ nel contesto di dopo la cosidetta terza guerra di Indipendenza del 1866 che aveva visto una nostra non esaltante prova militare (la prima del nuovo Regno) sconfitti per terra (Custoza) e per mare (Lissa) ma che grazie alla vittoria dell'esercito Prussiano su quello austriaco a Sadowa, ci aveva portato all'annessione del Veneto, che nel 1872 il capitano Giuseppe Perrucchetti  propose la costituzione di un nuovo corpo militare con peculiarità assai specifiche, quello della difesa dei valichi alpini, fidando sulla appassionata benevolenza di un politico come Quintino Sella allora Capo del Governo che era un appassionato montanaro, tra i fondatori del Club Alpino (il Cai) e del Ministro della Guerra il Gen. Cesare Ricotti Magnani anche lui appassionato montanaro: fu proprio quest’ultimo che avendo particolarmente apprezzato un articolo del capitano Perrucchetti sulla Rivista Militare in merito alla costituzione di reparti addetti alla difesa alpina, trovò l’escamotage per la costituzione del nuovo corpo, predisponendo  la costituzione di 15 compagnie di soldati a  reclutamento regionale presso i 10 corpi d’armata in cui  era suddiviso il territorio nazionale, con compiti mascherati da  militari distrettuali, per ovviare alle opposizioni che sarebbero certamente arrivate se fosse stato proposto chiaramente l’istituzione di un nuovo Corpo militare, in un periodo di forti ristrettezze economiche e dove appunto per bocca dello steso Capo del Governo le tali economie dove essere “fino all’osso”  La caratteristica principale del nuovo Corpo che in prima istanza si doveva contentare di sole 15 compagnie, era appunto il tipo di reclutamento, non nazionale, ma regionale, anzi addirittura locale, perché, e su questo punto il Perrucchetti era stato chiaro, la cosa più importante per un impiego tempestivo a livello di difesa montana doveva essere la velocissima mobilitazione dei complementi, quasi con il fucile da portare a casa, come faceva l’esercito svizzero. Nascevano così gli alpini nell’ottobre del 1872 con un Regio Decreto di Vittorio Emanuele II in data 15 ottobre 1872 , abbiamo detto, quasi di soppiatto: 15 sperimentali compagnie  che però pochissimi anni dopo nel 1878, con il nuovo Re Umberto I  venivano portate a 36 inquadrate in 10 battaglioni che assumevano la denominazione dei luoghi di reclutamento. In quanto all’uniforme era del tutto identica a quella della fanteria, con l’adozione del colore verde come sorta di distintivo, qualcuno dice per il verde delle montagne, ma le montagne specie ai confini sono per lo più ammantate di neve e quindi a rigore il colore avrebbe dovuto essere il bianco, però, e forse qualche dotto studioso era andato a ritrovare che ai tempi di Augusto esisteva una  “Legio” , detta dal nome della famiglia dell’Imperatore  Augusto: Julia, con peculiarità di difesa montana che adottava il verde come colore distintivo. E verde sia, per le bande dei pantaloni, per le filettature della giubba ed infine anche per le mostre nel 1883 in correlazione con il nuovo simbolo dello stesso Esercito italiano: le stellette. Gli ufficiali continuavano a portare il kepì con le strisce argentee del grado e i Generali la Greca su fondo rosso, ma i soldati, ecco i soldati non ne vollero quasi subito sapere del banale kepì; volevano distinguersi anche e soprattutto nel copricapo da quella che proprio allora cominciavano a chiamare “la buffa” ovvero la fanteria.

Cento penne ha il bersagliere” diceva una delle prime canzoni degli alpini “ma l’alpin ne ha una sola, penna d’aquila, penna nera….” bhe magari proprio all’inizio la penna non fu d’aquila, ma di corvo e comunque la sua origine di adottarla come corredo necessario e imprescindibile del cappello, dato che si voleva enfatizzare  la costituzione del nuovo corpo militare, il primo del nuovo Regno d’Italia con un richiamo a qualcosa del Risorgimento, fu scelto il copricapo del protagonista dell’Opera Ernani di Verdi, che aveva giustappunto una bella penna sul lato, così come enfatizzato dal famoso quadro “Il bacio” di Hayez, anche se il cappello ivi ritratto somiglia più a quello che fu scelto una quarantina di anni dopo piuttosto che quello detto “alla calabrese” in feltro nero a tronco di cono  con la tese rialzate,che fu adottato come copricapo delle nuove truppe, per motivi anche essi legati al Risorgimento, dato  che nel 1848 era stato addirittura proibito in un’ordinanza della Polizia di Milano per il suo carattere sovversivo, cui i patrioti solevano mettere, proprio dal lato sinistro della tesa rialzata,  piume, pennacchi, penne appunto, per aumentare lo sbeffeggiamento delle autorità. Come  fregio fu dapprima disposta una stella a cinque punte , ma ben presto una quanto mai fastosa aquila ad ali a metà tra spiegate e abbassate, con croce sabauda e cornetta e fucili incrociati.
Dieci anni dopo la loro costituzione nel 1882, furono istituiti i primi sei reggimenti alpini, di cui uno dei comandanti fu il futuro Generale e Capo del Governo, all’epoca Colonnello Luigi Pelloux. Oramai gli alpini erano entrati nell’oleografia militare dell’epoca, ne parla De Amicis nel libro “Cuore” e fece scalpore una marcia attraverso i monti dell’allora Capitano Davide Menini con la sua compagnia per rendere puntuali omaggi alla Regina Margherita nel 1881.
Proprio questo ufficiale Davide Menini, divenuto Tenente Colonnello doveva caratterizzare il battesimo del fuoco del Corpo, non tra le montagne o le valli alla cui difesa gli alpini  erano stati predisposti, ma tra le ende, gli acrocori  i tondeggianti colli e gli sterminati valloni etiopici, giù in terra d’Africa. Era difatti stato nominato Comandante  del primo battaglione  alpino d’africa, un organico di circa 1000 uomini  con 20 ufficiali. Gia’ in precedenza  degli alpini erano stati inviati in Africa, ad esempio il famoso Galliano, distintosi in più occasioni e divenuto leggendario nella difesa del forte di Makallè, era un ufficiale proveniente dagli alpini, ma  era la prima volta in quell’inverno del 1895, che un intero battaglione tutto di alpini veniva impiegato  in operazioni belliche. Anche in Africa gli alpini non avevano rinunciato alla loro penna e l’avevano applicata sul casco coloniale, che era ricoperto di panno colore bianco, ingiallito, come d’altronde le uniformi coloniali, in bagni di foglie di tè. Battesimo del fuoco quanto mai tragico in quanto il battaglione che era stato inquadrato nella Brigata di Riserva del Gen. Ellena, tentò di tamponare la avanzata abissina nell’infausta battaglia di Adua, presidiando il Colle Rajo  e opponendo una strenua resistenza che costò la vita a oltre 400 alpini, ivi compreso il suo comandante e a
numerosi ufficiali tra cui uno dei comandanti di compagnia, il capitano Pietro Cella, che fu la prima medaglia d’oro al valor militare, ovviamente alla memoria, della storia del Corpo. Perché gli alpini abbiano nuovamente a che fare con battaglie  si dovrà attendere una quindicina di anni e nuovamente in Africa, non in Etiopia, ma in Libia e Cirenaica, ma in questi 15 anni molte cose erano cambiate: anzitutto le uniformi, non più turchine o blu per gli ufficiali con gradi a fiore sulle maniche, ma grigioverdi  e anche il cappello si era modificato, non più alla calabrese, ma sul tipo di quello usato tra i montanari, con le falde assai più larghe, grigioverde anche questo, di panno e floscio con la penna che i veci portavano in genere molto lunga a “bilanci’arm” come si diceva in gergo. A rigore anche gli ufficiali potevano utilizzare lo stesso cappello con penna nera d’aquila fino al grado di Capitano, bianca d’oca da Maggiore in su, ma per la verità preferivano il berretto a tuba, che era un chepì assai più rialzato, sempre con i gradi a fettucce, lasagne e greca  tutt’attorno, aboliti i gradi sulle maniche “ a fiore” si portavano ora sulle controspalline a stellette, una due e tre  fino a capitano, mentre gli ufficiali superiori portavano la controspallina bordata, sempre con le stellette e i Generali interamente bianco argenteo dove solo il Re arrivava a tre stelle in quanto Generale d’esercito, mentre anche il Capo di Stato Maggiore e  i comandanti di Corpi d’Armata e poi d’Armata arrivavano solo a due che contrassegnava il grado di Tenente Generale, dove il ruolo di Superiore Comando era dato da una corona dorata e  bordata di rosso situata tra le due stelle. Una evoluzione che era cominciata proprio dagli alpini nel 1906 con il cosidetto “plotone grigio”; la risonanza dei terribili massacri della guerra Russo Giapponese avevano difatti sollevato la questione  della mimetizzazione e del colore troppo vistose delle nostre uniformi. Non era un problema solo nostro, i francesi iniziarono la grande guerra con i famosi “pantalons rouges” che erano una pacchia per le mitragliatrici tedesche, e anche le altre nazioni europee non erano da meno in quanto a rutilare di colori.
Fu un borghese certo Luigi Brioschi,  presidente della sezione milanese del Cai, che perorò con fervore la causa dell’adozione di un colore più mimetico per le truppe , riuscendo a portare dalla sua parecchi ufficiali tra cui il Tenente Colonnello Donato Etna che era il comandante  del battaglione alpino Morbegno, che a sua volta riuscì a farsi  autorizzare a eseguire una sperimentazione di un plotone vestito con la nuova uniforme mimetizzata che venne “provata” al poligono di tiro in relazione a quella ordinaria. La divisa non era ancora il grigio verde che verrà però adottato di li’ a poco, ma aveva una tinta più color creta, con giacca chiusa bottoni coperti e colletto rivoltato, pantaloni sbuffati  con calzettoni o le celebri e famigerate fasce mollettiere che costituiranno la disperazione di tutte le leve a venire fino alla seconda guerra mondiale. L’esperimento suffragò le tesi di Brioschi che nel suo fervore era andato anche a scomodare Dante Alighieri perché nel suo inferno aveva fatto assumere a dei dannati che dovevano perdersi nel panorama, lo stesso colore delle rocce; ad una distanza  stabilita difatti il manichino con indosso  la vecchia uniforme veniva centrato 8 volte da tiratori scelti del plotone, mentre  quello con la nuova uniforme una volta sola. Le sagome erano state disposte in vari modi, a terra, in ginocchio e in piedi, inoltre dopo  500 metri, mentre la vecchia uniforme soprattutto in piedi era ancora perfettamente individuabile, quella grigia  si confondeva col terreno  e in piedi era stata colpita solo tre volte  contro le 24  di quella turchina. Ovvio e naturale che di lì a poco, l’esempio di quel  cosidetto “plotone grigio” fu seguito per tutto l’Esercito, influenzando tutti gli eserciti del mondo che presero spunto dal modello italiano.  In Libia dunque  l’esercito si presentava  nella nuova tenuta, certo qualche ufficiale adottava ancora la vecchia uniforme , molto più marziale e oggettivamente assai più bella , ma oramai erano  una minoranza e anche i Generali indossavano il grigio-verde, che alla fine era stato giudicato il colore mimetico più adatto al tipo di terreno italiano. Coll’inizio della guerra con la Turchia, gli alpini  vennero inviati un pò alla spicciolata, ma l’anno seguente  si fecero le cose più in grande, non più compagnie o  battaglioni, ma un intero reggimento:  l’8° posto agli ordini di un Colonnello che diverrà una leggenda Antonio Cantore, e questa volta non ci sono disfatte, anzi l’8° rgt° alpini si era distinto in numerose occasioni e il suo irruento comandante anche se costantemente tenuto a bada dal Gen.Tommaso Salsa comandante della Divisione che era uno dei migliori ufficiali dell’Esercito, già Ispettore delle Truppe alpine,  si guadagnerà la promozione a Maggior Generale alla fine della campagna. Un’altra medaglia d’oro per un un alpino, e questa volta non alla memoria, il tenente Giovanni Esposito, che ritroveremo in Grecia nel 1941 Comandante della Divisione Pusteria e un fatto passato alla leggenda e ratificato in un monumento che ancora oggi è presente in Milano e in copia anche a Merano, quello di un mastodontico alpino Antonio Valsecchi che durante un
assalto alle difese avanzate di Derna in  un Ridottino denominato Lombardia, esaurite le munizioni sollevò un grande masso scagliandolo contro gli assalitori, presto imitato dai suoi commilitoni che riuscirono a respingere e mettere in fuga il nemico. Gli alpini nella prima guerra mondiale sono oramai troppo inseriti nello immaginario collettivo di quella guerra, per aggiungere qualcosa. Solo alcune precisazioni: anzitutto quella del Gen. Cantore  che dopo appena pochi mesi di ritorno dalla Libia, si trovò Cte di Brigata in Trentino e subito diede  un diverso impulso alle direttive rigorosamente difensive affidate alla 1^ Armata dal Gen.Cadorna: conquista di Loppio, Mori e soprattutto della importante cittadina di Ala; tanto era bastato per il famoso “promoveatur ut moveatur” ovvero  nomina a  Cte di Divisione e trasferimento in Cadore all’8^ Armata , ma anche qui, il lupo perde il pelo, ma non il vizio: la sua fissa era  la cima del Castelletto e dilagare per la Val Travenzes, così non passava giorno che non facesse  ispezioni, controlli di postazioni e soprattutto non cessasse di guardare lontano col suo cannocchiale, oltre i Monti, l’Antelao, le Tofane, le vallate, alla ricerca di un varco dove far avanzare gli uomini della sua Divisione. Un po’ troppo, forse soprattutto per i suoi sottoposti, costretti a tenere il passo di quella specie di invasato. Il cecchino che si dice lo abbia centrato in piena fronte  quel giorno del 20 luglio alla Forcella Negra dellaTofana di Rozes, non e' mai stato identificato e fin dall’inizio le perplessità su quella strana pallottola di cui ancora è conservato il berretto con il
foro sulla visiera, ha sollevato non pochi dubbi. Cantore era un ufficiale espertissimo e se si esponeva così platealmente oltre le trincee è perché sapeva bene che i cecchini in quel punto erano fuori tiro, tant’è che prima del colpo fatale, ci fu un colpo che arrivo’ oramai innocuo a 20 metri dalla posizione del Generale, ma  se i cecchini in quel punto erano fuori tiro non altrettanto si poteva dire dei numerosi costoloni  a ridosso della trincea , posti a pochi metri  e saldamente in mano italiana: da lì sarebbe stato uno scherzo per chicchessia centrare in piena testa il Generale, e neppure servendosi di un fucile, ma di una semplice Beretta o Glisenti, le pistole in dotazione  agli ufficiali italiani. Ci fu anche un indagine pochi giorni dopo il fatto con tanto di venuta di un ufficiale dei carabinieri, ma  fu conclusa in tutta fretta, appena dopo il funerale del Generale a Cortina, dove specie gli ufficiali superiori erano in preda ad una curiosa euforia e come disse un testimone oculare, l’unica nota di tristezza  della cerimonia era il cavallo bianco del Generale tutto bardato, ma senza cavaliere. La voce che Cantore potesse essere stato ucciso da “fuoco amico” e con piena intenzione specie da qualche immediato sottoposto che era stato particolarmente vessato dalla severità del Generale  (pare che pochi giorni prima incrociando un ufficiale  gli avesse fatto una tale ramanzina da costringerlo alle lacrime!) fu subito molto diffusa e la inchiesta si era conclusa troppo rapidamente per non dare adito a dicerie di sorta, dicerie che sostanzialmente non giovavano a nessuno e che quindi furono  presto bandite con la concessione della medaglia d’oro al valor militare alla memoria, e l’annovero della figura del Generale nell’Olimpo degli Eroi. A tingere di giallo il  mistero, contribuì anche il fatto della immediata scomparsa del berretto del Generale, quello con il foro della pallottola sulla visiera, da cui si sarebbe potuto stabilire il calibro, un pò quello che doveva succedere per John Fitzgerald Kennedy, di cui scomparve addirittura il cervello da cui si sarebbero potuto fare delle congetture sulla provenienza dei colpi mortali. In verità il berretto lo aveva prelevato prima dell’inumazione della salma, un nipote che lo aveva conservato per decenni, ignaro delle ipotesi sulle uccisioni del nonno, e quando finalmente nel secondo dopoguerra lo consegnò alle Autorità per effettuare le indagini si stabili’ che era impossibile valutare, dato il tempo passato, se il foro  sulla visiera che era di cuoio e quindi si era deformato, potesse essere provocato da un arma austriaca o italiana. Una cosa è certa di Cantore si è detto che era severissimo e brutale, esigentissimo, ma soprattutto vero i suoi immediati sottoposti, ufficiali superiori e difficilmente inferiori al grado di capitano; con i soldati anzi era di una certa bonarietà tant’è che loro, i semplici alpini, lo elessero ad una sorta di novello San Pietro , custode di un particolare paradiso quello delle “penne mozze” ovvero di tutti gli alpini caduti in battaglia. 
E questo non è a parere di chi scrive un cosa che gli alpini, i semplici alpini , concedano tanto facilmente, è molto molto di più di una, cento medaglie d’oro , è cosa che va oltre tutte le citazioni, i bollettini  di guerra, è un qualcosa che va anche oltre ogni retorica . Questi erano i Generali di quando gli alpini erano gli alpini, poi sono venuti altri tempi in cui i Generali non si aggirano piu' nelle trincee a fronte del nemico, non saltano sulle camionette per incitare i loro uomini a rompere l'accerchiamento del nemico, come Luigi Reverberi cte della Tridentina a Nickolayewka, ma comandano eroiche spedizioni contro inermi cittadini che non vogliono indossare museruole o non vogliono farsi iniettare sieri o vaccini per compiacere le lobbies farmaceutiche. Se questi sono gli eredi dei generali che erano i guardiani del Paradiso delle "penne mozze" , oggi non ci sono piu' penne ne' nere, ne' bianche ne' tronche e il Paradiso e' diventato il piu' sordido
degli inferni perche' e' stato messo in vendita, alla merce' dei bottegai, servi o padroni che siano, infima gentina che non ha mai avuto valori da scambiare, ma solo un unico, squallido, infame valore di scambio, e il coraggio che un tempo era il distinguo del cappello con la penna si e' trasformato nella paura di una paura inesistente, che si cerca di diffondere

L'INCONSCIO TRA SIMMETRICO E SIMBOLICO

  Trovo sul serio che tra simbolismo  dell'inconscio  e simmetria della fisica quantistica  ci sia una sorta di attrazione fatale. Le or...